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Terremoto in Turchia causato da due faglie

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Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il bilancio del terremoto che ha colpito la zona di confine tra la Siria e la Turchia, il 6 febbraio scorso, «potrebbe superare i 20 mila morti». Come spiega un articolo su Nature, le vittime dei terremoti sono prevalentemente causate dal crollo degli edifici. Secondo l'US Geological Survey, molte delle persone che sono state colpite dal terremoto in Turchia vivono in strutture costruite in muratura, senza l’uso di strutture portanti in cemento armato. Ciò rende alta la probabilità che siano gravemente danneggiate da un terremoto.

In uno studio pubblicato lo scorso marzo su Soil Dynamics and Earthquake Engineering, Arzu Arslan Kelam della Middle East Technical University, Ankara, suggeriva che il centro della città di Gaziantep avrebbe subito danni da medi a gravi se fosse stato colpito da un terremoto di magnitudo 6,5. Questo perché la maggior parte degli edifici esistenti sono strutture in mattoni di pochi piani costruite molto vicine l'una all'altra.

Nel 1999, un terremoto di magnitudo 7,4 colpì 11 chilometri a Sud-est di Izmit, in Turchia, uccidendo più di 17.000 persone e lasciando più di 250.000 senzatetto. A seguito di quella tragedia, il governo turco introdusse nuovi regolamenti edilizi e un sistema obbligatorio di assicurazione contro i terremoti. Tuttavia, molti degli edifici colpiti dal terremoto di questa settimana sono stati costruiti prima del 2000.

Le cose vanno peggio in Siria, dove più di undici anni di conflitto hanno reso impossibile far rispettare gli standard edilizi. Il terremoto ha colpito le regioni nord-occidentali della Siria, con edifici crollati ad Aleppo e Idlib. Alcuni edifici danneggiati dalla guerra in Siria sono stati ricostruiti utilizzando materiali di bassa qualità, rendendoli dunque ancora più vulnerabili.

Il gioco delle placche

Come scrive l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), la regione interessata dall’evento situata tra «la Turchia meridionale e la Siria settentrionale ha subito in passato terremoti significativi e distruttivi, come quelli del 859 d.C., del 1124 (Ms 6,9) e del 1513 (Ms 7,4). Al confine con la Siria, nei pressi della città di Aleppo, è da ricordare anche il terremoto del 13 agosto 1822 (Ms 7,4) che provocò un numero di vittime stimato tra 20.000 e 60.000».

Per quanto riguarda il terremoto del 6 febbraio 2023, come ci spiega Alessandro Amato, responsabile del Centro Allerta Tsunami dell'INGV, «si sono verificati due eventi sismici principali al confine tra Siria e Turchia. Il primo, registrato alle 02:17, ora italiana, è stato di magnitudo pari a 7,9 ed è stato causato dalla faglia est anatolica, quella orientata Nord-est - Sud-ovest, dalla costa fino a Malatya, che si estende per oltre 200 chilometri di lunghezza». In questo primo evento, «la placca anatolica si è spostata verso il Mare Egeo a Ovest, come conseguenza della spinta da Sud a Nord della placca arabica, con un movimento trascorrente sinistro. Il primo terremoto ha causato uno spostamento stimato di tre metri circa del blocco anatolico».

Una seconda scossa si è verificata alle ore 11:24, ora italiana, e ha avuto magnitudo 7,5. Come spiega sempre Amato, questo secondo terremoto «inizialmente attribuito sempre alla stessa faglia, in realtà è stato successivamente attribuito a una seconda faglia, orientata Est-Ovest, che forma un angolo acuto con la prima faglia. Potrebbe essere una faglia nota come faglia di Surgu, attivata per una lunghezza di circa 100 chilometri. Anche questa faglia ha effettuato un movimento trascorrente sinistro con un massimo locale stimato in profondità di quasi dieci metri. Adesso gli aftershock si stanno concentrando su entrambe le faglie».

Durerà ancora molti anni

Rispetto alla durata della sequenza di aftershock, Amato spiega che «durerà certamente per anni». Nei prossimi giorni si potrebbero registrare ancora forti scosse, ma con il passare del tempo le scosse si ridurranno di intensità fino a un livello non più percepibile dalla popolazione e senza causare ulteriori danni. Spiega infatti il sismologo: «la sequenza di aftershock si considera finita quando la sismicità di fondo, cioè la sismicità che normalmente caratterizza un territorio, torna ai suoi livelli originali, ossia quelli antecedenti l’evento sismico. In Italia, per esempio, si registrano ancora scosse di terremoto nelle regioni colpite dal sisma del 2016 nella zona di Norcia e Amatrice, dunque a distanza di oltre sei anni, la fase di aftershock non si è ancora conclusa, sebbene ormai si tratti di scosse sempre più piccole. Il problema, dunque, non è tanto capire quando finisce la fase di aftershock, ma piuttosto quando smetteranno le scosse intense in grado di causare ancora danni e questo non è molto prevedibile, anche se nei prossimi giorni l’intensità delle scosse tenderà a diminuire».

L’attivazione di una faglia può attivare faglie adiacenti, causando quella che alcuni chiamano “epidemia sismica”, tuttavia secondo Amato, non vi è un rischio che questa possa giungere sino in Italia. Chiaramente questo non vuol dire che non possano esserci terremoti in Italia, ma qualora dovessero verificarsi, difficilmente potrebbero esseri considerati una conseguenza degli eventi sismici che stanno interessando la regione tra la Turchia e la Siria.

Migliorare l'early warning, ma soprattutto l'edilizia

Un tema spesso dibattuto dopo gli eventi sismici è la possibilità di avvisare la popolazione in tempo utile. Posto che gli esperti ritengono non sia possibile prevedere i terremoti, un altro approccio in tal senso è rappresentato dall’early warning, un sistema che consente di allertare la popolazione prima dell’arrivo dello scuotimento più forte provocato dal terremoto. Tali sistemi sfruttano una rete di sensori posti in prossimità della sorgente sismica. Il tempo per mettersi in salvo è dato dalla differenza tra il momento di arrivo delle onde sismiche S, le onde a più grossa ampiezza e capaci di produrre danni, e il momento in cui viene lanciata l’allerta.

Come spiega Amato: «per le zone nell’immediata vicinanza dell’epicentro, questo lasso di tempo è troppo breve, affinché ci si possa mettere in salvo. Nel caso specifico del terremoto tra Siria e Turchia, probabilmente sarebbe stato utile anche per avvisare per esempio la popolazione di Malatya, a Nord dell’epicentro con un tempo di preavviso di circa 15-20 secondi, un tempo non sufficiente per mettersi in salvo se ci si trova nei piani alti di un edificio che crolla. I sistemi di early warning non possono evitare i crolli, ma possono permettere alle persone di prepararsi al terremoto e ai sistemi critici (ferrovie, industrie, ospedali) di interrompersi tempestivamente. I crolli come quelli visti in Turchia e Siria possono essere evitati solo con costruzioni solide».

In Italia l’Università Federico II di Napoli e l’INGV stanno realizzando uno studio sull’implementazione di un sistema di early warning nell’area dello stretto di Messina, pensato soprattutto per un allertamento rapido in caso di tsunami indotto da un sisma locale.

 

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