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Se fossi una pecora verrei abbattuta?

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«Se fossi una pecora, verrei abbattuta?», si chiede una signora in Campania dopo aver conosciuto i dati sulla contaminazione del sangue dei lanosi mammiferi che brucano nei dintorni di una fabbrica chimica dismessa. Dando espressione a una preoccupazione diffusa, gli uomini come le pecore sono vittima dell’inquinamento diffuso. Ma su cosa e quanto è fondata questa preoccupazione? Cosa sappiamo e cosa abbiamo diritto di sapere sulla qualità dell’ambiente nel quale viviamo e sui pericoli per la nostra salute?

È a queste domande che risponde, con grande chiarezza e completezza, il libro che Liliana Cori, antropologa in forze all’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel libro – intitolato, per l’appunto, Se fossi una pecora verrei abbattuta? – da poco pubblicato con l’editore ScienzaExpress.

Un libro prezioso per svariati motivi. In primo luogo perché è un agile, ma completo manuale sulla valutazione del rischio sanitario connesso all’inquinamento ambientale. Liliana Cori passa in rassegna le principali fonti di rischio e il modo, scientificamente corretto, di monitorarlo. Fornendo una mappa, preziosa appunto, per navigare nel mare tempestoso di numeri e di dati forniti da enti i più diversi che inondano i media, passando indenni tra la Scilla del catastrofismo e la Cariddi del minimalismo.

In secondo luogo Liliana Cori ci offre una prima mappa delle fonti di inquinamento ambientale. Ricordandoci che viviamo in un paese, l’Italia, che conta 1.350 comuni che ospitano 12.600 siti inquinanti accertati di vario tipo, che coprono una superficie pari al 3% di quella complessiva del paese. Una superficie superiore, per intenderci, a quella dell’intera Umbria.

Sono numeri da scandalo. Ma Liliana Cori non si ferma alla contemplazione dello scandalo. Propone di fare di necessità virtù. Di partire da questa autentica emergenza per provare a fare dell’Italia un «laboratorio di bonifica». Che mobilita il meglio delle sue competenze scientifiche per mettere a punto tecnologie le più avanzate per bonificare in sicurezza i propri siti inquinati. Queste tecnologie potrebbero essere esportate e costituire la base di una nuova economia, sostenibile, della conoscenza.

Ancora, nel suo libro Liliana Cori affronta il tema, non meno decisivo in quella che Ulrich Beck ha chiamato «la società del rischio»: la percezione del rischio. Che, come dimostra una serie ormai vasta di studi, è legata a fattori oggettivi – la presenza di fattori di rischio, la loro natura – ma anche di fattori soggettivi. Anche se gli elementi soggettivi sono razionalmente fondati – dipendono dalla natura degli elementi di rischio, dalla loro distribuzione, dalla possibilità di evitarli, dalla irreversibilità dei danni, dalla confusione delle fonti di informazione – spesso divergono dalla valutazione tecnica del rischio. Liliana Cori dimostra che questa divergenza è massima quando chi percepisce il rischio ha una scarsa fiducia nelle istituzioni che dovrebbero tutelarlo. È il caso di molti cittadini italiani che abitano in alcune regioni – la Campania e la Sicilia, per esempio – in cui questa sfiducia è strutturale. Ed è alimentata da una scarsa cultura alla trasparenza da parte delle autorità: ambientali, sanitari e e politiche.

È questo, infine, l’altra dimensione approfondita da Liliana Cori. La comunicazione del rischio, premessa fondamentale di una matura cittadinanza scientifica. Nella società del rischio, è ormai riconosciuto a livello di leggi e regolamenti internazionali, quello di «sapere tutto su tutto» è un diritto emergente e inalienabile. Eppure questa cultura della trasparenza che trasforma noi tutti da sudditi in cittadini della società della conoscenza, manca ancora, in maniera clamorosa, in molte, in troppe strutture pubbliche: a livello nazionale, regionale e locale. Domina ancora la cultura paternalistica dell’ermetismo: i cittadini non sono culturalmente attrezzati per sapere tutto. Meglio che non disturbino il manovratore.

Dopo aver letto il libro di Liliana Cori ci accorgiamo che è questa cultura che non solo contribuisce a fare dell’Italia un’area ad alta intensità di fonti inquinanti, rubando una bella fetta del nostro presente di reale benessere. Ma, soprattutto, impedisce che l’Italia si trasformi in un «laboratorio di bonifica», rubando una bella fetta del nostro futuro di benessere: ambientale, sanitario e persino economico. 


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