La scienza di Sua maestà britannica

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Ci sono due dimensioni affatto diverse nel sistema di ricerca del Regno Unito che emerge dall’analisi proposta, nei giorni scorsi, dal Global Research Report. United Kingdom della Thomson Reuters. La prima dimensione è quella di un sistema pubblico di assoluta eccellenza. Fondato sulla qualità. La seconda dimensione è quella della ricerca privata. Caratterizzata da una scarsa quantità.

Che la ricerca scientifica in Gran Bretagna e Irlanda del Nord sia di assoluta qualità e di grande efficienza sono i numeri che la Thomson Reuters riporta con efficacia già nell’abstract del suo report a dirlo. Con il 4% della spesa in ricerca e sviluppo del mondo, il Regno Unito detiene il 6% dei ricercatori che producono l’8% degli articoli scientifici pubblicati a livello planetario i quali attraggono il 14% delle citazioni globali.

Di più. Gli inglesi sono autori del 17% degli articoli a livello planetario che vantano più di 500 citazioni e del 20% degli articoli che vantano più di 1.000 citazioni.

Sia aggiunga a questo il fatto che alcune università del Regno Unito sono le uniche, nel mondo, che possono competere alla pari per qualità con quelle degli Stati Uniti. Che il numero di PhD che si formano ogni anno in queste università è relativamente più alto che negli altri paesi. E che, con i suoi 250.000 ricercatori, il Regno Unito è tra i paesi che vantano un’alta intensità di lavoratori altamente qualificati.

Queste performances sono il frutto sia di una grande tradizione – che risale al XVII secolo – sia di una storia di attenzione alla scienza caratterizzata dalla continuità, sia dal fatto che anche in tempi recenti e recentissimi, malgrado recenti tagli ai finanziamenti e ristrutturazione del sistema universitario, la ricerca pubblica e l’alta educazione sono state considerate fattori strategici dai governi di vario colore che si sono alla guida del paese.

Ma c’è anche l’altra dimensione indicata dal rapporto Thomson Reuters. La ricerca industriale e privata è molto più bassa dei grandi paesi con cui il Regno Unito si confronta.

TABELLA | Investimenti in R&S da parte delle industrie in percentuale rispetto al PIL (Fonte: Thomson Reuters)

 

1991

2000

2008

UK

1,36

1,18

1,10

Francia

1,43

1,34

1,32

Germania

1,71

1,73

1,86

Giappone

2,08

2,16

2,70

Usa

1,93

2,02

2,02

Cina

0,29

0,54

1,08

E soprattutto, come mostra la tabella, è diminuita negli ultimi venti anni. Mentre in altri paesi o è rimasta costante o è cresciuta. Da notare che in questi venti anni l’intensità di ricerca delle industrie cinesi da meno di un quarto e diventata analoga a quella delle industrie inglesi.

Sia detto per inciso: in Gran Bretagna è considerata bassa un’intensità di spesa in ricerca industriale che è almeno doppia rispetto a quella italiana (in Italia la spesa in R&S delle industrie, anche se finanziata dallo stato, non raggiunge lo 0,6% del PIL).

Molti sostengono, non senza qualche fondamento, che a causa degli scarsi investimenti in ricerca industriale e malgrado l’assoluta eccellenza della ricerca pubblica e delle università, il Regno Unito rischia di restare fuori dall’economia della conoscenza.

Perché, dunque, questa doppia dimensione: al top nella ricerca pubblica (di base e applicata) e ai minimi relativi nella ricerca industriale? L’indagine della Thomson Reuters non lo dice. Ma la causa va probabilmente ricercata nel fatto che il Regno Unito ha progressivamente diminuito il peso dell’industria manifatturiera nella sua economia a vantaggio dei servizi altamente qualificati e, soprattutto, della finanza. Una scelta che la espone a molti rischi (puntualmente emersi durante la crisi finanziaria del 2007 e del 2008) e sulla quale non compete a noi, in questa sede, entrare. Tuttavia nell’ambito dell’economia e della società inglese la ricerca pubblica, di base e applicata, e l’alta educazione svolgono un ruolo di primo piano. Sono esse stesse in maniera diretta e senza il tramite dell’industria un fattore economico primario.

Oggi si discute molto a Londra su come trovare le risorse per continuare a finanziare il sistema di ricerca e di alta educazione. Nessuno, tuttavia – né chi avanza proposte liberiste né chi avanza proposte laburiste – mette l’assoluta necessità di conservare la qualità dei laboratori e delle università.

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