fbpx Rinunciando alle trivelle non perdiamo un bel niente | Scienza in rete

Rinunciando alle trivelle non perdiamo un bel niente

Primary tabs

Read time: 3 mins

Con l’avvicinarsi del referendum sulle trivellazioni, la lobby del petrolio si è fatta sentire con un apocalittico articolo del professor Alberto Clò su formiche.net,  intitolato “Ecco gli effetti nefasti del NO alle trivelle”. 

Clò parte da lontano. Sostiene che la vittoria del NO al rientro dell’Italia nel nucleare ha causato “la distruzione di un’intera industria – quella elettromeccanica – che contava decine e decine di migliaia di occupati, un gran numero di ingegneri, eccellenti capacità manifatturiere, un sapere scientifico e accademico tra i primi al mondo”.  E aggiunge: “Con la vittoria dei NO-TRIV avremmo il medesimo risultato: la distruzione di un’altra industria italiana”.

E’ vero, la storia si ripete, ma le conseguenze sono state, sono e saranno ben diverse da quelle indicate da Clò. Nel giugno 2011, dopo il referendum sul nucleare, importanti esponenti politici e le lobby interessate sostennero, come ripete oggi Clò, che l’Italia aveva “perso il treno”. I fatti, invece, hanno dimostrato, anche se qualcuno non se n’è ancora accorto, che rinunciare al nucleare è stata una scelta saggia e lungimirante. Grazie a quella scelta non produciamo scorie radioattive, che non sapremmo dove mettere, non rischiamo disastri e non siamo impantanati nella costruzione di centrali che avrebbero richiesto tempi e investimenti economici fuori controllo, come dimostrano gli esempi di Olkiluoto e Flamanville. Per contro, il NO al nucleare ha reso possibile il decollo delle energie rinnovabili: il fotovoltaico produce oggi una quantità di energia paragonabile a quella che avrebbero generata due reattori nucleari che, nella migliore delle ipotesi, sarebbero stati pronti nel 2025. 

La storia, appunto, si ripete. Alcuni esponenti del Governo e la lobby del petrolio sostengono che rinunciando allo sfruttamento delle riserve di combustibili fossili, per altro molto marginali, perderemmo un altro treno. Anche in questo caso, però, si tratta di un treno vecchio, che causa danni dove passa e che è destinato ad arrestarsi in un futuro non troppo lontano. Meglio quindi dedicare tutte le nostre forze per salire sul treno giusto, il treno del futuro, quello delle fonti rinnovabili. Ormai tutti dovrebbero aver capito, dopo i numerosi moniti degli scienziati, la conferenza Cop21 di Parigi e l’encliclica Laudato sì di papa Francesco, che la cosa più urgente da fare è custodire il pianeta. Solo una rapida transizione dall’uso dei combustibili fossili a quello delle fonti rinnovabili può risolvere la crisi energetico-climatica.  E’ una transizione già in atto, un processo inarrestabile dal quale il nostro Paese può trarre molti benefici perché siamo all’avanguardia nel manifatturiero, un settore chiave per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Si tratta di un vantaggio che, assieme alle abbondanti fonti rinnovabili di cui disponiamo e alle ottime prospettive di mercato in campo internazionale, ci permette di guardare al futuro con serenità.

Ecco, allora, che il referendum sulle trivellazioni del 17 aprile ha un significato che va ben al di là del contenuto dei suoi singoli quesiti. Si tratta, nientemeno, di dare un senso al futuro per quanto riguarda clima, ambiente ed energia. 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Morti improvvise e vaccino anti Covid: il vaccino protegge molto di più

fiala di vaccino contro COVID

Uno studio canadese molto solido, costruito sui registri sanitari dell’Ontario, ha preso in considerazione oltre 6 milioni di persone, usando dati già ripuliti dai fattori di confondimento. I risultati confutano l’ipotesi che la vaccinazione contro Sars-CoV-2 comporti un rischio aggiuntivo di morte improvvisa per persone apparentemente sane di età tra 12 e 50 anni. È abbastanza per mettere la parola fine alle polemiche sull’aumento di morti improvvise da vaccino: la malattia è più pericolosa.

Sono passati sei anni dall’inizio della pandemia da Sars-CoV-2 e negli ultimi cinque più di 100 milioni di dosi di vaccini sono state somministrate, in una campagna di immunizzazione mondiale che non ha precedenti per dimensioni e tempistica.

La pandemia si è esaurita, la gravità dei quadri clinici dovuta alle infezioni si è fortemente attenuata (soprattutto grazie all’immunità indotta dalle vaccinazioni) e nuovi tasselli di conoscenze scientifiche si aggiungono a quanto già acquisito in corsa.