Covid-19/

Rifiuti a Napoli, ci risiamo

Tempo di lettura: 5 mins

Camminare tra le strade di Napoli è veramente piacevole, ma non è stato mai molto agevole: macchine, tavolini dei bar, cassette dei negozi, deiezioni di cani, pavimentazioni sconnesse hanno sempre reso i marciapiedi napoletani difficili da percorrere, tranne le poche promenade turistiche. In questi giorni la passeggiata diventa un impresa: le strade sono, ancora una volta, ostruite da montagne di sacchetti di rifiuti urbani : una scena già vista, l’ennesima emergenza rifiuti della Campania (prevalentemente Napoli e Caserta). Una malattia cronica a Napoli, da quasi vent’anni, periodicamente si ripetono crisi rifiuti : in assenza di un virtuoso ciclo rifiuti, si aprono nuove discariche : quando queste si riempiono esplode l’emergenza: dopo un po’ se ne riaprono di nuove, con le inevitabili battaglie delle popolazioni ospitanti, fino alla prossima emergenza.

Nel 2008 l’emergenza ha fatto mobilitare tutto il Paese: l’emergenza è stata dichiarata finita nel giugno 2008, chiusa con militari, protezione civile, una apposita legge che dà poteri specialissimi alle autorità locali ed una generosa iniezione di milioni di euro. Dopo pochi mesi l’inaugurazione del grande impianto di termovalorizzazione di Acerra, anche questo funestato da assenza dei cicli primari di trattamento dei rifiuti, ma anche da proteste popolari ed indagini giudiziarie.

Tornare a Napoli dopo tutto questo e dopo quasi tre anni e trovare esattamente lo stesso scenario è cosa ben triste. Ci siamo rimessi a vigilare intensivamente sulla salute dei Napoletani, si sono riavviati i meccanismi dei poteri speciali, molti sindaci si sono ricordati di emanare ordinanze alla popolazione per la raccolta differenziata.

Le responsabilità istituzionali sono sotto gli occhi di tutti : non solo le responsabilità di cose fatte male e tardi, ma soprattutto,le responsabilità del non fare , del “tirare a campare” davanti a problemi che, chiunque capisce, prima o dopo esplodono in emergenze. Il tutto condito dalla rabbia, dall’impotenza, dal senso di sfiducia nelle istituzioni .

Come tutto questo non poteva sollevare, anche stavolta un allarme sanitario ? La letteratura scientifica è ricca di studi sulla relazione tra rifiuti e rischi per la salute; è dimostrato un aumento di rischio per alcuni tumori in popolazioni direttamente esposte a depositi o discariche di rifiuti industriali contenenti sostanze chimiche oncogene : i tanti sversamenti illegali avvenuti in passato in alcune zone di Napoli e Caserta potrebbero aver dato luogo a significativi incrementi di rischio di alcuni gruppi di popolazione: studi sono in corso.

Al contrario non è stato mai dimostrato un nesso causale tra il rifiuto urbano, lasciato per le strade ed aumentati rischi per la salute. D’altra parte questo appare logico :la fermentazione dei rifiuti abbandonati non facilita la crescita di germi patogeni per l’uomo, la presenza di insetti, topi, cani randagi aggiunge degrado al degrado, ma non è correlata ad un aumento di patologie infettive. Si è giunti a fare analisi microbiologiche del contenuto dei sacchetti e persino degli effluvi che risalgono dal mucchio : nessun risultato positivo per germi patogeni per l’uomo.

Analogamente non v’è dimostrazione di rischi per la salute per le discariche di rifiuti costruite e gestite secondo le norme : le discariche sono presenti ovunque ed in ogni Paese, ben poche sono le città che possono eliminare completamente le discariche , anche quelle che vantano record di copertura della raccolta differenziata !

Ben diversa la percezione del rischio : assolutamente naturale associare i rifiuti abbandonati a rischi per la salute, e non solo per il cattivo odore. Il concetto stesso di rifiuto : quello che abbiamo buttato e associato a sporco , a cosa da eliminare, a cosa contraria al nostro corpo, a cosa dannosa per la nostra salute.

E poi sorgono, inesorabili, gli “esperti” che non possono perdere la preziosa occasione di un intervista o di un passaggio televisivo : e qui si precipita nel comico-fantasioso scientifico che tanto piace ai giornalisti : arriva il colera, il tifo, la peste , le peggiori epidemie! Anche malattie endemiche nella zona diventano emblema della “monnezza” : ogni caso di Epatite virale o di febbre come non può essere associata ai cumuli giacenti ai piedi del palazzo?

Ma abbiamo veramente bisogno di invocare rischi epidemici per pretendere che la spazzatura venga raccolta ? E’ mai possibile che senza il fantasma epidemico non si smuova un meccanismo che è un dovere –diritto elementare di ogni cittadino ? Abbiamo mille comportamenti individuali quotidiani che sono motivati da “Igiene” anche se non sono affatto correlati ai rischi per la salute: se beviamo in bicchieri individuali, abbiamo la nostra forchetta , il nostro piatto, ci laviamo spesso le mani ed il corpo, non è più, come era in passato, per scongiurare il rischio di febbri miasmatiche o catastrofiche gastroenteriti, ma perché abbiamo acquisito modalità “fisiologiche “ di vita civile la cui assenza ci farebbe soffrire.

Ed allora perché caricare sui “nostri” rifiuti significati impropri che spostano la verità sui veri esistenti rischi per il nostro benessere. E sì, perché ,i rifiuti abbandonati per strada fanno male, anche se non portano infezioni , fanno molto male, ben di più di una febbre o una diarrea. Fanno male alla nostra psiche, al nostro sentirci comunità, ai nostri comportamenti.

Fanno malissimo ai bambini che ricevono indimenticabili lezioni di degrado urbano, fanno malissimo alle nostre tasche per la perdita di attività commerciali e turistiche, fanno malissimo alla nostra immagine con i quadri delle città immerse nei rifiuti che campeggiano sui media di tutto il mondo, sono demolitivi della nostra dignità di cittadini, di membri di comunità che non sa affrontare uno dei più comuni problemi del viver civile.

I comportamenti sono come i virus: sono infettanti; è quindi leggittimo sperare che un ambiente pulito, cittadini che rispettano le regole diventino virus infettanti sulla popolazione sui responsabili istituzionali , per un epidemia del benessere civile che è pure un diritto di tutti noi.

Aiuta Scienza in Rete a crescere. Il lavoro della redazione, soprattutto in questi momenti di emergenza, è enorme. Attualmente il giornale è interamente sostenuto dall'Editore Zadig, che non ricava alcun utile da questa attività, se non il piacere di fare giornalismo scientifico rigoroso, tempestivo e indipendente. Con il tuo contributo possiamo garantire un futuro a Scienza in Rete.

E' possibile inviare i contributi attraverso Paypal cliccando sul pulsante qui sopra. Questa forma di pagamento è garantita da Paypal.

Oppure attraverso bonifico bancario (IBAN: IT78X0311101614000000002939 intestato a Zadig srl - UBI SCPA - Agenzia di Milano, Piazzale Susa 2)

altri articoli

Agamben e le insensatezze sulla dittatura telematica

Viviamo sotto dittatura telematica, le tecnologie digitali producono comunità fantasmatiche, i prof che fanno didattica a distanza sono come i docenti che giurarono fedeltà al Fascismo, ecc. ecc. Se, come dice Giorgio Agamben, il problema è la “barbarie tecnologica” che svuota le aule e sfibra lo studentato, c’è da chiedersi perché insieme alla didattica a distanza non abolire anche la scrittura e i libri. Niente distanzia più della tecnologia alfabetica e di quella tipografica.
Crediti immagine: Pexels/Pixabay. Lienza: Pixabay License

È vero che il buon senso non produce buona filosofia, ma ciò non significa che per produrre buona filosofia bisogna necessariamente dire qualcosa di insensato. Pare che invece che Giorgio Agamben voglia dimostrarci il contrario, e poiché non è certo un Diego Fusaro la cosa stranisce un po’. Eppure bisogna resistere ai resistenti, evitare di essere apodittici (anche perché non ce lo possiamo permettere), e provare a trarre dalle argomentazioni degli apocalittici utili spunti per gettare luce su quel che accade intorno a noialtri ingenui integrati.