fbpx La responsabilità per i danni provocati dal cambiamento climatico e l’attribution science | Scienza in rete

La responsabilità per i danni provocati dal cambiamento climatico e l’attribution science

Tempo di lettura: 15 mins

Sono in aumento le controversie e le azioni giudiziarie riguardanti il cambiamento climatico o volte a ottenere un risarcimento dei danni dovuti a determinati eventi atmosferici nei confronti di soggetti ritenuti responsabili. È, questo, un effetto dei risultati dell'attribution science, una disciplina volta a chiarire quale sia il rapporto causale tra il verificarsi di eventi meteorologici estremi e il cambiamento climatico.

Crediti immagine: Markus Spiske/Unsplash

In un articolo di dieci anni fa, trattando il tema delle climate litigations, le controversie giudiziarie concernenti il cambiamento climatico, l’autrice osservava che per la maggior parte esse erano promosse contro i governi per ottenere l’introduzione di limiti o controlli sulle attività produttive di emissioni di gas serra oppure contro le imprese coinvolte nella loro produzione (soprattutto multinazionali del petrolio) per ottenere il rispetto di normative esistenti. Solo da pochi anni, continuava l’articolo, sono comparse controversie che hanno come oggetto il tema della responsabilità per i danni provocati dal cambiamento climatico. Queste, peraltro, non adducevano specifici elementi a carico dei soggetti ritenuti responsabili e non facevano riferimento a precisi eventi meteorologici (le due controversie più note dell’epoca sono state promosse nel 2006 da alcuni Stati del nord est degli Stati Uniti contro società che producevano elettricità utilizzando carbone e dalla California contro produttori di automobili).

Da allora, le controversie climatiche sono progressivamente aumentate - un “fenomeno ormai globale”, era qualificato in una rassegna del 2019 - per molti concomitanti fattori: l’aggravarsi dei danni provocati dal mutamento del clima, l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, le fondamentali decisioni emesse dalle corti olandesi nel famoso caso Urgenda e l’estendersi dei movimenti di protesta . Negli ultimi anni sono anche aumentate le azioni giudiziarie volte a ottenere il risarcimento dei danni provocati per determinati eventi atmosferici nei confronti di soggetti ritenuti responsabili degli eventi o del loro aggravamento.

È l’effetto dei progressi compiuti dalle scienze del clima e dallo sviluppo di una particolare disciplina nota come attribution science.

Il percorso verso il riconoscimento del danno

In realtà, il tema della responsabilità per i danni provocati dal clima si è affacciato nelle negoziazioni internazionali più di trent’anni orsono. Nel 1991, nel corso delle trattative che hanno preceduto l’approvazione della Convenzione quadro sul contenimento del cambiamento climatico, AOSIS, un’associazione appena costituita che riuniva gli Stati formati da piccole isole più esposti alle conseguenze del cambiamento climatico, aveva sollevato il problema, proponendo non ipotesi risarcitorie ma l’istituzione di un fondo assicurativo internazionale finanziato dagli Stati sviluppati per risarcire le vittime dell’innalzamento del livello dell’oceano. La proposta non venne neppure esaminata per l’opposizione di tutti i paesi industrializzati, anche se già allora era facile prevedere che la questione si sarebbe riproposta con forza negli anni seguenti, via via che l’impatto del cambiamento climatico avrebbe prodotto danni consistenti e talvolta irreversibili negli Stati più vulnerabili.

Sono stati però necessari oltre vent’anni affinché, a fronte del sempre più evidente insuccesso della politica di mitigazione e delle difficoltà di attuazione delle strategie di adattamento, specie nei paesi non industrializzati del cosiddetto Global South1, nel corso della Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione quadro (COP-19) svoltasi a Varsavia nel 2013, il tema dei danni da cambiamento divenisse oggetto di una specifica disciplina: il Warsaw International Mechanism for Loss and Damages (WIM), dove l'espressione loss and damages riguarda gli impatti del cambiamento climatico che non sono o non possono essere controllati mediante strategie di adattamento e che producono effetti dannosi permanenti.

Infine, nel 2015, con l’Accordo di Parigi il danno provocato dal cambiamento climatico è stato aggiunto alla mitigazione e all’adattamento e riconosciuto come il terzo pilastro della politica di contenimento del ccc, anche se le disposizioni introdotte hanno risentito del compromesso resosi necessario a seguito dell’opposizione dei paesi industrializzati e in particolare degli Stati Uniti, i quali temevano che il riconoscimento avrebbe posto le premesse per richieste di risarcimento del danno da parte degli Stati più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico nei confronti di coloro che storicamente ne erano considerati responsabili. Così l’art. 8.1 stabilisce che «Le Parti riconoscono l’importanza di evitare e ridurre al minimo le perdite e i danni collegati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici, compresi eventi meteorologici estremi e eventi lenti a manifestarsi e di porvi rimedio e riconoscono altresì l’importanza del ruolo dello sviluppo sostenibile nella riduzione del rischio di perdite e danni», mentre l’art. 8.3 fa riferimento alla cooperazione al fine di escludere ogni profilo di responsabilità.

Per maggior sicurezza, i paesi sviluppati hanno preteso l’inserimento di una precisazione nella Decisione (il testo che forma insieme all’Accordo il Paris Outcome): il paragrafo 51 stabilisce che l’art. 8 non costituisce “una base per richieste di responsabilità o risarcimento”2 .

L'attribution science

Le azioni volte a ottenere un risarcimento dei danni provocati dal cambiamento climatico non sarebbero possibili senza il contributo offerto dalle scienze del clima e senza lo sviluppo di una disciplina scientifica nota come attribution science. Fino a pochi anni fa, mentre i successivi rapporti dell’IPCC offrivano sempre più precise conferme che, in generale, il cambiamento climatico contribuiva ad aumentare la frequenza e l’intensità di molti eventi che alteravano l’equilibro climatico determinando danni non solo agli umani ma anche alla biodiversità, era impossibile stabilire se uno specifico evento fosse stato determinato da variazioni climatiche naturali, ancorché improbabili, oppure se il surriscaldamento dell’atmosfera o degli oceani provocati dal cambiamento climatico avesse contribuito al suo verificarsi. Era inoltre impossibile quantificare il contributo causale al cambiamento climatico offerto da specifiche emissioni di gas serra, identificando quindi i responsabili.

Da alcuni anni però si è sviluppato, utilizzando parametri matematici e statistici e elaborando sempre più raffinati modelli con computer sempre più potenti, un settore scientifico che si propone di ricercare e quantificare il nesso causale tra cambiamento climatico e uno specifico evento meteorologico estremo e di individuare i responsabili. L’event attribution e la source attribution sono quindi gli obiettivi di questa disciplina.

Nel primo caso, oggetto dell’indagine sono gli eventi estremi che si verificano in un breve spazio di tempo, pochi giorni o perfino poche ore: uragani, inondazioni provocate da piogge protratte e intense, ondate di calore o di siccità. Ma può trattarsi anche dei cosiddetti slow onset events, eventi che si sviluppano gradualmente a seguito di mutamenti che si verificano nel corso di anni o decenni: innalzamento del livello o acidificazione degli oceani, riduzione dei ghiacciai, degrado delle foreste, perdita della biodiversità, desertificazione.

In questo secondo caso, oggetto dell’indagine sono le emissioni di gas serra, prodotte dalle diverse attività – estrazione e produzione di carbone, petrolio e gas naturale, i diversi settori industriali, i trasporti e l’agricoltura – per quantificarne il rispettivo contributo al cambiamento climatico.

Questione di metodo

Per ciò che riguarda l’event attribution, risalgono agli anni Novanta le prime elaborazioni di modelli climatici per comparare i mutamenti verificatisi nell’assetto del clima della Terra nel corso dei secoli con modelli climatici in cui sono assenti o sono presenti nell’atmosfera in diversa agenti naturali o immissioni prodotte dagli umani, traendo conclusioni sulla probabilità del verificarsi di determinati eventi. Solo però anni dopo l’attribution science ha perfezionato i metodi di indagine, ottenendo risultati affidabili, soprattutto con riferimento agli eventi meteorologici estremi (per gli slow onset events le conclusioni sono meno precise in quanto nel corso del tempo intervengono numerose variabili la cui incidenza è difficile da stimare).

Il procedimento consiste nel creare, mediante appositi programmi installati su potenti computer, per ciascun evento che si intende analizzare uno o più modelli in cui siano ridotte o annullate le immissioni di gas serra nell’atmosfera, in modo da verificare, effettuando una comparazione con il mondo reale, se e con quale probabilità l’evento studiato si sarebbe verificato con la stessa intensità.

Il metodo più utilizzato è un procedimento statistico consistente nel calcolare la frazione di rischio attribuibile (fraction of attributable risk, FAR) alle varie cause che hanno contribuito al verificarsi di un evento. È un procedimento utilizzato da tempo dagli epidemiologi per calcolare l’incidenza di un determinato fattore su un evento morboso (per esempio, per determinare qual è il rischio di insorgenza di cancro attribuibile al fumo). Così, nel 2004, uno studio condotto sulle cause dell’ondata di calore che nel 2003 ha colpito l’Europa, provocando migliaia di morti, ha concluso che essa era divenuta molto più probabile per effetto del cambiamento climatico: l’evento, possibile una volta ogni 1000 anni senza le immissioni di gas serra prodotte dalle attività antropiche, avrebbe potuto ripetersi una volta ogni cento anni con la quantità di gas serra presenti nell’atmosfera nel 2003 e sarebbe divenuto più frequente dopo il 2040 se il cambiamento climatico non fosse stato contenuto .

Ora gli studi di attribution science sono condotti regolarmente con riferimento a tutti gli eventi climatici estremi.

Nel 2017, uno studio pubblicato dal World Weather Attribution ha concluso che il verificarsi con la medesima intensità dell’uragano Harvey che aveva colpito gli Stati Uniti in quello stesso anno era tre volte più probabile. L’anno seguente, l’American Meteorological Society ha pubblicato una rassegna di tutti gli studi di attribution science realizzati dal 2012: nel 70% dei casi risultava che il 70% degli eventi era stato aggravato dal cambiamento climatico . Si può dire che oggi non c’è evento meteorologico fuori dal comune che non sia sottoposto a esame dall’attribution science.

Così, esaminando un evento pressoché contemporaneo a quello verificatosi in Romagna, l’abnorme ondata di calore che ha colpito nell’aprile del 2023 il sud dell’Asia (India, Laos, Bangladesh e Vietnam), raggiungendo i 45° per molti giorni consecutivi e provocando decine di morti e centinaia di ricoveri ospedalieri, uno studio ha concluso che esso ha una probabilità di ripetersi in futuro 30 volte superiore rispetto a un mondo virtuale senza cambiamento climatico. Nello stesso periodo sono state oggetto di esame anche le forti piogge in Romagna si sono protratte per i primi 21 giorni di maggio del 2023 provocando una disastrosa alluvione e danni ingentissimi: un gruppo di scienziati è giunto alla conclusione (peraltro assai contestata da altri ricercatori3) che sono state un evento per il quale il contributo del cambiamento climatico non era stato particolarmente rilevante, essendo stato determinato da un improbabile concorso di cause naturali: così improbabile che lo studio ha valutato che possa verificarsi con la stessa intensità una volta ogni 200 anni.

La ricerca della responsabilità

Altre ricerche hanno stabilito l’entità del contributo offerto dalle diverse emissioni di gas serra e quindi risalire ai soggetti che possono essere ritenuti responsabili. Due centri di ricerca, il Carbon Dioxide Information Analysis Center (CDIAC), collocato presso il Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti con il compito di raccogliere e analizzare dati sul cambiamento climatico, e l’australiano Global Carbon Project, con il compito di coordinare gli scienziati che studiano il cambiamento climatico, muovendo dal calcolo dell’ammontare complessivo delle emissioni di gas serra dal 1751 a oggi, hanno quantificato la responsabilità cumulativa degli Stati industrializzati.

Il risultato di queste ricerche è che le emissioni solo nel 1984 hanno raggiunto una quantità pari alla metà del totale dei gas serra oggi presenti nell’atmosfera: l’altra metà è stata quindi immessa nell’atmosfera negli ultimi trent’anni, durante i quali agli Stati industrializzati si sono aggiunti molti Stati che hanno intrapreso rapidamente la strada dell’industrializzazione. Si tratta di un dato di particolare rilievo, perché l’impatto delle immissioni sul clima non è proporzionale, ma esponenziale.

Naturalmente, per ripartire la responsabilità delle emissioni tra gli Stati è necessario tenere conto di molti aspetti, quali il modificarsi dell’estensione territoriale degli Stati, l’entità della popolazione presente nelle varie fasi di sviluppo e la data in cui in ciascuno Stato si è avviata l’industrializzazione.

Indagini sulla responsabilità delle imprese

Un secondo filone di ricerche, muovendo dall’entità del contributo offerto dalle diverse emissioni di gas serra, si è soffermato sulla responsabilità non degli Stati ma delle imprese che hanno operato, dalla Rivoluzione industriale in poi, in settori che hanno prodotto la maggior parte delle emissioni di gas serra. Una prima ricerca di questo tipo è stata limitata a una sola impresa, la multinazionale ExxonMobil. Un'importante NGO, Friends of the Earth International, ha pubblicato nel 2014 i risultati di due studi commissionati a indipendenti centri di ricerca per accertare e quantificare le emissioni di gas serra nell’atmosfera della multinazionale, a partire dal 1882, in cui fu costituita la Standard Oil Trust.

Dieci anni dopo, uno studio ha dimostrato, a seguito di una analisi quantitativa dell’estrazione e della produzione di combustibili fossili tra il 1854, la prima data in cui sono disponibili dati sulla produzione di un combustibile fossile (nella specie, carbone, estratto da una società oggi scomparsa, Westmoreland Coal) ) e il 2010, che il 63% del totale dei gas serra immessi nell’atmosfera proviene da 90 imprese ancora attive, 56 nel settore petrolifero e 34 nell’estrazione e distribuzione di carbone. Di queste, 40 sono controllate da Stati o gestite direttamente da Governi. Un’altra più recente ricerca, pubblicata nel 2020 dal Climate Accountability Institute, un centro di ricerca statunitense, ha identificato i Carbon Majors, le imprese responsabili per oltre 2\3 dei gas serra immessi nell’atmosfera dalla Rivoluzione industriale a oggi e con un successivo rapporto ha indicato le 100 imprese che hanno emesso la maggior quantità di gas serra nella loro attività dal 1988 (il 71% delle emissioni globali) .

La rilevanza dell'elemento soggettivo

Naturalmente, oltre a questi dati quantitativi, l’attribuzione della responsabilità per i danni provocati dal cambiamento climatico dipende anche dalla rilevanza attribuita all’elemento soggettivo, quindi alla consapevolezza di porre in essere azioni che avrebbero alterato il bene comune atmosfera, che può dirsi raggiunta o comunque acquisibile negli anni Sessanta del secolo scorso. L’adozione di un criterio puramente oggettivo porrebbe infatti sullo stesso piano comportamenti posti in essere senza consapevolezza degli effetti dannosi e comportamenti successivi all’acquisizione della coscienza di alterare il clima.

Se invece si attribuisce valore all’elemento soggettivo, assumono rilevanza solo le immissioni successive alla data in cui era conosciuto o agevolmente conoscibile l’effetto prodotti dall’immissione dei gas serra nell’atmosfera. In questo modo, tuttavia, sarebbe premiato il vantaggio storico acquisito dagli Stati industrializzati rispetto a quelli che solo negli ultimi decenni si sono avviati sula via dello sviluppo. Inoltre, molte sono le date a partire dalle quali si può dire sussistente la consapevolezza, o quantomeno il sospetto, del pericolo (qui una rassegna dei possibili criteri per attribuire rilevanza all’elemento soggettivo).

Si può sostenere che la soglia oltre la quale assume rilevanza l’elemento soggettivo è il 1990, data in cui l’IPCC ha per la prima volta avvisato del pericolo costituito dall’immissione di gas serra nell’atmosfera. In realtà sono stati numerosi gli avvertimenti provenienti da organi scientifici assai prima di quella data, a partire dagli anni Sessanta. Si può anche sostenere che normali criteri di diligenza avrebbero imposto di compiere i necessari accertamenti ancor prima: la prima denuncia del rapporto tra utilizzo dei combustibili fossili e aumento della temperatura risale addirittura all’inizio del secolo scorso, allorché Arrenhius pubblicò le sue stime dei pericoli dell’effetto serra nel caso in cui fosse raddoppiato il quantitativo di anidride carbonica allora presente nell’atmosfera, un livello da tempo ampiamente superato: questi dati sono stati sottovalutati da coloro che non volevano rinunciare ai mezzi che stavano alla base del sistema di sviluppo. Di conseguenza, la conoscenza degli effetti dell’uso dei combustibili fossili, o quantomeno la possibilità di conoscenza, risale nel tempo a un periodo nel quale gli effetti sul clima avrebbero potuto essere in larga misura ridotti. L’argomento è oggetto di un vasto dibattito.

In proposito, in un libro che costituisce ancora uno dei punti di riferimento per l’etica del clima, il filosofo Stephen Gardiner ha qualificato il cambiamento climatico come una perfect moral storm, affermando che, pur ponendo problemi scientifici, economici, sociali e giuridici, è soprattutto un problema etico.

Responsabilità, cosa dicono le stime

Per ciò che riguarda la responsabilità degli Stati, una stima formulata dai due centri di ricerca che hanno indagato sulle complessive emissioni di gas serra, il Carbon Dioxide Information Analysis Center e il Global Carbon Project, basata su criterio ponderato tra le varie alternative di attribuzione di rilevanza all’elemento soggetti, indica che gli Stati industrializzati potrebbero essere complessivamente responsabili del 40% dell’attuale presenza di gas serra nell’atmosfera, il 20% della responsabilità graverebbe sulla Cina, il 5% su India e Russia .

Più precise sono invece le stime sulla responsabilità delle imprese: venti imprese hanno immesso nell’atmosfera dal 1965 fino al 2018 il 35% dei gas serra oggi presenti. Le prime 12, tutte multinazionali nel settore del petrolio, sono responsabili del 20% delle emissioni complessive nel periodo 1965 - 2018.

È stato osservato dall’OECD, in un recente rapporto, che le responsabilità dei principali agenti del cambiamento climatico sono relativamente pacifiche anche se richiedono ulteriori analisi quantitative .

Dall'attribution science alle climate litigation

La finalità degli studi di attribution science non è quella di accertare responsabilità giuridiche ma di chiarire quale sia il rapporto causale tra il verificarsi di eventi meteorologici estremi e il cambiamento climatico e quali siano i più importanti agenti che hanno contribuito al suo verificarsi, immettendo nell’atmosfera quantità sempre maggiori gas serra. Gli studi in esame si propongono quindi di offrire i presupposti scientifici per contribuire a scelte e decisioni da adottare a livello politico, sia a livello statale che a livello internazionale (per esempio per una distribuzione corretta dei fondi per sostenere i danni provocati da eventi per il cui verificarsi risulti accertato il contributo del cambiamento climatico).

È tuttavia intuitivo che questi studi possano offrire le basi – specie se le metodologie utilizzate continuino a evolversi e a perfezionarsi con la rapidità attuale - per promuovere climate litigations aventi come oggetto il risarcimento dei danni provocati da specifici eventi meteorologici estremi, per i quali sia possibile affermare che vi sia stato un contributo del cambiamento climatico al verificarsi dell’evento e di individuarne i principali responsabili, Stati o imprese. Infatti sono in aumento le domande per ottenere dalle Carbon Majors risarcimenti dei danni provocati dal cambiamento climatico in occasione di specifici eventi (cause che provocano rilevanti conseguenze economiche e finanziarie sul patrimonio delle imprese citate in giudizio), basando le richieste sui risultati di dati offerti dall’attribution science. Recentemente, la California, seguendo l’esempio di altri sei Stati, ha avviato un giudizio contro cinque Carbon Majors chiedendone la condanna a contribuire a un fondo gestito dallo Stato per far fronte ai danni provocati dal cambiamento climatico.

Note

1. L’espressione non indica un’area geografica (non vi rientrano infatti l’Australia e la Nuova Zelanda e vi rientrano invece paesi collocati nell’emisfero Nord) ma l’insieme dei paesi una volta definiti sottosviluppati. Una recente ricerca ha dimostrato che il ccc si verifica con maggiore intensità negli oceani tropicali e nel Nord dell’Africa, vedi: Lily Salloum Lindegaard, Heidi White, Zoha Shawoo, From Science To Policy: The Development Of Loss And Damage in Making Headway On Loss And Damage, Danish Institute for International Studies, 2022

2. Non va tuttavia trascurato che c’è una disposizione inserita negli atti allegati alla Convenzione quadro del 1992 su iniziativa di quattro stati aderenti a AOSIS (Figi, Kiribati, Nauru e Tuvalu) in base alla quale la sottoscrizione della Convenzione non comporta in alcun modo la rinuncia a diritti riconosciuti dal diritto internazionale concernenti la responsabilità degli Stati

3. Le conclusioni dello studio hanno suscitato un ampio dibattito e sono state contestate da vari altri gruppi di ricerca, che hanno ritenuto che sia stata utilizzata metodologia rapida e semplificata, non adatta all’oggetto dello studio, mentre con più accurate metodologie risulterebbe una maggiore incidenza del ccc sul verificarsi dell’evento. Si veda qui per un'esposizione del dibattito


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Il robot umanoide non è umano: intervista a Giulio Sandini

Giulio Sandini, direttore del dipartimento di Robotica, Scienze Cognitive e del Cervello dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, sorride accanto al robot antropomorfo iCub

Giulio Sandini, direttore del dipartimento di Robotica, Scienze Cognitive e del Cervello dell’Istituto Italiano di Tecnologia, tra i relatori al convegno sull’Intelligenza Artificiale al Museo Scienza e Tecnologia di Milano di martedì 27 febbraio, ci spiega sfide, promesse e limiti della tecnologia robotica, aiutandoci a comprendere le profonde differenze tra l’intelligenza di un robot e l’intelligenza umana. Nella foto, Giulio Sandini accanto al celebre robot antropomorfo iCub.

Quando si pensa ai robot, spesso nell’immaginario collettivo li si dipinge come umanoidi, dotati di un notevole grado di autonomia, pronti a mettersi al servizio dell’essere umano, quando non a prenderne il posto o addirittura, se la fantasia prende un segno negativo, a ribellarsi e spodestarlo.

Siamo piuttosto lontani dalla realtà.