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Piazza San Carlo: anche la sicurezza ha bisogno di ricerca

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Ora che si è accertato che il grave incidente il 3 giugno scorso in piazza San Carlo a Torino è da attribuire a una gang che in un luogo affollato da 30mila persone ha compiuto una serie di rapine scatenando il panico nella folla, il caso sembrerebbe chiuso. Sarebbe invece meglio soffermarsi sul perché una folla può reagire in modo tale da lasciare sul campo un morto e più di 1.500 feriti. Per scoprire magari che l’esito drammatico non era affatto scontato.

Il tema è quello dei rischi che si corrono nel corso di evacuazioni d’emergenza in luoghi sovraffollati, come è avvenuto anche nel caso della Costa Concordia, o quelli di Parigi e Nizza provocati da attacchi terroristici.

Come fare a evitare tragedie simili, o quanto meno minimizzarne i danni? Anche in questo la ricerca scientifica può dare un aiuto molto concreto.

E’ noto infatti che la folla in condizioni di panico perde parte della razionalità abituale. Analizzando i movimenti delle persone in queste condizioni si osserva infatti che, se la prima riposta istintiva è di darsi alla fuga evitando ostacoli e pareti, dall’altro subentra una attrazione fortissima a imitare istantaneamente quello che fanno gli altri. Questo porta inevitabilmente a sovraffollamenti localizzati che possono risultare fatali.

Una strategia efficace è quella di dislocare nella folla alcune persone addestrate e riconoscibili che, in caso di incidente, agiscano secondo un piano di fuga preordinato per far defluire le persone in piccoli gruppi e salvare così molte vite. Questi piani esistono, così come una massa notevole di studi interdisciplinari e modelli matematici finalizzati proprio a rendere il più sicuro possibile il deflusso di grandi raduni di persone da luoghi a rischio. In questi anni, la Commissione europea ha finanziato progetti scientifici per migliorare ulteriormente le condizioni di sicurezza nei luoghi pubblici. Con risultati anche molto innovativi.

Un esempio è il progetto Evacuate, concluso quest’anno e di cui ha fatto parte uno degli autori di questo articolo (Nicola Bellomo), rivolto a studiare situazioni di crisi in ambienti come stadi, stazioni di metropolitana, aeroporti e navi. Il Politecnico di Torino ha partecipato al progetto elaborando modelli matematici capaci di simulare la dinamica delle folle in ambienti complessi e in condizioni di forte stress. Il progetto ha prodotto un simulatore di dinamica delle folle in diversi scenari evidenziando pro e contro di possibili decisioni da parte dagli addetti alla sicurezza. Si è visto così che ciò che viene fatto nei primi minuti è decisivo, e che assistendo l’azione degli operatori con sistemi che integrano informazioni in tempo reale raccolte da sensori e modelli si può ridurre notevolmente il tempo di evacuazione in sicurezza. Le strategie di evacuazione evitano concentrazioni locali eccessive che sono la maggiore sorgente di incidenti.

Ma soprattutto il progetto ha consentito a piccole e medie imprese di lavorare a favore della sicurezza pubblica senza investimenti altrimenti proibitivi, mentre le Università hanno potuto alimentare le loro ricerche dando nuove opportunità di formazione ai loro ricercatori in un settore economico cruciale ma ancora poco valorizzato in Europa. E’ un peccato che l’attenzione su questi temi nelle università italiane sia minore che altrove. Nei fatti molti ricercatori italiani, dopo aver lavorato in progetti che contribuiscono a costruire un ponte fra ricerca di base e applicazioni, lasciano il paese per continuare le loro ricerche altrove, dove la ricerca è finanziata adeguatamente.

Investire nella scienza non è un lusso ma una necessità. E in alcuni casi anche un’assicurazione sulla vita.

 


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Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

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Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.