
Mentre giugno 2026 mette in ginocchio mezza Europa con temperature da record, blackout e morti, l'Ufficio europeo dell'Organizzazione mondiale della sanità pubblica la seconda edizione della sua guida sui piani caldo-salute. Un documento che, oltre a fotografare una minaccia ormai strutturale, dice cose molto concrete su come proteggersi: dalle regole per usare il ventilatore al ruolo decisivo del verde urbano e dei pannelli solari sui tetti. E in cui la ricerca italiana ha un peso notevole. Immagine generata con Claude.
L'estate del 2026 non era ancora iniziata da un giorno che già si contavano i morti. Attorno al solstizio un'ondata di calore eccezionalmente precoce e intensa ha investito l'Europa occidentale con temperature di 14-18 °C superiori alla media per la fine di giugno. La Francia ha toccato il suo record assoluto di sempre, con 44,3 °C a Pissos, nelle Landes; in Portogallo e nel sud della Spagna si sono raggiunti i 42,7 °C; il Regno Unito ha frantumato il primato di caldo per il mese di giugno, fermo dal 1976, sfiorando i 38 °C. Parigi ha registrato decine di vittime legate al meteo, le scuole hanno chiuso, i treni hanno rallentato, gli agricoltori hanno lavorato di notte.
In Italia scena altrettanto dura: bollino rosso in città come Roma, Firenze, Bologna, Milano e Torino, e cavi elettrici sotterranei surriscaldati che hanno provocato blackout ripetuti proprio quando la domanda di condizionamento era al massimo. Il caldo non si limita a far ammalare le persone, manda in tilt le infrastrutture su cui la nostra capacità di difenderci si regge.
L'Europa è il continente che si scalda più in fretta al mondo: dalla metà degli anni Novanta la temperatura sale di circa 0,56 °C per decennio, più del doppio della media globale, ferma intorno a 0,27 °C. Rispetto all'era preindustriale il riscaldamento europeo ha già superato i 2,5 °C. Questa accelerazione si traduce direttamente in vite umane perdute. Secondo le stime del Lancet Countdown, l'estate del 2022 ha causato in Europa più di 60.000 morti premature per il caldo, il 2023 oltre 47.000 e il 2024 circa 62.000: solo negli ultimi tre anni si arriva, sommando, ben oltre 160.000 decessi, in larga parte considerati evitabili. Il dato più impressionante è la pervasività del fenomeno: il 99,6% delle regioni europee monitorate ha visto crescere la mortalità attribuibile al caldo nell'ultimo decennio, e il numero di allerte giornaliere per caldo estremo è aumentato del 318% rispetto agli anni Novanta. Senza i processi di adattamento introdotti finora, calcolano gli stessi ricercatori, la mortalità sarebbe stata ancora più alta dell'80%. Il report 2026 del Lancet Countdown sulla salute e il cambiamento climatico in Europa, firmato da 65 esperti di 46 istituzioni e costruito su 43 indicatori, quantifica con precisione questa escalation: in 823 regioni europee, la quasi totalità di quelle monitorate, la mortalità attribuibile al caldo è cresciuta tra il 2015 e il 2024 rispetto al 1991-2000, con un incremento medio di 52 morti per milione di abitanti all'anno. E il caldo non sottrae solo vite: nel 2020-2023 ha ridotto l'offerta di lavoro in Europa dell'1,52%, l'equivalente di 24 ore in meno per lavoratore all'anno, penalizzando soprattutto chi opera all'aperto nell'edilizia e nell'agricoltura del Sud del continente.
È in questo scenario che va letta la pubblicazione, in piena ondata di calore, della seconda edizione della guida dell'OMS Europa Heat–health action plans: guidance (Copenaghen, 2026), aggiornamento della prima versione del 2008. Non un trattato scientifico, avvertono gli autori, ma un manuale operativo: il tentativo di trasformare quasi vent'anni di evidenze ed esperienza sul campo in azioni che governi, città e servizi sanitari possano davvero attuare.
Che cos'è un piano caldo-salute
Il direttore dell'OMS Europa, Hans Henri Kluge, riassume la tesi di fondo con “obiettivo zero morti da calore”. Obiettivo molto di là da venire e per il quale serve un progetto operativo che chiama in causa sanità, urbanisti, servizi sociali e protezione civile. Alla guida dell’OMS hanno lavorato centinaia di persone, fra cui Francesca De’ Donato, del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, una delle realtà di riferimento internazionale per lo studio degli effetti del caldo sulla salute. «La guida OMS ha lo scopo di trasformare le evidenze in azioni concrete, adattabili ai contesti nazionali, regionali e locali per contrastare i rischi di salute legati del caldo con una particolare attenzione alle popolazioni più vulnerabili» spiega De’Donato. «Se l'aumento delle ondate di calore e i rischi per la salute sono ormai un dato di fatto, le politiche e le misure di prevenzione sono ancora troppo frammentarie. Occorreva quindi una nuova edizione della guida che le mettesse insieme, con anche una selezione di esempi concreti di best practice, schede pratiche di azioni per i diversi interlocutori e la definizione di una message bank per la comunicazione che possa promuovere adattamento e resilienza al caldo».
Gli otto elementi intorno ai quali si organizza la guida sono pensati per coprire l'intero ciclo della prevenzione: preparazione, attivazione durante l'evento, apprendimento tra una stagione e l'altra. Sono la governance (chi decide, chi risponde, con quali fondi); il sistema di allerta caldo-salute, che deve generare avvisi graduati e soprattutto collegati ad azioni già concordate; l'identificazione delle popolazioni a rischio; la comunicazione; la resilienza del sistema sanitario; la riduzione dell'esposizione al calore; la sorveglianza; e infine il monitoraggio e la valutazione, per correggere soglie e misure di anno in anno.
Dietro questa architettura, però, ci sono le tre forze che secondo l'OMS hanno prodotto la «tempesta perfetta»: il cambiamento climatico, che rende le ondate più frequenti, intense e lunghe; l'urbanizzazione, con il 75% degli europei che già vivono in città (oltre l'80% al 2050) e l'effetto isola di calore che rende i centri urbani anche di parecchi gradi più caldi delle campagne, soprattutto di notte; infine l'invecchiamento, con il numero di over 65 nelle città destinato a più che triplicare. Combinate, queste tendenze potrebbero moltiplicare fino a dieci volte, entro il 2050, l'esposizione delle persone fragili agli eventi più pericolosi. Fin qui la cornice. La parte più utile per chi legge, però, arriva quando il documento smette di descrivere il problema e comincia a dire cosa fare.
La parabola del ventilatore
La prima sorpresa contenute nella guida, per molti, riguarda il ventilatore. È il gesto più istintivo quando fa caldo, ma la guida invita alla prudenza: durante il caldo estremo, sopra i 35 °C circa, il solo ventilatore può non bastare a prevenire i danni e, per gli anziani, per chi ha malattie croniche o assume farmaci che alterano la termoregolazione, può addirittura risultare controproducente, perché accelera la disidratazione senza raffreddare davvero il corpo. Può restare utile in persone sane, quando non ci sono alternative migliori e se abbinato a tecniche come bagnare la pelle, ma non va considerato una soluzione universale. È esattamente il tipo di indicazione che dovrebbe entrare nei messaggi al pubblico, dove spesso passa il contrario.
Il resto delle raccomandazioni individuali è all'insegna del buon senso reso sistematico: raffreddare il corpo con panni o spugne umide su viso, collo e braccia; bere a piccoli sorsi frequenti, con pause idratazione programmate ogni 30-60 minuti negli ambienti scolastici; chiudere persiane e tapparelle nelle ore calde e aprire le finestre solo quando fuori è più fresco che dentro (e l'aria non è inquinata da incendi). L'importanza di ribadire norme banali come queste sta nel fatto che una quota enorme della mortalità da calore avviene in casa, al chiuso, e riguarda persone che non si percepiscono a rischio.
Socializzare gli anziani
Da qui la seconda misura di sanità pubblica: rompere l'isolamento degli anziani. Il documento parla esplicitamente di “capitale sociale”, per gli amici “compagnia”, come fattore protettivo e indica una rete di figure che possono fare la differenza controllando le persone fragili durante le ondate, dai caregiver formali e informali agli assistenti sociali, dai volontari agli insegnanti, dai medici di famiglia ai sindacati (si veda la loro importanza nei giorni scorsi in Italia nel ottenere condizioni più sopportabili nei lavori di rider e manovali, fra le categorie più esposte). Anche i medici, ovviamente possono fare la differenza: una telefonata o una visita possono intercettare i primi segni di un colpo di calore prima che diventi un ricovero. Accanto a questo, la guida raccomanda di rendere accessibili spazi freschi e climatizzati (i cosiddetti centri di raffrescamento, o rifugi climatici), punti di accesso all'acqua, stanze fresche dedicate negli edifici pubblici e nelle scuole. Sono interventi a basso costo, attivabili in fretta, che però richiedono di essere pianificati prima dell'estate, non improvvisati durante l'emergenza.
Il verde e l'acqua per salvare le città
Se le misure individuali servono a sopravvivere all'ondata, è sulla città che si gioca la partita di lungo periodo. La guida dedica grande spazio all'ambiente costruito, riconosciuto come il fattore che più di ogni altro può amplificare o smorzare l'esposizione al caldo. Morfologia urbana densa, poca vegetazione, superfici scure che assorbono calore come asfalto e cemento, edifici mal ventilati: tutto questo alimenta l'isola di calore e mantiene le città più calde, di notte in particolare, quando l'organismo dovrebbe recuperare e invece non ci riesce.
La risposta indicata è quella che gli urbanisti chiamano infrastruttura verde e blu: alberi e parchi che fanno ombra ed evapotraspirano abbassando la temperatura, specchi e corsi d'acqua, spazi pubblici ombreggiati, tetti e pareti più riflettenti, edifici progettati per disperdere il calore grazie a isolamento, schermature, vetri adeguati e ventilazione. La guida sottolinea che la prestazione termica del patrimonio edilizio è un vero determinante di salute, perché decide quanto sarà rovente la stanza dove una persona anziana passerà la notte. Ma raffreddare un singolo appartamento serve a poco se l'intero quartiere accumula calore: per questo il documento insiste sulla scala urbana e metropolitana, e quindi su una collaborazione stabile tra sanità, urbanistica, edilizia, trasporti, energia e protezione civile. È qui che il piano caldo-salute smette di essere materia sanitaria e diventa politica della città.
Il paradosso dell'aria condizionata e la promessa dei tetti solari
C'è un nodo che la cronaca di questi giorni ha reso evidente. La risposta più immediata al caldo, l'aria condizionata, è anche parte del problema: consuma energia, produce emissioni se l'elettricità non è pulita e sovraccarica la rete proprio nei momenti di picco, fino a provocare i blackout che in queste ore stanno colpendo le città italiane. Un blackout durante un'ondata di calore diventa un rischio sanitario diretto, perché toglie raffrescamento, refrigerazione dei farmaci e funzionamento dei servizi essenziali esattamente quando servono di più. È lo stesso documento OMS a sottolineare la natura bifronte del condizionamento: utile per l'immediato, dannoso a livello sistemico. Aiuta, insomma, ma non è la soluzione: è inaccessibile per i redditi bassi; energivora e può portare a un “sovra-raffreddamento” ostacolando l'acclimatazione fisiologica al caldo. Nella situazione attuale contribuisce sia all'isola di calore urbana sia al cambiamento climatico, peggiorando quindi l'esposizione nel medio-lungo periodo.
Una via d'uscita sembra arrivare da uno studio guidato dal Centro euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC), che ha quantificato per l'Italia i benefici del fotovoltaico sui tetti. Il lavoro stima che entro il 2050 il riscaldamento del clima farà crescere di circa il 5% i consumi elettrici residenziali per il raffrescamento rispetto alla domanda del 2023. Ma se la diffusione del solare domestico seguirà i piani nazionali, passando da circa il 6% delle famiglie del 2023 al 22-24% nel 2050, i pannelli potrebbero compensare quasi la metà di questo aumento di consumo legato al clima. Il fotovoltaico produce di più proprio quando i condizionatori vanno a pieno regime. Nei giorni di picco estivo, le famiglie con pannelli riducono i prelievi dalla rete di circa il 68% rispetto alle famiglie senza, alleggerendo il sistema nel momento di massima tensione. Lo studio segnala però una distribuzione iniqua dei benefici: a guadagnarci di più sono il Nord e le isole, dove il solare è più diffuso, mentre le grandi città del Centro-Sud come Roma, Napoli e Palermo soffrono una «doppia vulnerabilità», perché subiscono il caldo più intenso ma hanno tra i tassi di installazione più bassi. Politiche mirate a incentivare il fotovoltaico proprio in questi punti caldi urbani potrebbero proteggere i residenti e ridurre lo stress sulla rete durante le ondate. È, in piccolo, la dimostrazione di quanto la guida dell'OMS sostiene in grande: la difesa dal caldo passa per scelte che stanno fuori dal perimetro della sanità.
Il contributo italiano
Su un tema in cui l'Italia paga uno dei prezzi più alti d'Europa, la ricerca nazionale è tra le protagoniste del documento. Il sistema nazionale italiano viene citato più volte come esempio di approccio «basato sull'impatto». Il Centro nazionale di coordinamento per la prevenzione degli effetti del caldo gestisce un sistema di allerta che, città per città, lega le soglie alle associazioni statistiche tra temperatura apparente massima e mortalità: le allerte, in altre parole, sono definite in base all'impatto atteso sulla salute e non al solo valore termico, e variano da una città all'altra e nel corso della stagione tenendo conto dei giorni consecutivi e dell'acclimatazione. Il sistema, coordinato dal Ministero della Salute nell'ambito del Piano nazionale di prevenzione degli effetti del caldo con il supporto operativo del Dipartimento di epidemiologia del Lazio, integra l'allerta meteo con la sorveglianza quotidiana della mortalità e degli accessi ai pronto soccorso in una rete di città, ed è in grado di stimare a fine estate i decessi attribuibili al caldo. Anche la letteratura scientifica italiana entra nel documento, dagli studi sugli interventi sociali per ridurre la mortalità degli anziani a Roma alle analisi sull'ondata di calore del 2011 in Puglia.
Il problema politico
La nuova guida climatica OMS si differenzia dall'edizione precedente perché tenta di colmare il vuoto operativo di lavori simili. Va apprezzato quindi il tentativo di indicare, per ogni elemento del piano, i risultati concreti da produrre, dalla struttura di governance con ruoli definiti fino al sistema di sorveglianza collegato alle allerte. Resta poi il problema di sempre: l'adozione dei piani è diseguale, soprattutto a livello locale, i sistemi di sorveglianza sono spesso deboli o non si associano con le risposte. E c'è ancora da fare molto per proteggere i più deboli e vulnerabili. A partire dai “ristretti” nelle carceri (come documentato recentemente dall'Associazione Antigone e su Scienzainrete da Francesca Polizzi).
Non è un caso che il report 2026 del Lancet Countdown riassuma la posta in gioco in una formula, la «finestra che si restringe»: proprio mentre i rischi sanitari aumentano, l'attenzione pubblica, politica e mediatica sul nesso tra clima e salute ristagna, o addirittura arretra, esattamente quando servirebbe il contrario. Quello che ancora scarseggia, ricorda Kluge, è la volontà politica che sola può dare un senso d'urgenza per rispondere a questa falcidia di vite che rappresenta il 95% della mortalità climatica, anche se la seconda carica dello Stato italiano ci scherza su minimizzando sul “clima caraibico” della Pianura padana. In un'estate che ancora una volta mette alla prova ospedali, reti elettriche e città, la nuova guida dell'OMS chiede ai decisori europei e italiani serietà per fronteggiare una minaccia ormai ricorrente, ma prevedibile, e ancora prevenibile.
