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Il mondo capovolto della pace perpetua

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Con la guerra, riprende vita il sogno della "pace perpetua", teorizzata da Immanuel Kant dieci anni prima della morte: un progetto filosofico destinato a essere seppellito dalle campagne napoleoniche. Nell'immagine, silhouette di Immanuel Kant.

Giunta la fine del 1794, l'intero scacchiere europeo sconvolto dalle guerre contro la Francia rivoluzionaria, Federico Guglielmo II re di Prussia si arrese all'evidenza: la seconda spartizione della Polonia era inevitabile. L'esercito della zarina Caterina II aveva riconquistato Varsavia, ed era già previsto che i palatinati di Cracovia e di Sadomir, occupati in parte dai prussiani, andassero all'Austria. Il ministro degli Affari esteri degli Absburgo, Johann Amadeus Franz de Paula von Thugut era già d'accordo coi russi a patto che al posto del Belgio potesse prendersi la Baviera e che gli si concedesse pure un sovrappiù, a spese della Francia o di Venezia. Il 3 gennaio 1795 venne firmato ii trattato: una parte di esso, da comunicare anche a Berlino, accordava alla Prussia Varsavia e i territori a Nord. L’altra parte, tenuta segreta alla Prussia, garantiva l'alleanza tra Austria e Russia in una probabile guerra con la Turchia. Avvisato in anticipo sulle intenzioni delle due potenze, Federico Guglielmo II si risolse al difficile passo: mandare a Basilea il conte di Goltz (sostituito poi da Hardenberg) per trattare la fine delle ostilità con i francesi. Per avere mano libera in Polonia, la Prussia rinunciò alla riva sinistra del Reno e riconobbe i regicidi francesi; la pace separata fu firmata a Basilea il 5 aprile 1795.

Così andavano le cose poco più di duecento anni fa: i campi insanguinati d'Europa attendevano l'entrata in scena di Napoleone.

E Kant come viveva quei giorni? Immanuel Kant, seduto alla scrivania che dava, tramite l'unica finestra della stanza, sul campanile della sua Königsberg, probabilmente pensava. Aveva settantun anni, sugli scaffali della biblioteca stavano ordinati in fila come soldati i tomi della Critica della ragion pura, la Critica della ragion pratica e la Critica del giudizio. Tra le mani, il vecchio filosofo girava e rigirava un volumetto ancora umido d'inchiostro, dal titolo Per la pace perpetua.

Con quel libro, che nel frontespizio recava la scritta esplicativa di Progetto filosofico, Kant levava la sua voce contro la politica politicante, contro il macello della storia. Lo faceva nell'unico modo che sapeva, da filosofo, prendendo la “cosa” alla radice; a costo di farsi rider dietro dalla corte degli attendenti e pubblicisti di palazzo, tutti intenti a strologare di politica internazionale.

I nani non si sognavano nemmeno di mettere in discussione l'inevitabilità della guerra. Anzi si atteggiavano a spiriti forti, accettandola maschilmente nei loro salotti riscaldati. II gigante no, l'aborriva; e proprio in quell'operetta si toglieva il gusto di tratteggiare un ritratto malizioso di quegli spiriti forti, che chiamava “politici moralizzanti”. Costoro, scriveva, «mascherando principi morali contrari al diritto col pretesto di una natura umana incapace di fare il bene (...), rendono impossibile, per quanto sta in loro, ogni progresso verso il meglio e perpetuano la violazione del diritto». E così continuava: «... essi si danno l'aria di conoscere uomini, senza però conoscere l’uomo e ciò che di lui può essere fatto (a ciò si richiede un più alto punto di osservazione antropologica)».

Ebbene, cosa si potesse fare di quest’uomo piagato da continui conflitti, Kant lo spiegava appunto nel progetto della pace perpetua. Che non voleva essere, si affrettava a precisare il filosofo, “la pace del camposanto”, frutto dell’inerzia e della prostrazione dei sudditi soggiogati a un dominio dispotico. Quella pace era più umiliante ancora della guerra.

L'idea di una pace generale e perpetua aveva una lunga storia, che s'iscrive nella tradizione dell'irenismo. Ne avevano scritto Charles Irènée de Saint-Pierre e Jean-Jacques Rousseau, attirando sull'intera categoria dei pacifisti l’epiteto di sognatori.

Per sfuggire alla critica, Kant riconsiderò l'intera materia, dando all’esposizione del progetto la forma insolita di un trattato internazionale. Con tanto di articoli preliminari e definitivi, accordi segreti e postille. Gli articoli preliminari, in numero di sei, dovevano fornire le «condizioni necessarie a che vengano eliminate le principali ragioni di guerra tra gli Stati». In sintesi, essi stabilivano: che un trattato di pace non è tale se viene sottoscritto con «la tacita riserva di pretesti per una guerra futura»; che «nessuno Stato indipendente può venire acquistato da un altro per successione ereditaria, per via di scambio, compera o donazione». Il terzo articolo prefigura addirittura il disarmo: «Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente scomparire», mentre il quinto ricorda che «non si devono contrarre debiti pubblici in vista di un'azione da spiegare all’estero».

Chiarite le condizioni preliminari, il filosofo riconosceva che «lo stato di pace tra gli uomini assieme conviventi non è affatto uno stato di natura». In altre parole, esso va istituito e sorretto da una formidabile impalcatura giuridica, in cui qualcuno ha visto prefigurata la Società delle Nazioni. 

Continuando nella lettura del trattato, si arriva così ai tre articoli definitivi, quelli che dovrebbero garantire la pace perpetua. Prima di tutto, «la costituzione di ogni stato dev’essere repubblicana». E questo per la ragione che «se è richiesto l'assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta (...) essi rifletteranno a lungo prima d’iniziare un così cattivo gioco». 

La costituzione repubblicana è una condizione necessaria, ma non sufficiente per la pace, che richiede anche un ordine internazionale. Qui il filosofo immaginava una federazione di liberi stati legati da un patto di pace definitivo: in cui le guerre, come mezzo di risoluzione dei contrasti internazionali, fossero bandite per sempre.

Rimaneva un ultimo ostacolo da superare, la libera circolazione delle genti. Argomentava Kant: se i cittadini sono liberi all'interno della loro repubblica, e se gli Stati sono uniti fra loro da rapporti pacifici, quali sono i diritti di uno straniero in un altro stato? Curiosa preoccupazione, ma poi non tanto, se si pensa alla passione del filosofo per le questioni geografiche. Ogni uomo, infatti, ha un “diritto di visita”, perché gode del diritto comune al possesso della Terra. «Sulla quale, però, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi isolandosi all’infinito, ma devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e coesistere». Tutto bene, se non fosse che i cosiddetti Stati civili, e per la precisione “gli Stati commerciali del nostro continente”, intendono questo diritto all'ospitalità come un diritto alla conquista. E il vegliardo di Königsberg non aveva difficoltà a enumerare le vittime del colonialismo: «l’America, i paesi abitati dai negri, le isole delle spezie, il Capo di Buona Speranza, (...) l'India orientale (lndostan)». Da qui la necessità di un ultimo articolo che istituisse un “diritto cosmopolitico”: sull’esempio della Cina e del Giappone, gli Stati dovevano accogliere sì gli stranieri, ma con precise limitazioni che impedissero avventure di conquista. Repubblica, diritto internazionale e diritto cosmopolitico; sono i tre capisaldi della politica rivolta alla pace perpetua.

Ce l'avrebbe fatta, questa ingegneria giuridica, ad avere la meglio sulle mire dei principi e le doppiezze dei gesuiti? Kant non era Hegel, non credeva alla necessità storica assoluta. Dunque non era detto che le ragioni della pace prevalessero. C'è però un alleato che aiuta l'umanità ad avvicinarsi a questo fine: la natura, o provvidenza, se si preferisce, che dalle discordie degli uomini è in grado di trarre la concordia. E lo strumento di questa curiosa teodicea naturale che Kant faceva entrare in gioco per fondare il suo sistema, è proprio la guerra. Grazie alle risorse naturali gli uomini trovano sulla Terra i mezzi del loro sostentamento, spiegava Kant. Ma alla ricerca di questi mezzi, gli uomini vagano, colonizzando anche le regioni più inospitali: si pensi ai Lapponi, ai Finni e agli Eschimesi, che verso la fine del Settecento erano oggetto di fervidi studi. Dovendo convivere gli uni di fianco agli altri, in uno Stato belluino fatto di egoismi, ciascuno di questi popoli sente il bisogno difensivo di organizzarsi al proprio interno attraverso pubbliche leggi. E la forma repubblicana risulta alla fine come l'organizzazione più efficace al bisogno. Combattendosi tra loro, gli uni vorrebbero soggiogare gli altri, ma senza successo definitivo. Perché ogni qualvolta un popolo aspira alla monarchia universale, le leggi di questo Stato ipertrofico perdono forza, degenerando in dispotismo, e da lì in anarchia. La seconda conseguenza naturale della guerra è quindi che i popoli rimangano distinti, con diverse lingue e religioni. Solo allora «lo spirito commerciale si impadronisce di ogni popolo», e la forza del denaro spinge gli Stati a ricercare la pace attraverso il diritto internazionale.

Nell'ultima sezione dell'opera, Kant si occupò di porre le fondamenta dell'accordo di morale e politica. Alla corrente di pensiero che voleva i due termini antitetici, veniva opposta la seguente considerazione: come si fa a sostenere che la morale non trova attuazione nell’ambito della politica? Forse che la morale è una facoltà che si possa utilizzare o dimenticare a seconda delle circostanze? No davvero, risponde Kant: «La morale è già di per se stessa una pratica in senso oggettivo, come insieme di leggi che comandano incondizionatamente e secondo le quali noi dobbiamo agire; ed è un’evidente assurdità voler affermare che però non la si può attuare». La concezione del dovere kantiano non lascia scampo, la morale è una pratica ineliminabile. E chi la disconosce non si mette in realtà fuori dalla morale, ma ne adotta semplicemente un'altra, quella ipocrita dei “pretesi uomini pratici”. Ecco di nuovo gli avversari ai quali Kant indirizza i suoi strali; costoro ammantano le loro ragioni di dominio dietro tre diffusissime massime sofistiche: la prima dice “fac et excusa”, prima fai quello che devi, conquista, saccheggia, uccidi. Poi «la giustificazione si presenterà, a fatto compiuto, più facile ed elegante, e la violenza sarà smascherata». La seconda massima, sommamente gesuitica, consiglia: “Si fecisti, nega”. Se hai fatto del male, guardati bene dall’ammetterlo, «ma afferma che la colpa è dello spirito di resistenza dei sudditi o anche, nel caso di conquista di un popolo vicino, afferma che la colpa è della natura dell’uomo». Infine “Divide et impera”. Se nel popolo vi sono «certi capi privilegiati che ti hanno eletto semplicemente loro superiore (primus inter pares), devi cercare di dividerli tra loro e porli in conflitto col popolo».

Alla logica di questa politica che forgia i propri scopi sopra l'interesse particolare, Kant oppone una riformulazione politica dell'imperativo categorico: «Opera in modo che tu possa volere che la tua massima debba diventare una legge universale, qualunque sia lo scopo che tu ti proponi».

Molti esegeti hanno riconosciuto i limiti ma anche la grandezza storica di questa visione illuministica. II sonno della ragione genera mostri, diceva Goya. La veglia della ragione, secondo Kant, avrebbe dovuto preparare la pace perpetua. Ma pochi mesi dopo la pubblicazione del libello, un intraprendente generale francese, nativo di Ajaccio, prendeva il comando dell'Armata d'ltalia...

Questo articolo, titolato "La pace è una pratica della ragion pura",  è stata pubblicato la prima volta da Tempo Medico il 27 febbraio 1991.

 

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