Mario Monti: abbiamo bisogno di ricerca, abbiamo bisogno d'Europa

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Mario Monti, Carlos Moedas e Gianmario Verona

Da sinistra a destra, Mario Monti, Carlos Moedas, commissario europeo alla ricerca, Gianmario Verona, rettore della Università Bocconi di Milano. Foto di Luca Carra.

All'apertura dell'Anno accademico 2018-2019 dell'Università Bocconi, Mario Monti, dopo i saluti di rito e i riferimenti all'Università, fa una appassionata difesa della ricerca di base, che non può essere disgiunta dalla ricerca applicata; entra poi nel vivo del dibattito politico sottolineando la centralità dell'Europa per la ricerca e l'innovazione del continente e di ogni singolo paese. Invitando (nella conclusione a braccio) a difendere "con fiducia e con coraggio" l'ancoramento italiano all'Europa, definendo "ridicoli" e "nostalgici" i tentativi di gestire in isolamento l'innovazione e l'economia in un mondo ormai globalizzato. L'esempio dell'European Research Council, a cui applicano anche paesi extraeuropei sapendo di non poter ambire a risorse ma perché riconoscono l'autorevolezza del suo sistema di valutazione, indica che questa eccellenza "è il solo modo per conseguire una vera sovranità nazionale". (l.c.)

Dal discorso di Mario Monti: l'importanza della ricerca

Signor Commissario europeo, Magnifico Rettore,

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La giornata di oggi è intitolata “L’Europa per l’Innovazione” perché risponde, oltre che alla sua “funzione d’uso” di inaugurazione dell’anno accademico, a tre necessità che avvertiamo come vitali, nell’attuale momento storico. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di Europa, abbiamo bisogno di innovazione e abbiamo bisogno di un’Europa innovativa.

In qualche parola, vorrei dirvi come vediamo i nessi tra queste tre esigenze, anzi tra questi tre imperativi. Partiamo dall’innovazione e dai suoi presupposti, la ricerca e la scienza.

Si sente spesso discutere – e questo vale specialmente per noi che ci occupiamo di scienze sociali – di ricerca pura e ricerca applicata, quasi contrapponendo due attività, due leve di conoscenza, che in realtà sono indissolubilmente continue. Vorrei ricordare a questo proposito le parole illuminanti di una donna europea, polacca di nascita e francese di studi e di vita, una scienziata immensa, vincitrice due volte del Premio Nobel in due categorie diverse, la fisica e la chimica. Marie Curie, raccontando la scoperta del radio a New York nel 1921, disse:

Il lavoro fu fatto per pura scienza. Ciò dimostra che il lavoro scientifico non deve essere considerato sulla base della sua utilità diretta. Deve essere fatto per sé stesso, per la bellezza della scienza, e, in seguito, c’è sempre la possibilità che una scoperta scientifica possa diventare, come il radio, un beneficio per l’umanità. (The work was done on pure science. And this is a proof that scientific work must not be considered from the point of view of the direct usefulness of it. It must be done for itself, for the beauty of science, and then there is always the chance that a scientific discovery may become, like the radium, a benefit for the humanity)

L’essenza della scienza è la ricerca di per sè. La ricerca di base o fundamental science, area nella quale l’Europa propone un modello di successo, quello degli ERC, e mi fa molto piacere salutare il Presidente dello European Research Council, il Prof. Jean-Pierre Bourguignon, qui con noi oggi. Sono certo che il Commissario Moedas potrà darci molti più elementi su questi aspetti così affascinanti e determinanti per il nostro futuro, di europei e di cittadini di un mondo chiamato ad affrontare sfide globali epocali, a partire ad esempio dal cambiamento climatico.

Vorrei invece ricordare uno dei primi finanziamenti alla ricerca europea approdati alla Bocconi, ormai nel lontano 1990, quando la nostra Università, insieme al Center for Economic Policy Research (CEPR) di Londra e al Narional Bureau of Economic Research (NBER) di Cambridge – Massachusetts diede vita ad un’iniziativa di ricerca di impronta internazionale per attirare alla Bocconi ricercatori talentuosi da tutto il mondo. Dunque un’università italiana si alleava con prestigiosi centri di ricerca anglosassoni non solo per contrastare il brain drain, ma per attrarre talenti, in Italia, a fare ricerca pura nel campo dell’economia.

[...]

Vedete quindi che, in una sorta di circuito ideale, nell’università – e direi soprattutto nell’università che si occupa di scienze sociali, come la nostra - si arriva ad un punto di convergenza tra la ricerca scientifica e la società, non fosse altro che per il tramite della didattica, del trasferimento del sapere alle giovani generazioni, che è intrinsecamente un atto destinato ad arricchire, a far progredire e proseguire il sistema sociale. Attraverso iniziative come quella che fece nascere l’IGIER, si saldano l’apertura al mondo e il rientro dei cervelli, fenomeni solo apparentemente contraddittori in un mondo senza confini, come quello della ricerca scientifica.

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Mario Monti

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Richiami d'allarme, se gli uccelli evitano di diffondere fake news

Uno studio recentemente pubblicato su Nature mostra come il Sitta canadensis, o picchio muratore pettofulvo, sia in grado di discriminare la fonte da cui proviene l'informazione riguardo la possibile presenza di un predatore. Se è diretta, ossia gli uccelli avvertono proprio il richiamo del predatore, mettono in atto decise risposte di mobbing. Ma se invece è un "sentito dire", ossia se l'allarme proviene da un'altra specie di uccelli, la risposta è solo una via di mezzo: insomma, fanno attenzione, ma evitano di diffondere un allarme che potrebbe essere ingiustificato.
Crediti immagine: pbonenfant/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY 2.0

E se gli uccelli evitassero le fake news meglio di noi? Mentre i social network inventati dalla nostra specie fanno da cassa di risonanza per le notizie più improbabili, il "Twitter naturale" - in altre parole, il cinguettio di alcuni uccelli - dimostra di essere perfettamente in grado di discriminare i segnali di allarme a seconda della fonte da cui provengono. E reagire di conseguenza, senza sovra- o sottostimare una potenziale minaccia, come dimostra uno studio recentemente pubblicato su Nature.