L'Accordo di Parigi salva il ruolo della politica globale sull'ambiente

Read time: 5 mins

Molto ci sara da scrivere e da riflettere nelle prossime settimane sull’Accordo raggiunto a Parigi per contenere il cambiamento climatico. Ma, a caldo, alcune considerazioni gia permettono di porre in evidenza l’importanza di questo evento per il futuro; non solo per il futuro del clima, ma anche per il futuro dell’ambiente mondiale.

1.

Dopo gli insuccessi accumulati dalle precedenti Conferenze in materia di cambiamento climatico (dette COP, Conferences of Parties, dove le “Parti” sono gli Stati che hanno sottoscritto e ratificato la Convenzione quadro sul cambiamento climatico nel 1992 a Rio de Janeiro) si era diffusa la convinzione che era finita l’epoca delle conferenze e delle convenzioni internazionali globali che ha caratterizzato l’affermazione e lo sviluppo del diritto dell’ambiente a partire dalla  Conferenza di Stoccolma nel 1972. Troppo diversificati gli interessi, troppo diverse le condizioni di partenza, troppo aspre le contrapposizioni ideologiche. 

Molti erano cosi persuasi che la strada da seguire sarebbe stata quella di accordi e convenzioni tra paesi uniti da comuni interessi regionali o economici. Si trattava evidentemente di una soluzione praticabile – e infatti, ampiamente praticata negli anni passati – per molti problemi ambientali, che in questo modo potevano essere affrontati (si pensi alla regolamentazione della pesca o agli interventi per contenere la desertificazione), ma assai difficile da utilizzare per affrontare emergenze ambientali globali, quale è, appunto, il cambiamento climatico.

Ebbene, la conferenza di Parigi ha dimostrato l’erroneità di quella convinzione e la possibilità di raggiungere accordi che coinvolgano la maggior parte degli stati, nonostante le differenze economiche e sociali, allorché vi sia una comune coscienza della necessità di un accordo. Da questo punto di vista, Parigi segna una svolta di grande importanza e un successo di coloro che hanno continuato a credere nella capacità della comunità internazionale di reagire e affrontare i problemi ambientali globali.

2.

L’accordo di Parigi segna anche il definitivo superamento della tesi sinora propugnata dai paesi c.d. non industrializzati (India, Cina, Brasile innanzi tutti) secondo cui la responsabilità di contenere il cambiamento climatico ricadeva esclusivamente sui paesi c.d. industrializzati, a cui doveva attribuirsi la modificazione del clima per lo sviluppo industriale avviato negli ultimi duecento anni. Questa estremistica interpretazione del principio del diritto ambientale internazionale della responsabilità comune e differenziata è stata la causa principale del blocco, durato oltre venti anni, di qualsiasi iniziativa di contenimento del cambiamento del clima: da un lato infatti aveva permesso a Cina e India di collocarsi tra i primi produttori mondiali di gas serra senza alcun dovere di contenere le proprie emissioni; d’altro lato aveva offerto agli Stati Uniti la giustificazione per il rifiuto di ratificare il Protocollo di Kyoto e quindi vanificarne sostanzialmente l’impatto sul clima.

A Parigi, Cina e Brasile soprattutto (e piu riottosamente l’India) hanno accettato una diversa interpretazione del principio della responsabilità comune ma differenziata, che tiene conto della realtà e di quanto e successo in questi decenni. Entrambi i paesi del resto avevano gia adottato programmi di contenimento delle emissioni che preludevano a questo mutamento di rotta.

3.

L’accordo di Parigi segna anche per la prima volta un netto successo della scienza sulla politica. Per la prima volta infatti le indicazioni del IPCC, e quindi dell’insieme degli scienziati esperti in materia di clima riuniti nell’organismo inquadrato nelle Nazioni Unite, sono state assunte non come semplici previsioni di cui tenere conto, lasciando spazio a critiche, scetticismi e comunque prive di effetti vincolanti sulle valutazioni dei governi. L’obiettivo indicato dal IPCC secondo cui un aumento della temperatura di 2° centigradi rispetto alla temperatura globale nell’epoca preindustriale è il limite invalicabile da fissare, è stato considerato come un obiettivo da raggiungere e quindi il punto di partenza di tutta la trattativa sviluppatasi durante la Conferenza. Da questo punto di vista l’IPCC è quindi il vero trionfatore di questo accordo.

4.

Un quarto aspetto da tenere in considerazione, sia per spiegare il fatto che l’accordo sia stato raggiunto sia per nutrire fiducia nelle successive applicazioni e attuazioni – non dimentichiamo che siamo in presenza di impegni assunti dagli stati, ma in modo non vincolante e comunque a partire dal 2020 – è la paura. Paura non solo di futuri disastri climatici se l’obiettivo fissato da IPCC non fosse stato rispettato, ma di una crescente e sempre piu minacciosa insoddisfazione dell’opinione pubblica di molti paesi se l’accordo non fosse stato raggiunto e del divampare di un diffuso contenzioso climatico su scala globale, assumendo che l’inattività dei gioverni costituisce una violazione dei diritti umani dei cittadini e del loro diritto di vivere in un ambiente sano.

Pochi mesi prima dell’avvio della conferenza vari segnali si sono infatti susseguiti.
Il 24 giugno una  Corte olandese, con una sentenza qualificata una pietra miliare nella storia del diritto dell’ambiente, ha accolto un ricorso promosso da una organizzazione ambientalista e un migliaio di cittadini, ordinando al governo olandese di adottare politiche più rigorose in materia di cambiamento climatico al fine di tutelare il diritto dei cittadini di vivere in un ambiente non minacciato da alterazioni climatiche in un non lontano futuro.

Nello stesso mese di giugno la Corte federale dello stato di Washington ha ordinato al Dipartimento di ecologia di riconsiderare la richiesta, presentata nel 2014 da un gruppo di studenti e rigettata dal Dipartimento, di adottare misure per ridurre le emissioni di gas serra all’interno dello Stato sulla base dei dati scientifici più attendibili. La sentenza afferma che i giovani ricorrenti hanno un diritto fondamentale di vivere in futuro in un ambiente salubre e che il Dipartimento di Ecologia nel rigettare la richiesta non aveva in alcun modo contestato i dati offerti dagli studenti, condivisi dalla comunità scientifica internazionale, in merito ai danni che deriveranno dal cambiamento climatico. 

A queste due decisioni si è aggiunto l’annuncio dell’avvio di una controversia che ha ulteriormente contribuito a porre in primo piano quella che ormai viene definita la via giudiziaria al contenimento del cambiamento climatico. I rappresentanti di sei paesi del Pacifico – Filippine, Figi, Vanuatu, Kiribati Tuvalu e isole Solomone – hanno sottoscritto una Dichiarazione per la Giustizia climatica (the People’s Declaration for Climate Justice) annunciando la loro intenzione di proporre un’azione legale contro le principali società petrolifere che contribuiscono al cambiamento climatico e mettono in pericolo la stessa sopravvivenza dei sei stati: "Non lasceremo che i grandi inquinatori del clima decidano del nostro destino e chiediamo che essi e i loro governi rispondano per i danni che stanno arrecando” si afferma nella dichiarazione. 

L’accordo di Parigi può porre un freno all’avvio di una pluralità  di controversie e richieste ai giudici di intervenire per ottenere che gli Stati rispettino i diritti dei loro cittadini a vivere in un ambiente che non sia devastato dal cambiamento climatico.

altri articoli

Le notizie di scienza della settimana #104

Il biologo molecolare russo Denis Rebrikov ha dichiarato che ha intenzione di impiantare nell'utero di una donna embrioni geneticamente modificati con la tecnica CRIPSR entro la fine dell'anno. L'obiettivo sarebbe quello di prevenire che la madre, colpita da una forma di HIV resistente ai farmaci antiretrovirali, trasmetta il virus ai propri figli. Per farlo, Rebrikov userebbe la tecnica CRISPR-Cas9 per disattivare il gene CCR5, in modo simile a quanto fatto dallo scienziato cinese He Jiankui che lo scorso novembre aveva annunciato di essere stato il primo a far nascere una coppia di gemelle con questo procedimento (He voleva però evitare la trasmissione del virus dell'HIV dal padre alle figlie). La legislazione russa proibisce l'editing del genoma umano in senso generale, ma la legge sulla fertilizzazione in vitro non vi fa esplicito riferimento, e dunque Rebrikov potrebbe trovarsi di fronte un vuoto normativo che conta di colmare chiedendo l'autorizzazione di una serie di agenzie governative, a partire dal Ministero della salute. Scienziati ed esperti di bioetica si dicono preoccupati. La tecnologia non è ancora matura, motivo per cui qualche mese fa un gruppo di importanti ricercatori del campo avevano chiesto di mettere a punto una moratoria sul suo utilizzo in embrioni destinati all'impianto in utero. Non è chiaro poi se i rischi superino i benefici. In primo luogo, la disattivazione del gene CCR5 protegge dalla trasmissione del virus dell'HIV nel 90% dei casi. In secondo luogo, il rischio di mutazioni off-target e on-target indesiderate è ancora molto alto. Rebrikov sostiene che la sua tecnica ne riduca drasticamente la frequenza, ma finora non ha pubblicato alcuno studio scientifico che lo dimostri. Nell'immagine: lo sviluppo di embrioni umani geneticamente modificati con la tecnica CRISPR per correggere una mutazione responsabile della cardiomiopatia ipertrofica (lo studio, condotto nel laboratorio di Shoukhrat Mitalipov presso la Oregon Science and Health University di Portland, risale al 2017 ed è stato pubblicato su Nature). Credit: Oregon Science and Health University. Licenza: OHSU photos usage

Dove finisce la plastica dei ricchi?

Ogni anno gli Stati Uniti producono 34,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. 1 milione di tonnellate vengono spedite fuori dal continente. Fino a qualche anno fa la maggior parte veniva spedita in Cina e Hong Kong, ma nel 2017 la Cina ha chiuso le porte a questo tipo di importazioni, autorizzando solo l'arrivo della plastica più pulita e dunque più facile da riciclare.