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Integrità nella ricerca: sfide e necessità di riforma nell'ambiente accademico italiano

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scienziato che ricerca

Image by goonerua on Freepik

Nel contesto accademico italiano, recenti eventi hanno sollevato dubbi riguardo alla condotta scientifica di alcuni esponenti, tra cui l'attuale Ministro della Salute, Orazio Schillaci. Schillaci e i suoi co-autori sono stati accusati di "manipolazione di immagini" in pubblicazioni scientifiche. Questo caso non è isolato in Italia, ma si inserisce in un panorama più ampio di cattiva condotta scientifica, dove l'alterazione o la contraffazione di dati e/o immagini rappresenta uno dei tre peccati capitali della ricerca scientifica: falsificazione, fabbricazione e plagio (FFP).

Oltre a queste pratiche, che fortunatamente sono rare, esistono altri comportamenti considerati "questionabili" che si collocano in una zona grigia tra i tre peccati capitali sopra menzionati (FFP) e le pratiche scientifiche corrette, in linea con i principi di integrità nella ricerca. Questi comportamenti possono derivare da pratiche legate al processo scientifico, come conflitti di interesse, cattiva supervisione, attribuzione degli autori, gestione inadeguata dei dati e uso di statistiche discutibili, così come dalle dinamiche del sistema accademico, caratterizzato da baronie, nepotismo, mobbing e favoritismi, anziché da criteri meritocratici e di valore accademico.

Questo sistema sta diventando sempre più restrittivo, soprattutto per la nuova generazione di ricercatori e professori, che devono confrontarsi con un panorama internazionale e si trovano a dover navigare tra scorciatoie e ostacoli pur di sopravvivere nella ricerca accademica italiana.

Tali pratiche danneggiano la scienza in molteplici modi, con conseguenze che si ripercuotono sulla salute pubblica, sui finanziamenti alla ricerca e sulla fiducia della società nella ricerca scientifica e, più in generale, nella scienza stessa.

Cosa conosciamo della situazione italiana

Con questo scritto, non si intende assegnare colpe, ma piuttosto sottolineare l'urgente necessità di un cambiamento strutturale all'interno dell'ecosistema della ricerca italiana. Si tratta di un appello all'azione per una riforma sistematica che possa promuovere un ambiente accademico più responsabile ed etico.

A differenza di molti altri paesi europei, come la Finlandia e la Norvegia, dove sono state effettuate iniziative esemplari riguardanti la valutazione di pratiche concernenti l'etica e l'integrità della ricerca, in Italia mancano informazioni chiare sulla consapevolezza e la preparazione dei ricercatori su tali tematiche. Questa lacuna è evidente soprattutto a livello universitario, fatta eccezione per uno studio recente condotto presso l'Università dell'Insubria. Questo studio, centrato sull'analisi delle opinioni dei giovani ricercatori italiani riguardo all'integrità della ricerca, mette in luce la loro preoccupazione per la situazione attuale e la richiesta di corsi formativi dedicati a questi argomenti.

In merito alla propensione verso pratiche di ricerca non del tutto corrette e trasparenti, l'unico studio disponibile riporta che l'80% dei ricercatori italiani in psicologia ammette di aver adottato almeno una volta pratiche discutibili. Questo dato appare allarmante, soprattutto se confrontato con la percentuale (circa 39%) emersa da un noto studio internazionale.

Nonostante il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e la maggior parte delle università italiane adottino un codice di condotta e/o di integrità della ricerca, questi si concentrano principalmente sulla responsabilità individuale in caso di pratiche scientifiche inappropriate, con un'enfasi sulla rilevazione di comportamenti specifici e sulle relative sanzioni per i ricercatori coinvolti. Tuttavia, tali linee guida non affrontano in modo esaustivo le problematiche legate alla disonestà intellettuale diffusa nell'ambiente accademico italiano. È necessario rivedere e aggiornare tali linee guida, ponendo maggiore enfasi sull'importanza di educare i ricercatori universitari fin dai tempi degli studi accademici e nell'incoraggiare le università a offrire programmi di formazione specifici, focalizzati principalmente sui giovani ricercatori e accademici.

Un approccio "preventivo", che miri a educare piuttosto che a incutere timori, potrebbe dimostrarsi efficace e vantaggioso. Questo tipo di approccio non è nuovo; al contrario, è ampiamente consolidato in altri contesti internazionali, dove ha già prodotto risultati evidenti. Dare maggiore rilievo all'educazione e conferire maggior responsabilità alle università nell'istituire percorsi formativi ad hoc sono aspetti che trovano riscontro nel nuovo codice di condotta europeo per l'integrità della ricerca, così come in vari codici nazionali sull'integrità e nelle raccomandazioni degli esperti.

In aggiunta a ciò, il sistema accademico italiano attuale, con la sua lunga storia di nepotismo e favoritismi, sembra offrire poco spazio alla meritocrazia accademica. Questo accentua ulteriormente la già elevata pressione sui giovani ricercatori, costretti a navigare tra l'integrità professionale e l'onesta intellettuale da un lato e pratiche scientifiche discutibili che sembrano favorire un rapido avanzamento di carriera, dall'altro.

Per contrastare il nepotismo e promuovere la meritocrazia, si è tentato di cambiare rotta attraverso l'approvazione di leggi che regolamentano l'accesso alla promozione e all'avanzamento professionale basandosi su metriche quantitative come il numero di pubblicazioni e citazioni. Tuttavia, sembra che gli accademici italiani abbiano trovato modi per aggirare tali leggi, aumentando pratiche come l'auto-citazione e/o la citazione preferenziale di colleghi e amici italiani. Queste azioni non solo compromettono il concetto di meritocrazia, ma hanno anche l'effetto dannoso di inflazionare l'impatto della ricerca italiana senza un fondamento scientifico evidente. Inoltre, questo approccio non risulta innovativo e si discosta dalla direzione intrapresa da importanti voci nel panorama internazionale accademico, come la Dichiarazione di San Francisco sull'Assessment della Ricerca (DORA) e l'Accordo sulla Riforma dell'Assessment della Ricerca (European Research Council), che promuovono un utilizzo più responsabile degli indicatori quantitativi e sostengono una valutazione più orientata alla qualità dei prodotti scientifici.

Cosa si può fare

Nonostante le sfide attuali, le università italiane hanno l'opportunità di ribaltare questa tendenza. Il management universitario deve prendere consapevolezza delle problematiche della situazione attuale e implementare strategie e politiche volte a creare un sistema in cui l'integrità scientifica e le pratiche di ricerca responsabili siano prioritari. C'è urgente bisogno di promuovere l'educazione su queste pratiche, sia a livello individuale che collettivo, specialmente tra studenti, dottorandi e giovani ricercatori. Tuttavia, è altrettanto importante sensibilizzare i ricercatori e i professori più esperti, che possono avere difficoltà a distogliersi da pratiche scientifiche consolidate nel tempo.

Nonostante la costante riduzione degli investimenti nel sistema accademico italiano (e la mancanza di una probabile volontà politica nell'investire in esso), fortunatamente l'ambiente accademico italiano dispone già di risorse pronte all'uso. Progetti di ricerca finanziati dalla Commissione Europea hanno sviluppato linee guida, raccomandazioni e programmi educativi focalizzati sull'integrità della ricerca. Ad esempio, il progetto SOPs4RI (di cui ho fatto parte) ha elaborato linee guida per assistere le università nella creazione di programmi educativi incentrati sull'integrità della ricerca e sulla promozione di pratiche di supervisione responsabili. Progetti come Path2Integrity e INTEGRITY hanno sviluppato formazioni apposite per studenti, dottorandi, ricercatori e supervisori. Il progetto VIRT2UE (di cui ho fatto parte) ha già formato ricercatori affiliati alle università italiane, pronti a partecipare a formazioni e workshop sull'integrità della ricerca. Come si può vedere, le risorse sono già disponibili e accessibili gratuitamente a tutti; è solo necessario trovare la volontà e le modalità adatte per metterle in pratica.

È evidente la necessità di un impegno collettivo per promuovere la cultura dell'etica e dell'integrità della ricerca in Italia. A tal fine, si auspica l'implementazione di iniziative finalizzate a sensibilizzare e formare i ricercatori su queste tematiche cruciali, garantendo al contempo la trasparenza e la responsabilità delle attività di ricerca.

 

Il seguente testo è basato su un Commentary in lingua Inglese di recente pubblicazione.

 


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