Impegni al ribasso per i diritti umani alla COP25

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Attiviste per i diritti umani durante la COP 25 a Madrid. Credit: IISD.

Venerdì 13 dicembre doveva essere l’ultimo giorno di negoziati sul clima per il 2019 di Madrid. Nel tardo pomeriggio, durante la conferenza stampa delle 19.00, arriva l’annuncio della presidenza cilena dell’assemblea: i negoziati proseguiranno ad oltranza. Quello che non si prevedeva ancora è che sarebbe durati fino al 15 dicembre, rendendo questa il negoziato più lungo nella storia dell’UNFCCC. La società civile nel frattempo non si è risparmiata, ed ha usato ogni ora aggiuntiva di questo processo per promuovere l’integrazione dei diritti umani nei testi negoziali.

Nelle precedenti bozze di testo delle Linee Guida per l’implementazione dell’Accordo di Parigi (Paris Rule Book - SBI, SBSTA) erano presenti riferimenti a principi come, tra gli altri, la parità di genere, giusta transizione, e la tutela delle popolazioni indigene. Nelle versioni allo studio delle delegazioni nelle ultime fasi negoziali, questi riferimenti erano nella maggior parte spariti creando ulteriore terreno di scontro tra i negoziatori.

Mercati del carbonio e diritti umani

Nello specifico, nell’ultima bozza di testo dedicato alla definizione del cosidetti Mercati del Carbonio (Carbon Markets - Art.6 PA) l’unica menzione ai diritti umani è sottesa in un rimando al preambolo non vincolante dell’accordo di Parigi, rendendo quindi tale rimando non vincolante a sua volta. La necessità di inserire delle salvaguardie di natura sociale e ambientale, come le valutazioni d’impatto sulle popolazioni ed ecosistemi locali dei progetti per la riduzione delle emissioni e la consultazione degli attori locali nello sviluppo di tali progetti è stata ancora una volta ignorata. La necessità di sviluppare tali protezioni verrà determinata con una valutazione di due anni, prevista dal 2026 al 2028. Come si possano tutelare le persone e l’ambiente nello sviluppo, ad esempio, di infrastrutture per la riduzione delle emissioni ad alto impatto come quelle idroelettriche rimane un punto di grande preoccupazione. La mancanza di salvaguardie ben definite inoltre rende inutile la previsione di un meccanismo di reclamo per casi di danneggiamento o violazione dei diritti umani; a cosa ci si possa appellare se non viene stabilito un quadro di riferimento è una chiara contraddizione che rende inutile questo strumento.

Dopo quasi 50 ore aggiuntive di negoziazione, non si è purtroppo raggiunta l’unanimità sui mercati, decretando di fatti una nuova tragica impasse del multilateralismo in ambito climatico. Le ragioni alla causa di questo nuovo blocco, sono principalmente economiche e politiche, ma un segnale positivo è arrivato durante la sessione finale dei lavori, quando diverse parti tra cui Australia, Canada, Svizzera e Tuvalu hanno dichiarato che una delle questioni su cui non potevano accettare un compromesso era rappresentata dalla mancanza di riferimenti dei diritti umani nel testo dell’Art.6.

Stallo anche sull'articolo relativo a Danni e Perdite

Altro punto dolente riguarda la revisione del Meccanismo di Varsavia sui cosiddetti Danni e Perdite (Art.8 PA - Warsaw Mechanism / Loss and Damage). Ritroviamo nell’ultima bozza di testo, come nell’Art.6, un riferimento non vincolante ai principi contenuti nel preambolo dell’Accordo di Parigi, ma nessun altro riferimento si diritti umani nella parte vincolante del testo. Vengono mantenute solo diverse menzioni al porre attenzione alle “vulnerabilità” dei paesi coinvolti, terminologia che potrebbe implicare un qualche risvolto di protezione sociale, ma purtroppo lo spazio per diverse interpretazioni rimane troppo ampio. L’aspetto più preoccupante di questo testo è però la mancata previsione di risorse finanziarie aggiuntive per un meccanismo di compensazione dei danni causati dai cambiamenti climatici che dovrebbe aiutare i paesi maggiormente vulnerabili a costruire una solida resilienza climatica. Il testo è stato approvato, ma rimane da sciogliere il nodo su come finanziarlo. La discussione è ora rimandata al 2020.

Azione di genere e clima, qualcosa si muove

Una buona notizia arriva invece dell’inaspettata approvazione del Piano per l’Azione di Genere (Decision -/CP.23 / Gender Action Plan - GAP), programma non obbligatorio dedicato alla promozione dei diritti delle donne e della loro rappresentazione e partecipazione nelle politiche climatiche. Dopo due anni di intenso lavoro negoziale, c'è stata grande preoccupazione per la rimozione improvvisa dei riferimenti ai diritti umani precedentemente inclusi nella bozza approvata alla COP24 di Katowice, e il mancato accordo sul testo finale presentato alla Presidenza della COP25. Il timore a quel punto era quello di vedere approvato un testo dalle scarse implicazioni pratiche, se non addirittura lo stralcio dell’intero programma. Nella giornata di ieri invece è stato presentato un testo definitivo con inclusi riferimenti ai diritti umani e una linea di finanziamento del programma direttamente collegata al Green Climate Fund.

Il GAP è stato accolto come un risultato positivo. Tiene conto dei diritti umani, garantendo una transizione equa e considera la complessità delle sfide che le popolazioni indigene affrontano nel proteggere le loro comunità. Tuttavia, vi è la preoccupazione che il piano d'azione sulla parità di genere manchi di indicatori e obiettivi chiaramente definiti per misurarne i progressi. Inoltre, sebbene riconosca le identità intersezionali che detengono le donne, comprese le donne indigene e le donne con disabilità, è necessario lavorare di più per includere le intersezioni sociali multidimensionali e non binarie che incidono sul modo in cui le persone mitigano e costruiscono la resilienza agli impatti climatici. La società civile monitorerà la sua implementazione per assicurarne un’applicazione efficace ed inclusiva.

Il GAP rimane l’unica nota positiva, e purtroppo quella di minor impatto, di una sessione negoziale scoraggiante. Se la definizione dei Carbon Markets non includerà principi dei diritti umani e salvaguardie ad essi connessi, la definizione delle modalità della loro implementazione potrebbe ancora una volta essere aperta ad interpretazioni dannose per le persone, il clima e l’ambiente. L'efficacia dell’Accordo di Parigi potrebbe venire ulteriormente intaccata, una prospettiva allarmante considerando la crisi climatica in corso. Se la comunità internazionale riunita alla COP25 e alle COP future non unirà in maniera sistematica e ambiziosa i propri sforzi, segnerà in maniera indelebile e tragica il futuro delle comunità e dei paesi di tutto il mondo. Aspettiamo il 2020 sapendo che la situazione è sempre più critica, ma che la società civile non smetterà di battersi, dentro e fuori l’UNFCCC.

 

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