Covid-19/

La "green economy" ha finalmente un interprete

Tempo di lettura: 3 mins

La questione della "green economy" sembra aver trovato finalmente quell'interprete senza il quale le questioni complicatissime sottese sembravano se non prevalere, certamente condizionare fortemente qualunque strategia d'intervento. Queste strategie per essere efficaci dovevano, e devono essere, se non globali almeno molto estese sul piano geopolitico. La funzione dei movimenti ambientali e cioè quella di rendere popolare le questioni, drammatizzarne i risvolti e spesso anche costruire leggende a fin di bene, aveva da tempo raggiunto i suoi limiti. La dimensione scientifica aveva preso il soppravvento e l'oggetto del contendere - cioè l'aumento della temperatura  - non era più messo in discussione se non da casi singoli fortemente minoritari. In queste condizioni certe approssimazioni, tipiche dei movimenti, alle volte offrivano argomenti agli stessi oppositori, peraltro già dotati di mezzi e di strumenti incommensurabili.

Il riferimento al novo interprete si riferisce evidentemente, al nuovo Presidente statunitense. Occorre riconoscere che senza il peso politico di Obama che ha spostato di 180 gradi la precedente posizione degli USA, la questione del clima globale si sarebbe trascinata senza conclusioni positive. Inoltre si deve allo stesso Obama la pressione per ammorbidire la posizione della Cina, l'altro trave posto sul cammino di un trattato e di un impegno condiviso.

La nuova posizione degli USA, tuttavia, è solo una precondizione ma non è, da sola, la soluzione dei problemi. Dietro il simpatico slogan della "green economy" si pongono questioni numerose e complesse che, anche dando per scontato la volontà politica, non è detto che siano risolvibile nei tempi necessari. La riconversione tecnologica in chiave ambientale mette in discussione interessi, poteri e condizioni -  nemmeno tutti identificati e molti sottovalutati - a livello interno alle singole nazioni ma, particolarmente a livello delle relazioni internazionali: basti pensare ai destini dei paesi produttori di petrolio o ai sistemi fiscali che in molti paesi traggono notevoli risorse dalle accise e dagli oneri fiscali su tutti i prodotti dell'attuale sistema energetico a base di carbonio.

Esiste, inoltre, una lettura di questa pur necessaria trasformazione tecnologica che forse traduce aspirazioni per trasformazioni che, frustrate in precedenza, potrebbero trovare in queste condizioni una rivincita, confondendo una esigenza quale quella della salvaguardia della terra con qualcosa che se non è la rivoluzione socialista, le è molto prossima. La semplificazione concettuale potrebbe essere sintetizzata cosi: poiché questo mondo e questa economia - che è capitalistica - non possono più andare avanti come prima - è chiaro che la sua fine è prossima... Ma il perché un sistema economico se produce turbine, raffinerie, caldaie, eccetera, è un sistema capitalistico mentre se produce altre caldaie, altre turbine, celle fotovoltaiche, pale eoliche e scambiatori di calore, eccetera non lo è più, è una questione di non facile comprensione.

Dovrebbe essere, invece, più semplice comprendere che se si resta esclusi dalla capacità di partecipare alla realizzazione di queste nuove tecnologie che compongono la "green economy" si resta esclusi dai processi di sviluppo. Una parte delle sfide si sta giocando proprio su questo fronte. Anche perché le convenienze economiche potrebbero ragionevolmente essere rilevanti nel senso che molti paesi industrializzati potrebbero non solo evitare gli oneri per le loro importazioni di idrocarburi ma potrebbero cogliere le opportunità offerte dalle produzione e dalle esportazioni di quelle nuove tecnologie. E' questo il percorso di molti paesi tra i quali il Giappone, la Germania ma anche la Danimarca, e altri.

Fa eccezione il nostro paese che da tempo attua una politica industriale difficilmente comprensibile nel senso che vengono previsti oneri per attribuire incentivi, ma questi sono finalizzati all'acquisto, non alla produzione, di queste tecnologie. E poiché altri sono i paesi che producono queste tecnologie noi in questo modo finanziamo le economia di scala di quei paesi che dovrebbero essere considerati come dei nostri concorrenti. Questa è stata la strade seguita con le ICT e attualmente con le fonti energetiche rinnovabili. Sarebbe come se all'epoca dell'avvento dell'automobile invece che della Fiat o della Isotta Fraschini, ci fossimo occupati di scuole guida e di uffici per le patenti.

Aiuta Scienza in Rete a crescere. Il lavoro della redazione, soprattutto in questi momenti di emergenza, è enorme. Attualmente il giornale è interamente sostenuto dall'Editore Zadig, che non ricava alcun utile da questa attività, se non il piacere di fare giornalismo scientifico rigoroso, tempestivo e indipendente. Con il tuo contributo possiamo garantire un futuro a Scienza in Rete.

E' possibile inviare i contributi attraverso Paypal cliccando sul pulsante qui sopra. Questa forma di pagamento è garantita da Paypal.

Oppure attraverso bonifico bancario (IBAN: IT78X0311101614000000002939 intestato a Zadig srl - UBI SCPA - Agenzia di Milano, Piazzale Susa 2)

altri articoli

Vincenzo Balzani: tre transizioni per uscire dalla crisi ecologica e sociale

Non possiamo auspicare, uscendo dalla pandemia, di tornare alla situazione normale, quella caratterizzata dalla crisi ecologica e sociale. Sono tre le transizioni che Vincenzo Balzani, professore emerito di Chimica dell'Università di Bologna, membro dell'Accademia dei Lincei e coordinatore del comitato energiaperlitalia, ha individuato come necessarie per uscirne: energia, economia e, non ultima, cultura.

Crediti immagine: Gordon Johnson/Pixabay

Quella mattina ero l'ultimo a parlare e sulla tabella di marcia eravamo in ritardo. Per ragioni di tempo, ho pensato quindi di evitare l'introduzione del mio discorso, passando subito al dunque. In questo modo, sono poi riuscito a dire tutte le cose più importanti.