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Finisce lo Shuttle non l'avventura nello spazio

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Parte l’ultima navetta da Cape Canaveral, il numero 135 dello Shuttle Transportation System. Fine di un’era? Sì, certo, fine dell’era Shuttle, durata 30 anni. L’Economist (quello che disse di Berlusconi “unfit to lead Italy”) intitola “End of Space”. Ha ragione? Questa volta no.

Era tutto cominciato con una coincidenza significativa. Il primo volo dello Shuttle fu il 12 aprile 1981, esattamente 20 anni dopo il volo di Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio. Il messaggio era chiaro: lo schiaffo sovietico del 1961, già vendicato dalla conquista della Luna nel 1969, adesso aveva un’altra risposta dagli USA. Era stato Nixon ad imporre alla NASA qualcosa di rivoluzionario: un sistema di “cheap and easy access to space” basato su un vettore in gran parte riutilizzabile. L’idea era buona: una navetta capace di portare sette astronauti e 18 tonnellate di carico su e giù dall’orbita bassa intorno alla Terra. Insomma un “muletto” (ma con un carico enorme) che avrebbe dovuto fare diversi voli al mese, al prezzo di giusto un pieno di carburante, pochi milioni di dollari. Un’idea ardita e fantastica, che rivoluzionava quello che si poteva fare nello spazio.

Non andò così: nella realtà, il programma si rivelò molto più complicato e costoso. I 135 voli STS sono stati fatti in 30 anni, più o meno un volo a trimestre, da 5 a 10 volte meno del previsto. I costi sono andati ancora peggio: il programma sfiora i 200 miliardi, quasi cento volte più del previsto. E, soprattutto, su 135 voli, due fallimenti catastrofici, con perdita di 14 astronauti su un totale di 355 trasportati. E’ un tasso di perdite oggi appena accettabile in guerra da parte delle forze armate USA.

Ma anche risultati brillanti. Primo fra tutti, la messa in orbita e le ripetute, essenziali riparazioni dello Hubble Space Telescope, da più di 20 anni il più grande strumento di astronomia per la razza umana. E poi, su di un’orbita diversa, la costruzione della ISS, la stazione spaziale che senza lo Shuttle non sarebbe mai esistita. Lei stessa è ora finalmente completata, con almeno dieci anni di ritardo e al costo di 100 miliardi. Non ha mantenuto, almeno finora, le promesse di fare scienza di punta, ma è servita a dimostrarci che sappiamo fare le cose nello spazio, e le sappiamo fare bene, e tutti insieme (anche l’Italia).

E da domani? Ha ragione l’Economist? Se vogliamo dimostrargli che (stavolta) ha torto, dobbiamo non perdere tempo e inventare il futuro. La ISS è un problema: per i suoi astronauti rimane solo la cara vecchia Soyuz, più vecchia dello Shuttle, gloriosa ma paurosamente arretrata. Intanto, la NASA sta pensando a un nuovo vettore, anche se in mezzo a catastrofici tagli. Forse doveva pensarci prima: gli astronauti di STS 135 saranno gli ultimi astronauti americani a partire dal suolo americano per molto tempo, forse 5-10 anni. E poi avere un’idea di cosa fare: per esempio un cantiere navale in librazione tra Terra e Luna, dal quale far partire missioni abitate.

Dal 1972 nessun essere umano ha più lasciato la gravità della Terra: le centinaia di astronauti sulla ISS sono in orbita terrestre. Ecco la risposta all’Economist: con un sogno che porti uomini e donne nello spazio possiamo trovare lo slancio culturale e tecnologico necessario al vero progresso. Senza più accesso umano allo spazio, invece, ha ragione l’Economist: lo spazio morirà.


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Nell'immagine di copertina: elaborazione grafica da Zubova AV et al, PLOS One (2026). Licenza: CC BY 4.0

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