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I dilemmi della ricerca all'europea

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La proposta della Commissione europea sarà resa pubblica solo alla fine del prossimo mese di novembre. Ma la rivista Nature nei giorni scorsi è stata in grado di anticipare le principali novità che secondo il “governo di Bruxelles” dovrà contenere Horizon 2020, il programma di finanziamento europeo alla ricerca che, a partire dal 2014 e fino, appunto, al 2020 succederà a FP7, il Settimo Programma Quadro che scadrà con il 2013.

La prima novità riguarda la richiesta di budget. Che dovrebbe passare dai 50,5 miliardi di euro di FP7 a 80 miliardi di euro. Su base annua significa passare da 7,2 a 11,4 miliardi di euro. Un aumento del 22%. Voluto dalla Commissione per dare carne all’obiettivo di centrare nel 2020 l’obiettivo largamente fallito nel 2010: fare dell’Europa la regione leader al mondo dell’economia della conoscenza. Un incremento di spesa del 22% non è certo poco, in termini relativi. È invece ancora pochissimo in termini assoluti. Bruxelles continuerà a coordinare solo una piccola frazione (più o meno il 5%) della spesa europea in ricerca. La gran parte degli investimenti (circa il 95%) sarà decisa ancora a livello nazionale.

La seconda e – sostanzialmente – ultima novità riguarda la burocrazia. L’iter burocratico per chiedere fondi dovrà essere unificato e dimagrito. Chiunque concorre a un qualsiasi grant europeo dovrà riempire gli stessi moduli. Possibilmente scarni. Sull’esempio di quelli necessari per partecipare alle “call” dell’European Research Council.

Questa è un’ottima notizia, per i ricercatori del Vecchio Continente. Sarebbe stata musica ancora più dolce per le loro orecchie se gli obiettivi dei vari progetti – distribuiti in sei grandi aree tematiche – non fossero decisi da burocrati che non sanno, per dirla con Einstein, “dove la scarpa della scienza e dell’innovazione tecnologica duole”, ma dalla stessa comunità scientifica, che sa dove sarebbe bene indirizzare le maggiori risorse. Ma scalfire il potere della burocrazia, anche in Europa, non è affare semplice. Certo, Horizon 2020 passerà senza esserci riusciti.

Ma il problema più serio non promana dal progetto, ma dal consesso di chi lo dovrà approvare. E non è un problema da poco. Ben 14 stati, tutti i nuovi venuti in pratica, si oppongono alla filosofia di fondo dei finanziamenti alla ricerca che vige in Europa: i soldi vanno ai migliori progetti. Il fatto è che i migliori progetti sono realizzati nell’ambito delle migliori istituzioni scientifiche. Che, a loro volta, sono localizzate nei paesi più ricchi: Germania, Gran Bretagna, Francia, paesi scandinavi.

I nuovi venuti sanno di essere meno attrezzati scientificamente. Ma sanno anche di essere più poveri. E, sostengono, con un processo che premia i migliori l’Europa della ricerca rischia di essere una sorta di Robin Hood al contrario: toglie ai poveri per dare ai ricchi. Per noi non è accettabile e contrasteremo questo processo.

Gli scienziati non amano questo approccio. Pensano che l’unico criterio di valutazione nell’ambito della ricerca debba essere il merito. Null’altro. E che l’Europa non possa derogare a questo principio che si è ormai imposto a livello globale. Pena una perdita di competitività scientifica.

Non sarà semplice trovare una soluzione tra due interlocutori che parlano lingue così diverse. L’unica soluzione possibile è che i singoli stati investano risorse proprie per recuperare eventuali gaps e raggiungere l’eccellenza. Ma tra i pochi che hanno la forza e la lucidità di scegliere questa opzione politica ci sono (non a caso) i paesi che sono già al top.

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