fbpx Dalle staminali una nuova via per capire le malattie renali | Scienza in rete

Dalle staminali una nuova via per capire le malattie renali

Primary tabs

Tempo di lettura: 3 mins

Diciamo “cuor di leone” o che uno “ha fegato”, non c’è niente di simile per il rene. Ma se non fosse per i reni, vivremmo ancora negli stagni e saremmo tutti gonfi come ranocchi. Sono i reni che hanno permesso a certi mammiferi di lasciare oceani e fiumi per cominciare a vivere sulla terra. Negli oceani era tutto semplice, acqua e sodio erano lì, a portata di mano (a dirla giusta dovrebbe essere a portata di pesce) sulla terra invece bisognava sapere conservare il sodio ed imparare a eliminare il potassio, serviva un rene che sapesse farlo. Senza reni, qui sulla terra, non ci sarebbero filosofi.

Beviamo e mangiamo quello che vogliamo perché il rene elimina quello che non serve, minuto per minuto con una precisione che nessuna bilancia di precisione sarà mai capace di raggiungere. Se il rene smette di funzionare acqua e sali si accumulano e si muore in pochi giorni. Ma chi si accorge dei propri reni? Anche perché il cuore batte, il polmone respira, ma il rene non si sa nemmeno che c'è e non dà sintomi salvo che uno non abbia i calcoli o certe infezioni. Così per i dottori del rene è tutto più difficile anche se hanno la fortuna di poter contare sull'urina.
Ottenere l'urina è la cosa più facile del mondo e analizzarla è semplice, basta un microscopio e si ricavano moltissime informazioni sullo stato di salute del rene e non solo. L'urina ti dice della capacità filtrante dei reni ma anche se i tubuli che riassorbono quello che i glomeruli hanno filtrato funzionano bene o no. Infezioni, calcoli, tumori hanno spie precise nell'urina. Anche diabete e malattie del cuore si possono scoprire guardando alla composizione dell'urina.

Adesso c'è un passo avanti - il lavoro è appena stato pubblicato su Journal of the American Society of Nephrology da Paola Romagnani e dai suoi colleghi dell'Ospedale Meyer di Firenze - nelle urine di bambini malati di malattie genetiche del rene si trovano cellule staminali (progenitori renali) che si possono raccogliere e studiare e persino espandere in laboratorio in modo da ottenerne migliaia o milioni tutte uguali.
Da queste cellule si può estrarre il DNA che rivela le stesse alterazioni responsabili del danno renale e in ultima analisi della malattia. E non basta, queste cellule grazie a protocolli particolari  possono maturare in vitro e trasformarsi nelle cellule che vogliamo studiare così da rivelare eventuali alterazioni funzionali legate a quel preciso difetto genetico.
E’ come avere in un certo senso un po' di rene malato in laboratorio, in una piastra di petri insomma e poterlo studiare (e quel po’ di rene è proprio quello del bambino malato).
Questa tecnica aiuterà a capire di più delle cause genetiche delle malattie renali e valutare l'effetto dei farmaci su cellule e tessuti dello stesso bambino  che dovrà eventualmente avvantaggiarsi di quelle cure.

Così i dottori del rene, che come è noto passano più tempo a vedere gli esami di laboratorio e analizzare l'urina che a visitare i malati, da domani avranno un motivo in più per farlo.


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.

Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.