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Dalle falsificazioni agli autori fasulli, problemi nuovi ed emergenti nelle pubblicazioni scientifiche

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Sono sempre più gli articoli scientifici ritrattati, anche da riviste autorevoli, per errori o, peggio, falsificazioni fraudolente. E, nel frattempo, è nato l'inquietante fenomeno della “vendita delle firme”, cioè servizi che offrono, dietro pagamento, la possibilità di essere inclusi tra gli autori di un articolo. In questo contesto, emerge e si fa sempre più importante nell'editoria scientifica la figura del whistleblower, che svolge in modo metodico un'attività di verifica.

Crediti immagine: Immagine di fabrikasimf su Freepik

Nel mondo dell’editoria scientifica sta emergendo una nuova figura, a metà tra lo scienziato e il detective: il segnalatore di errori in articoli pubblicati in riviste scientifiche (anche importanti). Si chiama whistleblower ma non è una talpa e nemmeno una gola profonda, perché svolge l’attività di controllo alla luce del sole con un lavoro di metodico, a volte lungo e complesso, per evidenziare errori che possono essere stati fatti in buona fede, magari per la fretta di pubblicare, oppure essere di natura fraudolenta.

A riprova dell’importanza del lavoro svolto da queste figure, che passano al setaccio lavori anche di autori “pesanti” pubblicati su riviste importanti, Nature ha scelto uno di loro tra le dieci personalità che hanno ottenuto un risultato importante nel 2023. Si tratta di James Hamlin, un fisico americano esperto di superconduttività, che ha trovato sospetto un articolo pubblicato a marzo su Nature dove Ranga Dias e Ashkan Salamat sostenevano di avere ottenuto la superconduttività a temperatura ambiente, un risultato potenzialmente molto importante, che era finito su tutti i giornali. Hamlin, che aveva già controllato e fatto ritirare due precedenti lavori di Dias, ha indagato a fondo sul risultato, dimostrando che non era credibile perché il metodo aveva troppi punti oscuri (ne abbiamo parlato qui). Le sue critiche, che non hanno avuto risposte convincenti, hanno convinto gli editori di Nature a ritirare il lavoro a novembre (forse Nature dovrebbe fare più attenzione prima di accettare articoli di questo autore visto che, spinti dalle critiche di Hamlin, i suoi editori ne aveva già ritirato uno nel 2020).

Un epilogo molto più rapido di quanto avviene di solito con le riviste che impiegano anni per decidere se, e come, procedere. Spesso aspettano il risultato di indagini interne alle università, che scattano quando c’è il sospetto che i dati siano stati contraffatti o inventati di sana pianta. Uno dei casi più estremi coinvolge due medici giapponesi, Yoshihiro Sato e Jun Iwamoto, i cui numerosi lavori su fratture e osteoporosi, pubblicati su molti giornali, sono sembrati sospetti a un team di segnalatori di frodi scientifiche formato dai neozelandesi Andrew Grey, Mark Bolland e Greg Gamble, dell'Università di Auckland, e dall’inglese Alison Avenell, dell'Università di Aberdeen. L'analisi, iniziata nel 2013, ha evidenziato dati non plausibili ed evidenti incongruenze negli articoli del gruppo giapponese. Come poteva un team formato da pochi ricercatori e senza finanziamenti dichiarati reclutare migliaia di soggetti di ricerca?

Col tempo, l'elenco degli articoli sospetti è cresciuto fino a quota 300 lavori, pubblicati su 78 giornali. Dopo ripetute segnalazioni del gruppo di detective scientifici, che hanno raccontato il loro decennio di sforzi nel lavoro Ten Years later: Assessments of the integrity of publications from one research group with multiple retractions, qualcosa ha iniziato a muoversi. Le riviste hanno preso provvedimenti per 136 articoli, ritrattandone 121, correggendone tre e segnalandone 12 come problematici. Per altri 57 articoli, le riviste hanno comunicato al team di aver fatto delle revisioni e hanno stabilito che 22 dovevano essere ritrattati. I detective non hanno ricevuto alcuna risposta su altri 107 articoli pubblicati su 41 riviste di 21 editori, tra cui Elsevier e Springer Nature. Finalmente, il mese scorso, Elsevier ne ha ritrattati sette, tre anni e mezzo dopo che il Comitato per l'etica della pubblicazione (Committee on Publication Ethics, COPE) aveva minacciato sanzioni.

Guardando il sito delle ritrattazioni, troviamo Sato, che prima di morire ha ammesso di aver falsificato i risultati, al quarto posto nella lista degli autori più ritrattati, con 119 articoli. Il tedesco Joachim Boldt è a quota 194 articoli, seguito dai giapponesi Yoshitaka Fujii con 172 e Hironobu Ueshima con 124. Operano tutti in ambito medico e tre sono giapponesi; chissà se significa qualcosa. Da notare che tutto questo è successo a valle delle segnalazioni dei detective: nessun giornale ha agito in modo autonomo.

Non sempre si tratta di frodi macroscopiche; a volte si tratta di disattenzione (colpevole ma non fraudolenta) che emerge con più facilità dall’esame delle figure. È quello che fatto il biologo Sholto David sul blog For Better Science per ben 57 lavori, pubblicati tra il 1997 e il 2017 dal gruppo dirigente del Dana Faber Cancer Institute (DFCI), un'istituzione importante affiliata alla Harvard Medical School. Gli errori identificati da David comprendono porzioni di immagini identiche che compaiono più di una volta nello stesso documento. David ha affermato che è difficile capire come errori di questo genere possano accadere ma ha rifiutato di dire se ritiene che le sue scoperte costituiscano una prova di cattiva condotta della ricerca. Il DFCI ha richiesto la ritrattazione di sei articoli e la correzione di altri 31, per i quali gli autori del DFCI «hanno la responsabilità primaria dei potenziali errori nei dati»; l'istituto sta ancora indagando su altri 16 articoli che contengono dati provenienti dai laboratori di altri ricercatori del DFCI e di Harvard. Solo tre dei documenti in questione non contenevano "anomalie nei dati".

Sapere che un attento controllo ha evidenziato che solo il 10% degli articoli pubblicati da un prestigioso istituto di ricerca sul cancro sono immuni da errori non è affatto rassicurante, tanto che anche il New York Times ne ha parlato. L'indagine andrà avanti almeno per un anno, ma il responsabile per l’integrità scientifica del DFCI ha rifiutato di commentare se gli errori rappresentino una cattiva condotta scientifica, dal momento che «La presenza di discrepanze nelle immagini in un articolo non è una prova dell'intenzione di un autore di ingannare. Questa conclusione può essere tratta solo dopo un attento esame basato sui fatti (...) La nostra esperienza ci insegna che gli errori sono spesso involontari e non assurgono al livello di cattiva condotta».

Certo nessuno è immune da errori. L’anno scorso, Marc Tessier-Lavigne, presidente dell’Università di Stanford, ha dato le dimissioni dopo che erano state trovate manipolazioni in alcuni dei lavori del suo gruppo; per non parlare della presidente di Harvard, Claudine Gay, costretta a dare le dimissioni perché accusata di plagio sulla base di un articolo del 2001, dove compaiono diverse frasi tratte dal libro Race Redistricting and Representation, pubblicato da David T. Canon nel 1999, senza che il libro fosse citato. Canon, interpellato, ha detto che si trattava semplicemente di definizioni e che, a sua parere, non c’era nessun plagio, ma tant’è.

Oltre a questi casi eclatanti, che mettono in grande imbarazzo riviste e istituzioni di rilievo, esiste anche un altro fenomeno preoccupante nel mare magnum della letteratura scientifica: la vendita delle firme su articoli da pubblicare su riviste più o meno autorevoli. Gli investigatori scientifici hanno scoperto centinaia di annunci online pubblicati su Facebook e Telegram, oltre che sui siti web di aziende che affermano di offrire servizi di pubblicazione accademica. Spesso gli annunci includono il titolo dell'articolo, la rivista in cui sarà pubblicato, l'anno di pubblicazione e la posizione degli spazi di firme disponibili per l'acquisto. I prezzi variano da centinaia a migliaia di dollari, a seconda dell'area di ricerca e del prestigio della rivista. Il meccanismo utilizzato sembra essere la richiesta di aggiungere autori dopo che l’articolo è stato accettato e deve essere finalizzato. Nel caso di grandi collaborazioni, non è inusuale che si facciano piccole modifiche alla lunga lista degli autori dopo che la pubblicazione è stata accettata: qualcuno fa notare che si è trasferito e ha cambiato affiliazione, oppure semplicemente che il suo nome è stato omesso dalla lista. Io l’ho visto succedere diverse volte, ma i nomi aggiunti erano quelli di colleghi che avevano pieno diritto di chiedere di essere inclusi nella lista degli autori; in questo caso si tratta invece di perfetti sconosciuti che pagano per avere una pubblicazione in più.

Dopo avere indagato su queste affermazioni, gli editori hanno ritrattato decine di articoli perché sospettano che siano stati inclusi autori che, pur non avendo partecipato alla ricerca, hanno pagato per aggiungere la loro firma. Gli specialisti avvertono che il problema è in crescita e che probabilmente seguiranno altre ritrattazioni. Nature ha intervistato i detective specializzati in queste truffe. Sono Anna Abalkina, economista alla Libera Università di Berlino, e Nick Wise, ingegnere all'Università di Cambridge, che hanno iniziato a indagare in modo indipendente sugli annunci comparsi in gran numero a partire dal 2019. Abalkina si concentra sulle pubblicità presenti sui siti web provenienti dalla Russia e dall'Europa orientale, mentre Wise analizza quelle diffuse su Facebook e Telegram. Entrambi sono convinti di avere trovato articoli direttamente collegabili a inserzioni per la vendita di firme. Due dei canali Telegram seguiti da Wise contengono almeno 300 annunci ciascuno. In un preprint pubblicato sul server arXiv nel dicembre 2021, Abalkina descrive un'analisi di oltre 1.000 offerte di firme, pubblicate nel 2019-21 su un sito web in lingua russa chiamato International Publisher, per un valore complessivo di oltre 6,5 milioni di dollari. La ricercatrice ha collegato 460 articoli pubblicati alle inserzioni. Anche se la vendita delle firme è difficile da provare, le inserzioni, che elencano titoli specifici di manoscritti, offrono una prova convincente del fatto che le firme vengono comperate.

Nel maggio 2022, dopo aver indagato su una segnalazione di Abalkina, Springer Nature ha ritrattato per la prima volta un articolo per il sospetto che alcuni autori avessero pagato per essere inclusi. Da allora il gruppo editoriale ha ritrattato 11 articoli in altre cinque riviste a causa di sospetti simili. Altre indagini sono in corso.

Il COPE sostiene che gli annunci per la vendita di firme mostrano l'evoluzione delle fabbriche di articoli (paper mills), che sono più che mai attive nella produzione di articoli falsi per gli scienziati che hanno bisogno di pubblicazioni per i loro curricula. Abalkina ritiene che le società si siano sviluppate a partire da quelle che in precedenza si occupavano di riviste predatorie. Visto che i database accademici hanno eliminato molte di queste riviste, le società si sono adattate alle richieste di un nuovo mercato che si è sviluppato perché, in molti Paesi i ricercatori vengono valutati in base al numero di articoli pubblicati (senza tenere conto della qualità). Secondo un altro pezzo apparso su Nature, si stima che centinaia di migliaia di pubblicazioni fabbricate inquinino la letteratura scientifica. Un'analisi indica che circa il 2% di tutti gli articoli scientifici pubblicati nel 2022 potrebbe essere prodotto da paper mills (ne abbiamo già parlato qui).

Se individuare questi articoli è difficile, arrivare alle società che li producono è ancora più difficile. È chiaro che la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa aggraverà il problema, fornendo più modi per produrre rapidamente testi e dati falsi in grado di eludere gli attuali metodi di rilevamento. Per questo diversi gruppi editoriali hanno costituto UNITED2ACT, un gruppo internazionale che lavora per affrontare la sfida collettiva delle fabbriche di articoli nell'editoria accademica.

 

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Vehicle battery pack ballistic shield, Tesla Inc 2011

Da un punto di vista sia economico sia ambientale, la parte più costosa di un’auto elettrica è la batteria, pertanto è bene sfruttare tutta la sua vita utile. Tuttavia, il modello di mobilità attuale, basato su molte auto private poco utilizzate, non è né efficiente né sostenibile per un parco auto completamente elettrificato: occorre passare verso un modello di mobilità basato sul car sharing di veicoli a guida autonoma.

Immagine: Patent US8286743B2, Vehicle battery pack ballistic shield, Tesla Inc 2011.

Nel 2023, in Italia le immatricolazioni di auto elettriche sono state 66.276, con una quota di mercato del 4,22%, contro le 49.053 del 2022 e una quota di mercato del 3,71%. Il parco circolante BEV si attesta così a 220.188 unità.

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