Per curare le psicosi studiamo il linguaggio

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Il convegno “Il ruolo del linguaggio in psicopedagogia e psichiatria: una visione unitaria dal bambino all’adulto”, tenutosi all’Università degli Studi di Milano lo scorso 5 novembre, ha esplorato il linguaggio non solo nella dimensione patologica ma anche nello sviluppo psicopedagogico del bambino e in una visione più generale dell’evoluzione di Homo sapiens. Rivelando così che proprio il linguaggio, anche se non ancora particolarmente considerato nella clinica delle malattie psichiatriche, può diventare uno strumento importante per la diagnosi e per la cura.
Crediti immagine: Public Domain Pictures. Licenza: CC0

Un tempo si parlava di schizofrenia, disturbo bipolare e altre malattie psichiatriche. A dire il vero anche oggi si fa riferimento a queste categorie diagnostiche. Peccato che alla luce degli studi più recenti studi di neuroanatomia funzionale questa nomenclatura non tenga più. Lo spiega Werner Strik, dell’Università di Berna, durante il Convegno “Il ruolo del linguaggio in psicopedagogia e psichiatria: una visione unitaria dal bambino all’adulto”, che si è tenuto all’Università degli Studi di Milano lo scorso 5 novembre.

Nuovi nomi per la malattie della psiche

Se teniamo ben distinti mente e cervello, e consideriamo i vari studi che negli ultimi anni hanno correlato i vari sintomi delle psicosi maggiori con l’imaging neurofunzionale dei pazienti, è possibile disegnare una nuova mappa per sintomi e correlati cerebrali, riordinandoli nelle tre categorie di linguaggio, affettività e comportamenti motori. Si scopre allora che i vari sintomi delle psicosi possono variare in un continuo dall’estremo delle psicosi con contenuti negativi a quelle con espressione positiva. Così, per quanto riguarda i sintomi del linguaggio si va dall'alogia (povertà del linguaggio) nella forma negativa all’eloquio incoerente nella forma positiva. E ancora nel sistema limbico che coinvolge le emozioni abbiamo a un estremo negativo il senso di minaccia subita e al polo positivo il senso di potere (onnipotenza). Infine nel sistema motorio abbiamo da un lato la riduzione fino alla mancanza di movimento (acinesia) e dall’altro l’agitazione (iperciinesia).

Rivedere la nomenclatura delle malattie della psiche non è un esercizio fine a se stesso, perché solo riordinando i criteri diagnostici alla luce di solide basi anatomiche e funzionali del cervello, sarà possibile fare qualche passo in avanti nella messa a punto di cure più mirate ai bersagli molecolari delle psicosi. Un tentativo simile di riordinare l’architettura delle malattie della mente in base ai sintomi è stato esposto da Tilo Kircher, dell’Università di Marburgo.

Il linguaggio tra patologia e sviluppo psicopedagogico

Analizzando in particolare la notevole varietà dei disordini del pensiero e del linguaggio tipici delle psicosi, Kircher ha illustrato come sia possibile ricondurli alle modifiche strutturali del cervello e da queste - in un percorso a ritroso - a disfunzioni come la ridotta attività dei neuroni glutamatergici e a specifiche mutazioni geniche, pur riconoscendo il prevalente carattere multifattoriale di queste malattie. Di questo grande rivoluzione sistematica che si sta profilando il convegno si è concentrato sul linguaggio, che gli organizzatori del convegno hanno voluto esplorare non solo nella dimensione patologica delle grandi psicosi ma anche nello sviluppo psicopedagogico del bambino (Anselmo Paolone, Università di Udine) - in particolare il valore della narrazione poetica per una sua crescita emotiva - e in una visione più generale dell’evoluzione di Homo sapiens sviluppata da Franco Fabbro dell’Università di Udine (vedi box).

In psicologia e psichiatria il linguaggio ha sempre giocato un ruolo fondamentale, basti pensare alle grandi “narrazioni” della psicoanalisi di Siegmund Freud e della fenomenologia di Karl Jaspers. Ma anche in una prospettiva moderna basata sulle neuroscienze, il linguaggio resta centrale nel rivelare, attraverso le tipiche connotazioni che assume nelle diverse psicosi, le basi neurologiche della malattia.

Illuminante a questo proposito è stata la relazione di Paolo Brambilla (Università di Milano), coordinatore del Convegno insieme a Mariapia Abbracchio. «Nei nostri studi analizziamo l’uso di diversi aspetti del linguaggio in persone agli esordi di attacchi psicotici confrontati con individui sani. E in tutti questi studi ricorrono deficit più o meno gravi nell’utilizzare correttamente il linguaggio, sia a livello grammaticale, sintattico, sia nella semantica e negli aspetti non verbali che accompagnano il linguaggio, come il tono, l’enfasi su determinate parole, eccetera», spiega Brambilla.

Lo studio del linguaggio per diagnosi e terapia

«Gli studi mostrano, ad esempio, una grossa difficoltà a comprendere le metafore da parte dei malati con esordi psicotici, così come elaborare frasi complesse e corrette, o discorsi coerenti. La fenomenologia dei disturbi del linguaggio è ricchissima e risulta significativamente compromessa a livello cerebrale nella corteccia prefrontale ventrolaterale in pazienti con esordi psicotici, oltre a essere correlata con il volume di materia grigia del giro frontale inferiore e del giro temporale superiore (aspetto toccato anche dalla relazione di Benedicto Crespo-Facorro dell'Università di Siviglia, ndr.). La possibilità di identificare le diverse caratteristiche del linguaggio che differenziano episodi di psicosi e i controlli può aiutare a identificare precocemente i pazienti a rischio di sviluppare psicosi, e anche forme di cura e riabilitazione».

Altri studi hanno iniziato a identificare i marcatori linguistici specifici di diverse patologie: ad esempio, a persone con schizofrenia, altre con disturbo bipolare e controlli sani è stata mostrata una semplice sequenza di vignette che descrive una situazione elementare che si è poi chiesto di descrivere a parole. «Dall’analisi automatica delle trascrizioni dei racconti si è visto che le anomalie della produzione linguistica sembrano essere specifiche per la schizofrenia, ma non per il disturbo bipolare. Le differenze nell'estensione e nel tipo di deficit che abbiamo trovato tra schizofrenia e disturbo bipolare potrebbero rappresentare l'obiettivo di strategie riabilitative innovative e più particolari», spiega Brambilla.

Il linguaggio, insomma, anche se non ancora particolarmente considerato nella clinica delle malattie psichiatriche, può diventare uno strumento importante per la diagnosi e per la cura. Ma per far questo è necessario arrivare a una più compiuta caratterizzazione dei possibili sintomi linguistici riferibili alle varie forme di psicosi, e a un approfondimento delle loro cause neurobiologiche.

 

Nota: Molte di queste informazioni sono riassunte in un libro sul tema intitolato “Brain Evolution, Language and Psychopathology in Schizophrenia” curato da Paolo Brambilla e Andrea Marini (Routledge, 2013).

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Poliglotti e non violenti 

La lingua, al pari della confessione religiosa e di altri elementi identitari, diviene spesso motivo di conflitti in cui si dispiega la tendenza naturale dell’uomo a impiegare la violenza intraspecifica. Un modo per mitigare l’aggressività umana votata alla distruzione del diverso da sé è il diffondersi di un'educazione plurilingue e plurireligiosa. Secondo la prospettiva antropologica dello psicologo e neuropsichiatra Franco Fabbro (Università di Udine), infatti, l’aggregazione dei diversi gruppi umani in formazioni culturali e statuali sempre più grandi finisce per contrastare con i limiti di socializzazione di cui ha parlato l’antropologo Robin Dunbar, che a questo proposto ha suggerito un numero poi diventato famoso - il numero di Dunbar - che corrisponde a 150: tale infatti sarebbe la soglia dei gruppi umani come aggregazione di famiglie, cui segue per estensione il numero di 1500, che corrisponde alla dimensione dei popoli primitivi.

Ancora oggi gli antropologi riscontrano (per esempio nelle società Yanomami in Amazzonia) la tendenza, una volta raggiunta approssimativamente la soglia di 1500 individui, alla separazione in più “popoli” e quindi la speciazione di lingue diverse. La violenza fra gruppi umani sorgerebbe quindi anche come forma di sofferenza degli individui immersi in contesti culturalmente sempre più ampi e globalizzati, dove viene meno l’identità locale. Questa prospettiva spiegherebbe le varie forme di separatismo e radicalizzazione, che vanno riconosciuti nelle loro specificità culturali e “curati” non con un astratto cosmopolitismo ma con l’educazione multiculturale e plurilingiustica.

 
Nota: Su questi temi Franco Fabbro ha recentemente pubblicato “Identità culturale e violenza” (Boringhieri, 2018).

 

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