fbpx Cronistoria del calvario lombardo: un primo studio | Scienza in rete

Cronistoria del calvario lombardo: un primo studio

Primary tabs

Il primo studio scientifico sull'esordio dell'epidemia in Lombardia, sui principali dati epidemiologici e sull'impatto di COVID-19 sul sistema sanitario e sugli ospedali.

Tempo di lettura: 3 mins

Lo aspettavamo da tempo e finalmente è uscito. I protagonisti della sanità lombarda impegnati in questo durissimo braccio di ferro con Covid-19, che dal 20 febbraio è dilagato nella regione più ricca d’Italia, mettendo in ginocchio ospedali, medici e sistema sanitario, hanno postato su Arvix la pubblicazione “The early phase of the COVID-19 outbreak in Lombardy, Italy” in cui delineano ciò che fino ad ora hanno potuto capire dell’epidemiologia della malattia pandemica.

Per seguire la descrizione fattane dagli autori nel Sommario della pubblicazione, “Nella notte del 20 febbraio 2020 è stato confermato nella Regione Lombardia il primo caso di nuova malattia coronavirus (COVID-19). Nella settimana successiva, la Lombardia ha registrato un rapidissimo aumento del numero di casi. Abbiamo analizzato i primi 5.830 casi confermati in laboratorio per fornire la prima caratterizzazione epidemiologica di un focolaio di COVID-19 in un Paese occidentale”. 

Così inizia il drammatico racconto, che prosegue descrivendo il metodo usato per cercare di catturare i dati dei casi e dei relativi contatti. “I dati epidemiologici sono stati raccolti attraverso interviste standardizzate dei casi confermati e dei loro stretti contatti. Abbiamo raccolto i dati demografici, le date di insorgenza dei sintomi, le caratteristiche cliniche, i risultati dei campioni del tratto respiratorio, il ricovero ospedaliero, la ricerca dei contatti”. Quindi all'inizio anche in Lombardia hanno cominciato a fare il cosiddetto "contact tracing" stile Corea del Sud, poi travolto e disarticolato dalla piena epidemica.

Già le prime analisi rivelano quanto sospettato. L’epidemia in Italia è iniziata molto prima del 20 febbraio 2020. “Al momento dell'individuazione del primo caso COVID-19, l'epidemia si era già diffusa nella maggior parte dei comuni del Sud-Lombardia” osservano gli autori. “L’età media dei casi è di 69 anni il caso più anziano ha 101 anni). I tamponi nasali eseguiti fra sintomatici e chi non ha sintomi non mostra differenze significative, cosa che fa pensare alla possibile trasmissione anche fra asintomatici. Ma sono quelli che stanno male, ovviamente, a finire in ospedale, e in una misura forse superiore ad altre regioni: il 47% dei positivi. Ma il dato ancora più preoccupante è che ben il 18% ha bisogno di una terapia intensiva, con un tempo di ricovero medio di 6,6 giorni. 

Il contagio, secondo le stime degli autori, si riproduce con un tasso pari a 3,1 (ogni positivo ne infetta 3), che successivamente alle misure entrate in vigore il 23 febbraio (decreto legge n. 6) del lockdown delle prime Zone rosse e della chiusura delle scuole tende a diminuire leggermente, ma evidentemente non in misura sufficiente per attestare un controllo dell’epidemia, per la quale si cominciano a invocare già da settimane “strategie di contenimento aggressive per controllare la diffusione di COVID-19 e gli esiti catastrofici per il sistema sanitario”.

Lo studio, uscito su Arvix il 20 marzo, fotografa la situazione a tutto il 6 marzo. Il resto è noto. Crescita tumultuosa dell’epidemia, lockdown nazionale l’11 marzo. E ancora oggi crescita sostenuta dei casi, dei ricoveri, delle morti nella fornace lombarda. 

 

Articoli correlati

Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Gender equality nella ricerca: c'è ancora il soffitto di cristallo

bilancia in disequilibrio con figure stilizzate di uomo e donna

In occasione della Giornata ONU delle donne e delle ragazze nella scienza, diamo un'occhiata ai dati europei sulla gender equality: ci sono i segnali di progresso nella partecipazione femminile alla ricerca e all’innovazione, ma anche persistenti squilibri strutturali. Per esempio, nonostante l’aumento di donne tra esperti, valutatori e coordinatori di progetto, l’accesso alle posizioni apicali resta limitato, la precarietà contrattuale più diffusa e il carico di cura sproporzionato. 

L’11 febbraio, Giornata ONU dedicata alle ragazze e alle donne nella scienza, offre l’occasione per interrogarsi non solo sulla loro presenza nel settore della ricerca e dell’innovazione (R&I), ma soprattutto sulla qualità di tale presenza: chi avanza di carriera, chi resta ai margini, chi abbandona e perché. Negli ultimi anni l’Unione europea ha fatto dell’uguaglianza di genere una priorità esplicita, integrando la gender dimension nei programmi quadro per la ricerca e promuovendo cambiamenti istituzionali attraverso strumenti come il Gender Equality Plan (Gep).