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Carcere: come la crisi climatica aggrava la pena delle persone detenute

sbarre con sfumature arancione e azzurra

Per chi vive in carcere, la crisi climatica non è solo una condizione ambientale ma una pena aggiuntiva. Celle gelide d’inverno e soffocanti d’estate espongono le persone detenute a rischi fisici e psichici che la crisi climatica sta aggravando. In Italia, tra edifici obsoleti, sovraffollamento e assenza di monitoraggi sistematici, il microclima penitenziario resta un’emergenza invisibile, ai margini delle politiche di adattamento e del dibattito pubblico sui diritti e sulla salute.

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Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro. La sua storia è stata raccontata qualche anno fa su Al Jazeera dal giornalista Brian Osgood. Nel carcere statale di Pelican Bay il freddo era così penetrante che Saavedra partecipò a uno sciopero della fame per ottenere giacche e berretti. Anni dopo, nella prigione di Corcoran, il problema era l’opposto: il caldo diventò così estremo da fargli perdere conoscenza. Il clima si è trasformato per Saavedra, ma anche per tutte le persone che vivono una condizione di privazione della libertà personale, in una forma di sofferenza aggiuntiva, non scritta in nessuna sentenza.

Quella di Saavedra non è solo una storia americana: è un esempio di ciò che accade quando la crisi climatica arriva in carcere, un luogo chiuso e spesso sovraffollato, dove chi è detenuto non può proteggersi, né scegliere come difendersi dal freddo o dal caldo estremo. Anche in Italia le condizioni climatiche negli istituti penitenziari fanno accendere dei campanelli di allarme che non andrebbero ignorati, ma che invece si ripropongono ciclicamente.

Secondo i dati (relativi al 2025) raccolti dall’Osservatorio sulle condizione di detenzione dell’associazione Antigone, «nel 10% degli istituti visitati (circa 120) il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda. Oltre la metà delle carceri (56,3%) ha celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario ne preveda l’obbligatorietà».

Circa un mese fa a Firenze, nella casa circondariale di Sollicciano, in alcune celle la temperatura è scesa fino a due gradi. «Il carcere di Sollicciano soffre da decenni di gravi carenze strutturali», spiega Giancarlo Parissi, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Firenze. Un progetto edilizio definito «disgraziato fin dall’origine», che dagli anni Novanta ha iniziato a mostrare tutti i suoi limiti: infiltrazioni, problemi di circolazione dell’acqua, impianti di riscaldamento malfunzionanti. Nel tempo si sono susseguiti interventi di manutenzione, cambi di caldaie, riparazioni, ma nessuno di questi è stato risolutivo. «Il risultato è una struttura che d’inverno non riesce a trattenere il calore e d’estate diventa una trappola di cemento». Una situazione che, secondo il garante di Firenze, non è più sanabile: servirebbero investimenti ingenti o una ricostruzione radicale, ipotesi che restano sul piano del dibattito teorico. E così si va avanti, di stagione in stagione, senza una soluzione.

La crisi climatica amplifica i rischi sanitari

Ma cosa significa vivere in carcere a due gradi? Dal punto di vista sanitario, le conseguenze sono tutt’altro che marginali. A spiegarlo è il dottor Sandro Libianchi, presidente del Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane (Co.N.O.S.C.I. - aps). «Il primo rischio è l’ipotermia, soprattutto per le persone più vulnerabili: anziani, detenuti con patologie croniche, chi soffre di disturbi respiratori o cardiovascolari. Il freddo aggrava bronchiti, asma, infezioni, dolori muscolari». A questo si aggiungono difficoltà igieniche evidenti: quando l’acqua è fredda ci si lava meno, aumenta il rischio di infezioni cutanee, peggiorano le condizioni generali di salute.

Ma, come sottolinea Libianchi, l’impatto più sottovalutato è quello sulla salute mentale, soprattutto per le persone esposte a queste situazioni per periodi lunghi: «Il freddo prolungato è stressante, ansiogeno, depressogeno. Aggrava i problemi di salute mentale, aumenta l’irritabilità, riduce la capacità di concentrazione». In questo contesto, anche il lavoro quotidiano di operatori sanitari, educatori e agenti penitenziari è reso più difficile.

Libianchi cita anche alcune vulnerabilità meno raccontate: le persone in sovrappeso, per esempio, che faticano a regolare la temperatura corporea; oppure i detenuti stranieri arrestati nei mesi estivi, che entrano in carcere con abiti leggeri e sono costretti a indossarli anche quando arriva l’inverno a causa dell’assenza di reti familiari che possano fornire vestiti adeguati. In molti istituti, come a Sollicciano, sono le associazioni e i volontari a intervenire con raccolte di indumenti e coperte.

Un fenomeno senza dati

In Italia non esiste un monitoraggio sistematico delle temperature nelle carceri. Non ci sono dati ufficiali, termometri, punti di osservazione, rilevazioni continue. Le criticità emergono solo quando diventano insostenibili, attraverso segnalazioni isolate di persone detenute, operatori e operatrici sanitari, associazioni o garanti delle persone private della libertà.

«Sono dati scomodi. Quando il problema esplode, si tenta di risolverlo localmente, senza allarmare, senza produrre numeri che possano diventare politicamente ingombranti», dice Libianchi. E così il fenomeno resta frammentato, invisibile e di conseguenza facilmente rimovibile.

I dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali (ASL), per legge, dovrebbero effettuare ispezioni periodiche negli istituti penitenziari, verificando le condizioni igieniche e microclimatiche interne. Ma nella pratica, racconta Libianchi, questi controlli sono rarissimi e quando vengono fatte segnalazioni, spesso non seguono iter efficaci, né verifiche successive.

Sebbene Sollicciano rappresenti uno dei casi più critici, il problema non è isolato. Molti istituti italiani sono vecchi e sovraffollati. Secondo i dati di Antigone, quasi il 40% degli istituti penitenziari italiani è stato costruito tra il 1980 e il 1999 e non sono stati pensati come strutture adatte a resistere a ondate di caldo estremo o a inverni sempre più rigidi.

Alle celle con scarsa ventilazione e isolamento termico inesistente si aggiunge il problema del sovraffollamento, che agisce da moltiplicatore del rischio: più corpi in spazi ridotti significano più caldo d’estate, più umidità, più difficoltà nel garantire condizioni minime di benessere.

Il carcere, grande assente del dibattito climatico

Nel dibattito pubblico sulla crisi climatica, il carcere è quasi sempre assente. Non rientra nelle politiche di adattamento, non viene considerato quando si parla di ondate di calore, né quando si discute di tutela della salute delle persone vulnerabili.

Secondo Parissi, questo accade anche perché il carcere convive con disagi talmente profondi da rendere secondario tutto il resto e la crisi climatica non è tra le priorità. Libianchi, invece, afferma che clima e carcere sono due temi scomodi, che la politica preferisce non intrecciare.

In carcere il clima non è solo una condizione esterna, ma entra negli spazi e nelle vite delle persone, aggravando disuguaglianze strutturali. Ci sono alcuni interventi che potrebbero essere attuati a basso costo e con relativa semplicità, come la dotazione di ventilatori e frigoriferi o l’apertura delle porte esterne delle stanze di permanenza per favorire la circolazione d’aria; altri invece richiedono un impegno in più, per esempio l’isolamento termico degli edifici, le valutazioni ambientali istituto per istituto. «Queste operazioni, però, richiedono volontà politica e soprattutto il riconoscimento che la dignità e la salute delle persone detenute non sono negoziabili», conclude il garante di Firenze. Scontare una condanna non dovrebbe significare subire sofferenze aggiuntive, eppure quando il freddo o il caldo si intensificano, il carcere si trasforma in un luogo dove la pena si dilata, si inasprisce.

 


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