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Adolescenti e dispositivi digitali: oltre i divieti, verso l'educazione

Mentre il tempo che bambini e adolescenti trascorrono con adulti e coetanei si è drasticamente ridotto, è cresciuto l’uso dei dispositivi digitali. Con effetti che, secondo gli studi, si traducono in rischi per salute fisica, sonno e benessere psicologico. Ma la risposta più efficace non sono divieti e verifiche d'età quanto, semmai, un’educazione condivisa all’uso consapevole, sostenuta da scuola, famiglie e comunità.

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Trent’anni fa un adolescente trascorreva tra le 10.000 e le 20.000 ore in presenza di adulti e coetanei; oggi questa stima si riduce drasticamente, attestandosi tra le 1.500 e le 5.000 ore. Parallelamente, il 41,8% degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni dichiara di essersi rivolto all’intelligenza artificiale nei momenti di tristezza, solitudine o ansia.

Da queste due considerazioni prende avvio una riflessione sull’uso eccessivo e intensivo dei dispositivi digitali da parte di bambini, bambine e adolescenti.

Numerosi studi mostrano come il tempo trascorso davanti agli schermi abbia ricadute significative sulla salute fisica e psicologica. In una ricerca che includeva bambini e adolescenti, un’esposizione superiore alle 2 ore quotidiane è risultata associata a un aumento del rischio di sovrappeso e obesità del 67% rispetto ai coetanei con un tempo di utilizzo inferiore. L’esposizione precoce e prolungata agli schermi è inoltre associata a un peggioramento del benessere psicologico negli adolescenti. Nei bambini più piccoli, l’uso precoce dei dispositivi digitali è correlato a maggiore irritabilità, disattenzione, iperattività e difficoltà nella regolazione emotiva. Superare le 2–3 ore di schermo al giorno è associato a un minore benessere mentale, con un aumento dei sintomi ansiosi e depressivi.

Le ragazze appaiono particolarmente vulnerabili: mostrano una maggiore fragilità rispetto all’immagine corporea e all’autostima e sono più esposte a fenomeni come il FOMO (Fear Of Missing Out, la paura di essere esclusi) e la nomofobia, ossia l’ansia legata all’assenza del telefono o della connessione.

Nei bambini sotto i 13 anni, anche una sola ora serale di esposizione agli schermi può ridurre la durata e la qualità del sonno, con un conseguente aumento del rischio di disturbi dell’umore, ansia e un peggioramento del rendimento scolastico. A ciò si aggiunge il fenomeno del cyberbullismo, strettamente legato alla diffusione precoce di smartphone, social media e chat, che interessa soprattutto la fascia 13–18 anni e colpisce con maggiore frequenza le ragazze.

Le iniziative per vietare i social

Negli ultimi anni anche la politica sembra aver preso maggiore consapevolezza del problema. A livello europeo sono in corso discussioni per rendere obbligatoria la verifica dell’età attraverso sistemi di identità digitale, con l’obiettivo di proteggere i minori online. In Australia, dal 10 dicembre 2025, è entrata in vigore una legge, la prima al mondo, che obbliga le piattaforme digitali (da Instagram a TikTok, da YouTube a Snapchat) a rimuovere gli account degli under 16 e a impedirne la creazione di nuovi. Le aziende sono tenute a utilizzare sistemi di verifica dell’età basati anche sul riconoscimento facciale, che tuttavia hanno mostrato limiti significativi: alcuni minorenni sono riusciti a superare i controlli, mentre utenti maggiorenni sono stati erroneamente identificati come troppo giovani.

Dopo l’Australia, anche Francia e Spagna stanno seguendo una linea simile. In Italia è stata depositata una proposta di legge bipartisan alla Camera e al Senato che mira a vietare l’iscrizione ai social media ai minori di 15 o 16 anni, a seconda delle versioni, senza il consenso dei genitori, prevedendo sistemi di verifica dell’età affidabili. 

Ma il divieto serve a poco: meglio educare all’uso consapevole

Ma è davvero questo l’approccio più efficace? Con gli adolescenti, più che il divieto, funziona l’accordo. È difficile pensare che un singolo provvedimento restrittivo possa arginare un fenomeno così complesso e pervasivo.

È certamente necessario superare l’anonimato in rete e introdurre forme di identità digitale obbligatoria per l’accesso ai social network. Allo stesso modo, è indispensabile che le piattaforme siano in grado di bloccare in tempo reale la diffusione di contenuti illegali attraverso strumenti efficaci di controllo e tracciabilità. La Commissione europea, per esempio, ha richiamato TikTok, la piattaforma più utilizzata dagli adolescenti, evidenziando come alcune sue caratteristiche progettuali (scroll infinito, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione altamente personalizzati) favoriscano meccanismi di assuefazione. In assenza di adeguati rimedi, l’azienda rischia sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale annuo.

Tuttavia, la strategia probabilmente più efficace resta l’educazione all’uso consapevole dei dispositivi digitali. E il luogo privilegiato per svolgere questo compito non può che essere la scuola. Ciò richiede formazione specifica per gli insegnanti e finanziamenti dedicati: una strada complessa, spesso trascurata dalle scelte politiche.

Occorre quindi ripensare i provvedimenti legislativi adottando una nuova prospettiva: la priorità deve diventare la sovranità digitale dei cittadini, a partire dai più piccoli. Serve uno sforzo collettivo e una raccomandazione forte ai sindaci affinché promuovano e facciano rispettare i patti digitali. È ormai evidente che, affinché bambini e adolescenti utilizzino i media digitali in modo positivo e consapevole, siano necessari accordi condivisi da tutta la comunità. L’impegno delle singole famiglie o della sola scuola non è sufficiente: occorre un’alleanza che coinvolga genitori, nonni, pediatri, scuola, oratori, società sportive, istituzioni e altri contesti educativi e di vita quotidiana.

Liberare il tempo per stare con figli e figlie

Non si tratta di vietare l’uso degli smartphone, né di negarne l’utilità, ma di stabilire regole chiare e condivise: niente dispositivi a tavola, nemmeno nei ristoranti, dove accanto alle aree Wi-Fi dovrebbero esistere zone “no cell”; spegnere lo smartphone almeno un’ora prima di andare a dormire; bloccare le applicazioni non idonee all’età; rafforzare il ruolo del parental control. Allo stesso tempo, è necessario offrire alternative concrete ai dispositivi, già a partire dalla prima infanzia: tornare a leggere favole, ascoltare musica, giocare insieme.

È fondamentale, soprattutto, tornare a trascorrere più tempo con i nostri figli e figlie. L’idea, a lungo accettata, che basti poco tempo purché “di qualità” si è rivelata sbagliata. Abbiamo lasciato bambini e adolescenti soli per troppo tempo, permettendo ai dispositivi digitali di occupare uno spazio sempre più totalizzante nelle loro vite.

I divieti, da soli, non bastano. Serve uno sforzo comune e una forte assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni locali. Intanto, abbiamo iniziative come i patti digitali, «un accordo informale tra famiglie che, per aiutarsi, scelgono di seguire nella quotidianità le stesse prassi con il desiderio di promuovere un utilizzo sicuro, attivo, creativo e consapevole della tecnologia»: oggi in Italia si stimano circa 35 patti digitali nel Sud, contro gli 86 del Nord e i 52 del Centro. È una strada impegnativa, forse la più difficile, ed è anche quella che la politica preferisce non vedere.

 


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