Pur essendo una recente branca dell'astronomia, la ricerca di pianeti extrasolari ha portato alla scoperta di centinaia di stelle con il loro harem di pianeti. Le osservazioni mostrano che questi pianeti seguono un valzer attorno alla loro stella, compiendo orbite irregolari a una distanza che è centinaia di volte maggiore di quella tra il Sole e la Terra. Ora uno studio in attesa di pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal ha mostrato che questi pianeti non si sarebbero formati da un disco di gas e polvere che ruota intorno a una stella, secondo il modello che spiega la nascita di pianeti con orbite piccole e regolari, come quelli del sistema solare. Molti degli esopianeti, invece, sarebbero stati in precedenza pianeti che fluttuavano solitari nello spazio e solo in un secondo momento sarebbero stati catturati da una stella. Gli autori dello studio, Hagai Perrets dell'Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge in Massachussets e Thijs Kouwenhoven del Kavli Institute for Astronomy and Astrophysics dell'Università di Pechino, hanno simulato al computer cosa avviene ai pianeti vagabondi quando si trovano immersi in un ammasso stellare. I risultati mostrano che una frazione compresa tra il 3 e il 6% delle stelle riesce a catturare almeno un pianeta. In effetti studi precedenti hanno mostrato che questi pianeti vagabondi, probabilmente rispediti nello spazio interstellare quando il loro Sole raggiunge la fine della sua vita e si espande in una gigante rossa, sarebbero moltissimi: tanti quanti le stelle. Anche il Sole, pur possedendo nove pianeti e un numero enorme di corpi minori, grazie alla sua massa avrebbe la capacità di catturare un pianeta che passasse nelle sue vicinanze. Sarebbe eccitante scoprire in futuro che la famiglia solare possa crescere di un nuovo cugino, magari lontano e piccolo, ma pur sempre un parente.
Nuovi esopianeti
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Cosa sappiamo sul crollo del Ponte Morandi, dopo la sentenza di I grado

Si è concluso ieri il processo di primo grado per accertare le responsabilità per il crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. I giudici hanno condannato i vertici di Autostrade per l’Italia, società che gestiva l’opera, e della sua controllata incaricata della manutenzione, oltre che un funzionario del Ministero dei Trasporti. La condanna sembra quindi confermare la tesi dell’accusa secondo cui a causare il disastro fu la mancata manutenzione dell’opera e in particolare dei cavi in calcestruzzo armato che ancoravano il ponte al pilone numero 9. Le armature in acciaio di quei cavi erano gravemente corrose, come già nel 1992 era stato constatato decidendo di intervenire sul pilone numero 11. Una nuova indagine del 2015 confermava lo stato di degrado. Un progetto di risanamento dell’intero ponte era stato concluso nel 2017 e approvato nel 2018, pochi mesi prima del crollo. Nell'immagine di copertina il Ponte Morandi dopo il crollo. Fonte: Alessio Sbarbaro/Wikipedia (CC BY-SA 4.0).
Giovedì 16 luglio, la procura di Genova ha pubblicato la sentenza del processo di primo grado per il crollo del viadotto Polcevera, anche noto come “Ponte Morandi”, un ponte strallato in calcestruzzo armato precompresso inaugurato nel 1967, lungo 1182 metri, che collegava Genova a Savona scavalcano il torrente Polcevera e alcuni quartieri di Genova situati nella valle.