Valutazione e Ricerca: elogio dell’imperfezione

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La vita non esaminata criticamente non vale la pena di essere vissuta.

Come già diceva Platone, la valutazione costituisce il sale della vita. E della ricerca scientifica in particolare.

Le metodologie di valutazione, basate su parametri quanto più possibile obiettivi, sono diverse nei Paesi più avanzati. In Germania, ad esempio, i migliori Atenei vengono selezionati e finanziati da valutazioni periodiche. E in Inghilterra la competizione fra le varie Università per attrarre i migliori cervelli, innescata da un meccanismo periodico di valutazione, ha sortito negli ultimi 10 anni effetti estremamente positivi, come è emerso da un’analisi recentemente effettuata dalla Lega Europea delle Università di Ricerca (LERU, che raccoglie 21 tra i più prestigiosi Atenei europei fra cui, per l’Italia, l’Università degli Studi di Milano). Ne è un riflesso il netto miglioramento della competitività inglese nell’attrarre giovani vincitori di progetti IDEAS dello European Research Council, che premia l’innovatività dei giovani ricercatori. Mentre non può non preoccupare il peggioramento della performance italiana sullo stesso banco di prova: il nostro Paese precipita al quarto posto, dopo essere stato primo a pari merito con la Germania.

La valutazione e la logica di premialità ad essa legata sono l’unica speranza per mantenere vivo e sano il sistema universitario e di Ricerca del nostro Paese. Perché le risorse, e ancor di più in un momento in cui scarseggiano, devono essere date a chi fa meglio, in una logica di meritocrazia.

L’agenzia ANVUR - di cui l’Italia si è dotata con un percorso bipartisan - per la valutazione delle istituzioni di Ricerca e delle Università, ha formulato alcuni criteri per il primo livello di selezione (idoneità) dei docenti universitari, secondo una logica di miglioramento continuo suggerita anche dal Comitato di esperti per le politiche di ricerca (CEPR www.cepr.it): i nuovi docenti devono essere al di sopra della mediana (cioè più della metà) di quelli già presenti, così da alzarne progressivamente il livello, ed i valutatori devono essere autorevoli, al livello o superiore ai valutati. Come strumenti di valutazione sono stati proposti, ove applicapibili, indicatori già largamente utilizzati a livello internazionale per le discipline scientifiche e per settori delle scienze sociali: i criteri bibliometrici (impact factor e H index). 

La scelta di tali parametri è stata oggetto di un dibattito molto vivace negli ultimi mesi. In particolare il Gruppo2003, che del tema della valutazione ha fatto il suo cavallo di battaglia sin dalla fondazione, è intervenuto con un documento costruttivo che partiva dall'analisi delle procedure attualmente seguite per proporre possibili soluzioni migliorative (si veda, a tal proposito, l'articolo di Gaetano Di Chiara e Maria Grazia Roncarolo per il Gruppo2003, pubblicato su Scienzainrete lo scorso luglio). Da altre fonti, invece, è stata aspramente criticata la scarsa autorevolezza delle riviste selezionate in alcuni settori al di fuori delle discipline scientifiche. Si tratta di critiche più che giustificate e condivisibili, e ci si augura che vengano introdotti rapidamente dei correttivi. Sarebbe però disastroso “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. Detto fuor di metafora, sarebbe deleterio se queste polemiche fermassero la valutazione dei docenti universitari e degli Atenei, indispensabile per attivare un sano meccanismo di premialità. Certo la valutazione è per sua stessa natura imperfetta e perfettibile. Ed i criteri su cui si basa, in particolare quelli bibliometrici, non la sostituiscono, ma sono strumenti di misura della qualità. In generale, sono convinto che ci si dovrebbe confrontare con le migliori esperienze internazionali, e su quanto nel nostro Paese viene già effettuato, ad esempio, da charities come AIRC. Imparando da esse.

Critichiamo pure, dunque, gli aspetti specifici dell’abilitazione e della valutazione dei docenti e degli Atenei, ma non dimentichiamo che è meglio una valutazione imperfetta piuttosto che la sua assenza. Un sistema migliorabile di valutazione è comunque una base di partenza. Fare marcia indietro, ora, ed aspettare di mettere a punto un meccanismo ideale, rischierebbe solo di affossare la meritocrazia.

Qui è consultabile una versione ridotta dell'articolo, pubblicata sul Corriere della Sera, 3 novembre 2012

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