Tasse universitarie: risposta a Sylos

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Tra le affermazioni di Francesco Sylos Labini nel suo ultimo intervento, la più sorprendente è quella in cui mi domanda "Quale indagine mostrerebbe che i ricchi vanno all’università più dei poveri?" Questa sua domanda richiede una risposta, in attesa che altri vogliano intervenire in questo dibattito per non limitarlo ad uno sterile scambio bilaterale.

"Quale indagine mostrerebbe che i ricchi vanno all’università più dei poveri?"

Deve esserci un equivoco perché la mole di ricerche internazionali che mostrano l'impatto del background familiare sulle scelte d'istruzione è enorme e generalmente ben nota. Il dato Almalaurea citato da Francesco mi induce a pensare che lui confonda la distribuzione della ricchezza familiare tra gli iscritti all'università, con la probabilità di iscriversi all'università data una certa ricchezza familiare: questi due concetti statistici sono in relazione tra loro (Teorema di Bayes), ma solo il secondo è quello rilevante ai nostri fini.

Visto che Francesco mi accusa di usare esempi "confusi" e con numeri inventati, provo ad usare un minimo di notazione matematica abbinata alla spiegazione intuitiva e a dati reali (chi non è interessato ai simboli può comunque seguire le parole).

Innanzitutto assumiamo, seguendo Francesco, che "la ricchezza delle famiglie sia proporzionale al grado d’istruzione" e quindi che la laurea dei genitori sia un indicatore (binario) di maggiore ricchezza della famiglia d'origine. Ha ragione Francesco a dire che in linea di principio è una ipotesi da verificare, ma almeno in prima approssimazione è un ipotesi ragionevole e largamente supportata nella letteratura.[1]

Definiamo quindi con:

  • L=1: figlio laureato
  • L=0: figlio non laureato
  • Y=1: genitori laureati e quindi "famiglia ricca"
  • Y=0: genitori non laureati e quindi "famiglia povera"

I dati Almalaurea dicono che tra i figli che si laureano la frequenza di genitori non laureati ("povertà") è maggiore della frequenza di genitori laureati ("ricchezza"). Ossia:

72% = Pr(Y=0|L=1) > Pr(Y=1|L=1) = 28%

Francesco conclude quindi che tra i laureati italiani ci sono più poveri che ricchi e per questo la mia affermazione è falsa. Dimentica però di guardare a come la ricchezza familiare è distribuita nel gruppo dei figli che non si laureano (L=0). Questa informazione non è contenuta nei dati Almalaurea che si riferiscono evidentemente ai soli laureati. Supponiamo ad esempio che accada questo (ed è la realtà del caso italiano[2]):

93% = Pr(Y=0|L=0) >> Pr(Y=1|L=0) = 7%

ossia che tra i non laureati la frequenza di “famiglie povere” sia addirittura pari al 93% e quindi molto maggiore che tra i laureati (72%). Quindi le “famiglie relativamente povere” (secondo questa definizione) sono tante in generale e sono relativamente più frequenti tra coloro che non si laureano. L'immagine che ora si trae dai due dati congiunti (1) e (2) comincia ad apparire diversa da quella che Francesco vuole far trasparire usando solo il primo. I due risultati sono infatti possibili solo se la probabilità di laurearsi di un figlio, condizionatamente alla ricchezza del padre, è inferiore quando il padre è povero. Ossia il confronto statistico che deve interessare è quello tra:

Pr(L=1|Y=0)   e   Pr(L=1|Y=1)

In altre parole dobbiamo chiederci se la probabilità di laurearsi del figlio di un povero sia maggiore o minore della probabilità di laurearsi del figlio di un ricco.[3]

Vediamo allora i dati rilevanti per questo confronto, iniziando da quelli per Italia e USA che ho analizzato con Daniele Checchi e Aldo Rustichini[4]: l'evidenza dice, ad esempio, che " ... the odds of obtaining a college degree in Italy are almost 25 times higher if the father has a college degree, while in the US having a graduate father increases the odds only by 6 times. Hence, both countries do not ensure a situation of equal opportunities in the transitions between education levels, but Italy appears to be more distant than the US from such a situation."[5] Incidentalmente, l'articolo mostra anche che la mobilità sociale è maggiore in USA (fatto, immagino, sorprendentemente per Francesco), dove il sistema scolastico è largamente privato e andare all'università costa molto.

Ma forse Francesco non si fida dei miei conti e delle leggi della statistica. Può allora scaricarsi direttamente i dati dell'Indagine della Banca d'Italia sui Bilanci delle Famiglie Italiane (http://www.bancaditalia.it/statistiche/indcamp/bilfait), che è un’indagine campionaria rappresentativa, mentre tra l'altro i dati Almalurea soffrono di un tasso di non risposta probabilmente maggiore tra i laureati con carriere professionali migliori e quindi distorsivo per le analisi rilevanti in questa sede.

Con questi dati potrà verificare autonomamente che, ad esempio, i contribuenti con reddito (lordo) entro i 40000 euro (che possiamo considerare relativamente "poveri") sono circa il 90% del totale dei contribuenti, ma sono solo il 25% di coloro che hanno figli all’università. L'ipotesi del mio esempio numerico incautamente ridicolizzata da Francesco (su 4 studenti universitari uno povero) non è troppo lontana da questi numeri, tenendo conto anche della ovvia necessità di semplificazione di un esempio.

Più recentemente, il già citato articolo di Checchi, Fiorio e Leonardi, usando i dati Banca d'Italia, conclude che "... there is still a persistent difference in the odds of attaining a college degree between children of college educated parents and children of parents with lower secondary educational attainment."

Infine, e tralasciando di citare l'analoga evidenza internazionale, Francesco può anche consultare i numerosi libri di Antonio Schizzerotto, (ad esempio, Sociologia dell'Istruzione, Il Mulino 2006, con Carlo Barone).

Francesco Sylos Labini mi dice che "Invece di presentare modelli fondati su ipotesi irrealistiche e numeri inventati, tra l’altro con risultati piuttosto confusi, bisognerebbe analizzare la realtà." Lascio al lettore giudicare chi sia più vicino alla realtà

"Progressività della fiscalità generale e regressività del finanziamento universitario"

Assumendo che ora possiamo tutti finalmente concordare sul fatto che, a meno di ingegnose definizioni di povertà e ricchezza relative, i "poveri" usufruiscono dell'educazione terziaria relativamente meno dei "ricchi", la seconda questione su cui Francesco Sylos Labini mi invita ancora a fornire spiegazioni è la questione di chi finanzia gli studenti universitari. Anche in questo caso, se gli esempi simulati non bastano, provo a rispondere con i numeri dell'indagine Banca d'Italia e con i dati del Ministero delle Finanze:[6]

  • Il 25% più povero delle famiglie che hanno almeno un figlio all’università ha un reddito (lordo) inferiore o uguale a 40000 euro; il secondo 25% ha un reddito compreso tra 40000 e 65000 euro; il terzo 25% tra 65000 e 97000; l’ultimo 25% superiore a 97000 (i dati vengono dall’indagine Banca d'Italia del 2008).
  • Guardando ora ai dati del Dipartimento delle Finanze per lo stesso anno, i contribuenti con reddito entro i 40000 euro pagano il 54% del gettito IRPEF netto; quelli con reddito tra 40000 e 65000 ne pagano il 16%; quelli con reddito tra 65000 e 97000 ne pagano il 12%; quelli con reddito superiore a 97000 ne pagano il restante 18%

Quindi[7]:

  • le famiglie più povere con figli all’università (ossia quelle con reddito inferiore ai 40000 euro) usufruiscono del 25% dei 7 miliardi del Fondo di Finanziamento Ordinario (circa 1,75 miliardi) ma li finanziano per il 54% (circa 3.8 miliardi): trasferiscono quindi implicitamente 2 miliardi alle famiglie con reddito superiore ai 40000 euro.
  • il successivo 25% delle famiglie (quelle con redditi tra 40000 e 65000), riceve un altro 25% del FFO e lo paga per il 16%: ne ricavano un trasferimento netto a loro favore pari a circa 600 milioni; il successivo 25% riceve poco meno di un miliardo, e l’ultimo 25% riceve circa mezzo miliardo.
  • Ovviamente il finanziamento del FFO viene anche da altre imposte, che qui non si considerano. Ma a meno che queste non siano più progressive dell’imposta sui redditi (e non lo sono), l’argomento risulta semmai rafforzato.

Spero quindi che anche su questo punto si possa finalmente archiviare la questione. Ossia è comunque vero (e quasi lapalissiano) che se aggiungiamo una componente regressiva in qualsiasi sistema fiscale, riduciamo la progressività pre-esistente di quel sistema fiscale, quale che essa sia. Se la progressività preesistente è quella considerata equa dalla Costituzione, vuol dire che è quella che rende a ciascuno il suo. Il modo in cui in Italia finanziamo l'università (e lo stesso vale per i numerosi altri paesi che fanno altrettanto) implica togliere ai poveri ciò che la progressività voluta dalla Costituzione vorrebbe che loro legittimamente avessero.

"Debito pubblico ed evasione fiscale"

Su questo punto esiste un'evidente e legittima divergenza di posizioni tra Francesco e me, che non è possibile sanare in quanto non dipende da fatti ma dalle nostre rispettive preferenze. In altre parole, sia io che Francesco concordiamo sul ridurre le spese inutili della pubblica amministrazione (ad esempio gli aerei da caccia) e combattere seriamente l'evasione fiscale. Ma qui le strade si dividono. Io darò l'appoggio ai politici che vorranno utilizzare questi risparmi per ridurre lo stock di debito pubblico. Francesco a quelli che invece vorranno aumentare la spesa universitaria (contendendo i risparmi a sanità, giustizia, servizi sociali ...). Vedremo che cosa diranno gli elettori.

In ogni caso Francesco Sylos Labini fa un'operazione scorretta confrontando variabili stock come il debito (2000 mld,) e variabili flusso come la spesa universitaria, (7 mld ).

"La proposta di Ichino non “consiste affatto nel far pagare l'università di più ai ricchi (quelli di oggi subito e quelli di domani in modo differito) e di farla pagare di meno ai poveri”."

Se capisco bene quello che Francesco vuol dire, con la mia proposta il ricco avrebbe un vantaggio rispetto al povero perché il ricco non ha vincoli di liquidità, ha risorse in eccesso, non è costretto ad indebitarsi e il valore marginale del reddito è per lui inferiore. Per il povero è vero il contrario. Concordo pienamente, ma attenzione: il vantaggio per il ricco non deriva dalla mia proposta, ma dal fatto che è ricco in partenza. Ossia quale che sia l'intervento che preferiamo (borse, prestiti o finanziamenti a pioggia) rimane il fatto che il ricco non ne avrebbe bisogno. Proprio per ovviare a questo la mia proposta facilita i poveri consentendo la possibilità di:

  • Alzare le tasse universitarie per i ricchi anche al di sopra del costo del servizio da loro utilizzato, realizzando così anche nell'ambito ristretto del finanziamento universitario la progressività voluta dalla Costituzione (come già spiegato sopra il finanziamento basato sulla fiscalità generale preferito da Francesco, riduce, invece, la progressività totale).
  • Offrire prestiti che possono benissimo essere agevolati in misura fortemente maggiore per i meno abbienti; le borse di studio a fondo perduto sono la versione estrema di un prestito di questo tipo; ma i prestiti consentono una gamma di modulazioni molto più flessibile e generano meno sprechi.
  • Offrire prestiti che devono essere ripagati solo in proporzione al reddito, e quindi non generano "l'ansia della rata fissa da pagare" a tutti i costi; la percentuale di restituzione può di nuovo essere modulata in modo da favorire anche fortemente i meno abbienti.
  • Offrire prestiti che non devono essere ripagati sotto una soglia di reddito post laurea da stabilire, favorendo quindi la mobilità sociale in misura tanto maggiore quanto più alta è questa soglia.

L'effetto combinato di queste caratteristiche della proposta, può quindi implicare un forte trasferimento pubblico a favore dei meno abbienti per frequentare l'università. Farlo o non farlo dipende dalle preferenze della collettività: ma il mio strumento lo consente. Invito quindi Francesco e i lettori a distinguere tra il giudizio tecnico sullo strumento proposto e il giudizio su come può essere utilizzato nelle sue diverse modulazioni a seconda delle preferenze politiche della collettività.

Rimane ovviamente vero che le famiglie abbienti non hanno bisogno di prestiti perché sono ricche. Ma cosa c'entra questo con il giudizio sulla mia proposta? Il fatto che esistano ricchi e poveri dobbiamo prenderlo per dato, almeno nell'attuale situazione. Proprio partendo da questo dato di fatto, la mia proposta consentirebbe di favorire un maggiore accesso dei poveri all'istruzione terziaria rispetto alla situazione attuale e quindi di ridurre la disuguaglianza e incrementare la mobilità sociale.

"Altre questioni"

Le altre questioni toccate da Francesco sono in larga parte tangenziali rispetto alla mia proposta.

È vero: in Italia le tasse universitarie non sono zero, ma sono ridicolmente basse rispetto ai costi di erogazione del servizio. Dire che per questo in Italia si va all'università praticamente gratis mi sembra un'approssimazione non insensata. Però accetto la critica: un piccolo costo in termini di tasse universitarie c'è e avrei dovuto essere più preciso. D'altro canto Francesco ammetta che una differenziazione in fasce di reddito come quelle da lui citate (da 300 a 1500 ad esempio) implica un costo ridicolo per una famiglia abbiente. Continuo a non capire perché Francesco (e chi la pensa come lui) trovi accettabile che ad esempio un professore ordinario come me possa mandare i suoi figli all'università spendendo solo poco più di 2000 euro di tasse universitarie all'anno.

Inoltre la mia proposta tiene in considerazione il fatto che dobbiamo finanziare anche le spese di alloggio e trasferimento degli studenti: anche per queste spese potrebbe essere chiesto il prestito.

Infine, inutile discutere di qualità del sistema universitario, o specificamente della Bocconi: abbiamo opinioni diverse e usiamo unità di misura differenti. E poi entrambi i nostri interventi hanno confuso didattica e ricerca, valutazione generale e field specific.

Rimane invece il fatto che quale che sia il livello attuale dell'università italiana si possono migliorare le cose e a questo aspira la mia proposta.

A questo punto, ad altri la parola.



[1] Vedi ad esempio, limitandosi solo all'evidenza italiana più recente: Checchi, Fiorio e Leonardi (2011), "Intergenerational persistence of educational attainment in Italy", IZA Working Paper 3622, http://www.iza.org/en/webcontent/publications/papers/searchResults.

Mentre dati precisi sulla ricchezza sono meno diffusi e quindi la relazione tra istruzione e ricchezza è stata meno frequentemente stimata, la relazione tra istruzione e reddito da lavoro è forse la relazione maggiormente studiata da economisti e sociologi. Qualsiasi manuale di economia del lavoro riporta rassegne di studi per ogni paese del mondo che confermano una relazione positiva e statisticamente molto significativa: nei paesi avanzati, mediamente, un anno di istruzione è associato ad un aumento del reddito da lavoro pari a circa il 6-8% (vedi, ad esempio, Brucchi Luchino. "Manuale di Economia del Lavoro", Il Mulino).

[2] Il dato non è inventato, ma è tratto da Checchi, Ichino e Rustichini (1999), "More equal but less mobile? Education financing and intergenerational mobility in Italy and in the US", Journal of Public Economics, Tabella 8, pag. 360, http://www2.dse.unibo.it/ichino/dc-ai-ar%60%60moreequal-jpe.pdf)

[3] Il Teorema di Bayes mette in relazione questi concetti statistici nel modo seguente:

P(L=1|Y=0) = Pr(Y=0|L=1) Pr(L=1) / [ Pr(Y=0|L=1) Pr(L=1) + Pr(Y=0|L=0) Pr(L=0)] (5)

dove è evidente che per avere P(L=1|Y=0), ossia l'indicatore che ci interessa, a partire da Pr(Y=0|L=1), ossia quello che dicono i dati Almalaurea, servono due altre informazioni: Pr(L=1) e Pr(Y=0|L=0), fornite nel mio articolo con Checchi e Rustichini (e non solo).

Analogamente per la seconda probabilità condizionata:

P(L=1|Y=1) = Pr(Y=1|L=1) Pr(L=1) / [ Pr(Y=1|L=1)Pr(L=1) + Pr(Y=1|L=0) Pr(L=0)]  (6)

[4] Vedi nota 2. Per essere ancora più precisi e depurare il confronto dalle variazioni delle distribuzioni marginali, la letteratura compara gli odds ratios, ossia i rischi relativi, definiti come:

Pr(L=1|Y=0)/ Pr(L=0|Y=0)    e    Pr(L=1|Y=1)/  Pr(L=0|Y=1)             (7)

Questi rischi relativi sono gli indicatori menzionati nella citazione che segue tratta dall'articolo con Checchi e Rustichini.

[5] Si veda l'articolo per ulteriori analisi e risultati, in particolare sulla relazione positiva tra istruzione e reddito, che in questa sede giustifica la considerazione delle famiglie con genitori laureati come famiglie economicamente avvantaggiate.

[6] Ringrazio Daniele Terlizzese, con cui sto lavorando ad un rapporto esteso sulla nostra proposta di riforma del finanziamento universitario, per l'aiuto nel reperimento di questi numeri, e per la conversione da redditi netti a redditi lordi nei dati Banca d'Italia.

[7] Trascurando, in prima approssimazione, l'imprecisione derivante dalla combinazione di redditi familiari e individuali.

Commenti

ritratto di Gaetano Di Chiara

Caro Andrea, a dimostrazione che le critiche e i dibattiti servono, mi sembra che questa volta tu abbia veramente fatto centro. Ad una prima, incompleta lettura della tua risposta a Sylos Labini, mi era sorta qualche perplessità sul criterio da te utilizzato per categorizzare l’appartenenza dello studente ai ricchi o ai poveri, e cioè il fatto di avere genitori laureati. Dopo aver letto tutto però, le perplessità sono state eliminate dal fatto che, utilizzando il reddito come riferimento (povero= reddito > a 40000 euro) e i dati della Banca d’Italia si ottiene lo stesso risultato. Mi sembra che la tua risposta sia quindi esaustiva e convincente e dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che bisogna lasciare a ognuno il suo mestiere (e non c’è dubbio che tu abbia dato prova di saperlo fare egregiamente). Per questi motivi non ritengo sia il caso di aggiungere altro. Ho tuttavia un’unica domanda: secondo il meccanismo da te immaginato, la ridistribuzione del reddito ai cosiddetti poveri dovrebbe dipendere dal fatto che questi dovrebbero accedere al prestito in percentuale maggiore rispetto ai ricchi. Ma dubito che questo succederà se l’accesso è indipendete dal reddito. Quindi, per essere operativa, la tua proposta avrebbe bisogno di essere legata al reddito familiare dello studente e quindi, di una reale e veritiera certificazione fiscale. Ma fino a che punto questo è possibile nell'Università italiana? Da noi ( Cagliari) il reddito viene autocertificato dallo studente e non vi è alcun controllo nemmeno a campione da parte dell’Università. Forse il controllo potrebbe essere fatto a posteriori , solo su coloro che hanno ottenuto il prestito. Ciao, Gaetano
ritratto di Andrea Ichino

Caro Gaetano,
grazie per le tue parole che mi fanno davvero piacere.
Quanto alla tua domanda, la mia proposta prevede due possibili strumenti per agevolare i meno abbienti
-- una differenziazione delle tasse universitarie a seconda del reddito familiare molto più marcata di quella attuale e che quindi, anche nell'ambito ristretto del finanziamento universitario, realizzi la progressività voluta dalla Costituzione. L'innalzamento delle tasse per i relativamente abbienti potrebbe (e secondo me dovrebbe) esssere molto marcato.
-- un sistema di prestiti income contingent con parametri modulati in modo maggiormente favorevole ai meno abbienti. I parametri del sistema di prestiti che con una opportuna differenziazione consentono questo obiettivo sono tre: il tasso di interesse, la soglia minima di reddito oltre la quale il prestito viene ripagato e la la percentuale di reddito annuale oltre la soglia mediante la quale il reddito viene ripagato.
L'articolo esteso a cui sto lavorando e che sara' pronto entro fine luglio (spero) conterra' simulazioni delle diverse combinazioni possibili di parametri. Un punto importante, è che le simulazioni saranno fatte non con gli attuali redditi medi dei laureati italiani (generati da una universita' con troppi corsi di laurea poco qualificanti), ma con diverse ipotesi su quanto migliorerebbero i redditi degli studenti che riceverebbero il prestito se potessero accedere a corsi universitari di eccellenza (e abbiamo dati su questo).
Riguardo alla certificazione dei redditi, e in realta' della ricchezza, non deve essere fatta dalle universita', ma dall'ente erogatore dei prestiti (in collaborazione con l'agenzia delle entrate), ossia la Fondazione per il Merito di cui all'art. 4 della legge 240 che tu hai richiamato in altra sede alla nostra attenzione.
In ogni caso la Bocconi riesce molto bene a identificare le famiglie a cui far pagare tasse elevate: vedi ad esempio questo paper "College cost and time to complete a degree ( http://www2.dse.unibo.it/ichino/boc_rdd_63.pdf

ritratto di Francesco Sylos Labini

Ichino continua a girare intorno al punto centrale della sua proposta, che non è rendere più equo il sistema fiscale e dunque di finanziamento dell’università ma di trasferire il costo dell’università dallo Stato alle famiglie. Per rendere più equo il sistema fiscale è, infatti, solamente necessario differenziare le aliquote ed abbassare quelle dei ceti meno abbienti rispetto a quelle dei ceti più abbienti. L’equità del sistema dipende ovviamente dalla distribuzione del reddito, dalle aliquote e dalla distribuzione della provenienza degli studenti in base al reddito. Ovviamente, l’equità non si raggiunge affatto aumentando le tasse universitarie di un fattore 10 rispetto a quelle attuali ed introducendo un sistema forzoso, per le classi meno abbienti, di prestiti (tra l’altro con tassi d’interessi dal 2% al 5%). L’introduzione del sistema inglese non è volto a rendere più equo l’accesso all’università ma di trasferire il costo dell’università dalla fiscalità generale agli studenti ed alle loro famiglie. La retorica dell’equità sociale nasconde il fatto che questo sistema avrebbe delle implicazioni deleterie, come ho illustrato, sia per quanto riguarda la possibilità d’accesso all’università per gli studenti provenienti dalle famiglie meno abbienti, sia per lo stravolgimento della missione dell’università stessa con pericolose conseguenze per quelle discipline più lontane dal mercato del lavoro e per le università che si trovano nelle zone più depresse del paese. Ichino continua a non tener conto del fatto che le tasse universitarie sono già differenziate per classi di reddito. L’entità delle tasse universitarie attuali si valuta in confronto agli altri paesi OCSE, come ho discusso, e non allo stipendio di un professore ordinario. Noto infine che Ichino riconosce che la soluzione di questa questione è puramente politica, mettendo in evidenza la peculiarità di una proposta di destra, che invoca un minore intervento dello Stato, portata avanti da parlamentari di un partito di centro sinistra.
ritratto di Andrea Ichino

Lascio al lettore di stabilire chi continua a girare intorno ai punti centrali del problema.
Rifiutare la proposta perche' trasferisce il costo dell'Università dalla fiscalità generale agli studenti e alle loro famiglie e' una frase senza senso economico perche' la fiscalita' generale e' comunque finanziata dalle famiglie (non dai marziani)! Le entrate dello Stato sono le tasse pagate dalle famiglie e dalle imprese, le quali a loro volta sono possedute dalle famiglie direttamente o tramite azioni. Gli studenti di economia imparano questo principio basilare, così come quelli di fisica imparano i principi della termodinamica.
Quindi la questione non e' SE l'universita' debba essere finanziata dalle famiglie ma COME debba essere finanziata, ossia chi tra le famiglie debba pagare di piu' o di meno. Per questo la discussione che abbiamo fatto su accesso di poveri e ricchi all'istruzione e su regressività del sistema attuale di finanziamento universitario, non implica girare a vuoto intorno al problema
E comunque nasceva da domande e affermazioni di Francesco sulle motivazioni della proposta, a cui ho risposto in modo preciso una per una con dati e riferimenti alla letteratura rilevante, che evidentemente Francesco non conosceva. Forse un po' piu' di cautela nel parlare di cio' che non si conosce non avrebbe guastato.
Ma vedo con piacere che finalmente Francesco Sylos Labini ammette che il sistema di finanziamento dell'universita' Italiane e' iniquo, dal momento che egli accetta l'idea di differenziare le tasse universitarie in base al reddito familiare. Se a lui basta differenziarle da 300 a 1500-2000 euro, come attualmente accade, buon per lui. All'universita' Bocconi (privata) la differenziazione e' molto maggiore e il sistema pubblico farebbe bene a seguire l'esempio. Anche in termini di accertamento della vera ricchezza delle famiglie che la Bocconi riesce a fare! In ogni caso questa differenziazione e' uno dei pilastri della mia proposta e quindi son felice di vederla appoggiata da Francesco.
Quanto ai prestiti esistono in numerosi altri paesi come ad esempio Svezia e Australia e sono un modo ampiamente condiviso per aiutare le classi meno abbienti. Sono uno strumento che puo' essere modulato fino a farlo diventare fortemente redistributivo. Ma di questo Francesco non si e' ancora accorto.
Su una cosa concordo pero' pienamente con Francesco: un'interrogazione parlamentare per sua natura non puo' essere una descrizione di una proposta cosi' impegnativa (e infatti non voleva esserlo: chiedeva solo al governo se e perchè avesse scelto altre strade). E nemmeno puo' esserlo un articolo sul Sole24ore. Per questo sto lavorando ad un articolo, spero pronto entro luglio, che spieghi nei dettagli la proposta.
Ne riparleremo allora, spero, per andare al cuore del problema come Francesco mi chiede di fare: ma mi preoccupa l'atteggiamento (assai poco scientifico) di chi boccia ideologicamente una proposta semplicemente ``perche' di destra".

ritratto di Francesco Sylos Labini

Non c'è bisogno di studiare economia per capire che c'è una differenza fondamentale tra un servizio pagato dallo stato ed uno pagato direttamente dall'utente. Mi fa piacere sapere che l'università Bocconi sia cosi' efficiente nell'accertare la ricchezza e non dubito che diventerà presto consulente della guardia di finanza. Svezia ed Austrialia hanno dei sistemi COMPLETAMENTE differenti da quelli proposti da Ichino. Esempio perfetto per rimarcare il fatto che chi si comporta da scienziato è colui che NON manipola le informazioni (in Svezia le tasse sono ZERO) e NON trucca i dati come, ad esempio Ichino ci fornisce ampio campionario: l'università in Italia non è gratis, l' università in Italia non è di pessima qualità, le tasse universitarie in Italia sono già progressive con il reddito, , la Bocconi non è un esempio di eccellenza, ecc, ecc. Inoltre devo far notare che non ammetto un bel nulla: Ichino ancora non ha capito che le tasse universitarie sono proporzionali al reddito (tra l'altro al reddito falso dichiarato dalla maggior parte dei contribuenti italiani). Forse la questione è semplicemente che gli economisti come Ichino guardano la realtà con i paraocchi dell'ideologia e dunque non sono capaci di interpretare anche le cose più elementari. Ichino non si deve preoccupare del mio atteggiamento in quanto è semplicemente un dato di fatto che in Inghilterra questa visione è stata proposta dalla DESTRA e non dalla SINISTRA, a prescindere da ogni valutazione di merito.
ritratto di Andrea Ichino

Concordo: vale la pena di implementare il nuovo sistema solo se risultera' *molto* piu' progressivo di quello attuale. Come ho ampiamente spiegato nelle mie risposte a Sylos, la differenziazione delle tasse universitarie oggi prevalente in Italia (e a me ovviamente nota) e' estremamente contenuta, ad esempio rispetto a quanto fatto dalla Bocconi. E quindi insufficiente a rendere il sistema progressivo, come i miei dati hanno dimostrato Sto lavorando ad un articolo esteso che spieghi i dettagli della proposta e che colmi le lacune che giustamente Marco Antoniotti vuole vedere colmate. Per il momento mi sembra importante aver raggiunto il risultato che concordiamo sulla iniquita' del sistema attuale. Ora sta a me dimostrare che un sistema basato su prestiti income contingent combinati con una *forte* diversificazione delle tasse universitari per finanziare le universita', rende il sistema più equo ed efficiente. Non interverro' ulteriormente su questo ed altri siti fino a che non avro' scritto l'articolo che spero possa chiarire questi dubbi
ritratto di Stefano Zapperi

L'ultima risposta "ex-cathedra" di Ichino che sostanzialmente afferma che la sua proposta è basata su analisi scientifiche e non su considerazioni politiche mi lascia perplesso. Trovo scorretto paragonare i cosiddetti "principi economici basilari" di Ichino con (addirittura) i principi della termodinamica. Affermare che l'economia sia una scienza dura al pari della fisica permette di far passare scelte politiche per risultati scientifici e quindi neutri. Suggerirei a "scienzainrete" di aprire un dibattito sul rapporto tra economia e scienze dure. E' necessario essere economisti per parlare di economia e di come organizzare la società? Si puo' discutere di scienza dura pur non essendo scienziati? Io penso che l'economia tratti di temi che riguardano tutti direttamente, che sono influenzati dai nostri comportamenti e quindi riguardano la politica. La fisica si occupa invece di fenomeni naturali che nella maggior parte dei casi avvengono indipendentemente dalle nostre scelte. Porre l'economia e la fisica sullo stesso piano è sostanzialmente una truffa.
ritratto di santibaylor

@ Andrea Ichino Gentilissimo, non ricordo di aver letto, nell'interrogazione che Lei ha ispirato, un auspicio di differenziazione delle tasse più marcata dell'attuale in base al reddito. Per la precisione Lei non sembrava per nulla a conoscenza del fatto che questa differenziazione già esistesse, o perlomeno, così scriveva. Cito infatti dalla sua risposta a Francesco Sylos Labini su Scienzainrete: "[...]essendo le aliquote irpef disegnate in modo progressivo, se le tasse universitarie sono uguali per tutti ma i ricchi vanno all'università più dei poveri, il finanziamento dell'Università risulta disegnato in modo regressivo, e quindi riduce la progressività complessiva del sistema tributario". Dunque l'intera Sua proposta, con tutto il rispetto, nasce fondata sulla sabbia, ovvero su un presupposto completamente sbagliato, noto peraltro a qualsiasi studente. Come correttamente ha scritto Francesco Sylos Labini, consentire un fattore 10 (o più, molto di più: tendente a infinito per chi ha basso reddito e oggi è esonerato) di incremento delle tasse non significa "differenziarle", neppure se poi godi di un prestito. Significa "aumentarle" A quanto risulta anche a me il prestito il Svezia (che Lei cita in una delle risposte ai commenti) non è per pagare le tasse universitarie, che invece sono ben più basse di quelle italiane. Serve unicamente per finanziare l'autonomia degli studenti dalle loro famiglie. A sistema di tassazione universitaria invariato, quel prestito lì è una spesa ulteriore per lo Stato. Ed andrebbe benissimo: nessuno lo contesterebbe, qui in Italia, se IN AGGIUNTA alle borse di studio (che però dovrebbero essere coperte) lo Stato volesse anche attivare dei prestiti simili per chi volesse rendersi autonoma dalla famiglia (ci torno tra poco). Ma si tratta di una misura sociale aggiuntiva e del tutto avulsa dal ragionamento "finanziamento delle università". Dunque l'esempio pare citato del tutto a sproposito a vantaggio della Sua tesi, quando, in realtà, è ad essa contrario. Occorre essere molto cauti e ponderare profondamente le proposte, caro Ichino, quando si parla di cose centrali per un Paese - com'è l'Università. Perché quel che si dice può influenzare non solo la vita di questo o quella (e potrebbe dire "pazienza"!), ma l'intera prospettiva di progresso e di formazione di cittadini liberi e consapevoli di una comunità. Che in un Paese avanzato è un valore di base, a prescindere dalla monetarizzazione, per ottenere qualsiasi progresso. La responsabilizzazione dell'università è quanto tutti noi chiediamo. La Sua/Vostra proposta, presentata tramite interrogazione parlamentare (che le Università si facciano carico del rischio di default, o di una parte di esso) non va però in questa direzione. Cito: “qualora il Governo sia orientato ad adottare la soluzione inglese, se Esso non ritenga opportuno (al fine di stimolare gli atenei alla migliore selezione degli studenti) introdurre una disposizione che autorizzi lo Stato a rivalersi sugli atenei che facessero registrare una frazione troppo elevata di studenti inadempienti rispetto all’obbligo di restituzione del mutuo” E' del tutto evidente che ci sono aree del Paese nelle quali il sistema economico locale offre meno occasioni di lavoro qualificato. Incoraggiare una selezione "eugenetica" degli studenti ("una migliore selezione degli studenti", dice l'interrogazione!) in base al grado di copertura dei prestiti è aberrante e controproducente. Una concreta proposta per responsabilizzare le Università, sulla quale chiedo il Suo parere: visto che almeno questo ce lo possiamo permettere (e se abbiamo cambiato strada è stato per una scelta politica), riportiamo il finanziamento dell'Università ai livelli di una decina d'anni fa (aggiornati al tasso di interesse); impieghiamo il differenziale tra finanziamento attuale e quello che deriverebbe dal semplice mantenimento del finanziamento dell'Università ai livelli precedenti usandolo così: il 50% in accesso di forze nuove per la ricerca, attivando nel contempo la valutazione (anche mediante ANVUR) di tutta la produzione scientifica dei dipartimenti (ordinari compresi), erogando ai dipartimenti (in luogo delle università) la parte destinata alla premialità mediante una ripartizione fatta pesando i risultati della valutazione su tutti i dipartimenti italiani comparabili per area disciplinare. Con un esempio: ho a disposizione TOT: lo divido per le aree dipartimentali esistenti (pesando anche per il numero di afferenti). Ottengo per ogni area una cifra. Questa la suddivido pro quota tra i diversi dipartimenti della stessa area in base alle valutazioni ottenute. L'altro 50% potrebbe andare in copertura di prestiti "income contingent", AGGIUNTIVI al livello di borse di studio previsto due anni fa, ESCLUSIVAMENTE (come fanno in Svezia, che Lei cita) per finanziare gli studenti che desiderano rendersi indipendenti dalla famiglia, ovvero andare a vivere da soli e/o cambiare città per iscriversi all'Università preferita. Sarà poi necessario rafforzare ulteriormente le borse di studio, man mano che il sistema diventerà, come direbbe Ichino, più efficiente). Che ne pensa? Vede, la bontà e la genialità dell'idea del prestito legato al reddito dipende dall'impiego per il quale questo prestito è concesso. Non c'entra nulla - lo dico con grande umiltà - "il valore marginale del reddito" oppure il "vincolo di liquidità": mi creda, è sufficiente il buon senso. Se lo Stato offrisse oggi un mutuo così strutturato ai "poveri" che devono acquistare la prima casa, l'idea sarebbe vantaggiosa ed eccellente (perché su questo non fa una interrogazione parlamentare? Le assicuro che riceverebbe un grande sostegno!) Se invece lo Stato mi proponesse, garantendomi questo tipo di prestito, se sono d'accordo a decuplicare una tassa, con la motivazione che tanto poi la pago senza impegno e in comode rate, ecco, in queste condizioni rifiuterei di certo, come farebbe qualsiasi essere umano dotato di senso. E' come se mi si proponesse di togliermi un braccio con l'ottima argomentazione che, anziché staccarmelo di netto, mi tagliuzzano via un millimetro di pelle al giorno, in dosi omeopatiche, così non lo sento neppure. La risposta non sarebbe difficile: "no, grazie, preferisco tenerlo, anche se le condizioni di amputazione che mi offre, sono disposto a riconoscerlo, sono molto interessanti. Sarò stupido ma davvero preferisco tenermelo, grazie.". Si possono fare tutti i conti che si vuole, anche quelli più complessi, ma resta evidente a tutt* il fatto che far pagare 54.000€, anche se a rate, qualcosa che oggi ti costa 2.000€ (a rate anche in questo caso, perché le tasse universitarie non si pagano in unica soluzione) non può essere motivato come "meno iniquo", o, addirittura, come un'azione politica a vantaggio dei "poveri"! Ci sono poi le particolarità del sistema italiano, molto diverso da quello GB. Mi chiedo se prima di avanzare questa proposta, avete pensato che nel sistema inglese questa si inseriva in un ambito in cui le tasse universitarie erano già parecchio più alte di quelle italiane, facendo sì che lo scalino tra il prima e dopo (comunque esagerato e insostenibile) fosse assai minore di quello che ci sarebbe qui; Se avete pensato al fatto che in GB gli stipendi sono più alti di quelli italiani; se avete calcolato cosa avverrebbe in qualche esempio concreto. Uno, se mi permette, lo propongo io: 30.000€/anno lordi, quelli della “restituzione integrale”, significano malcontati uno stipendio di circa 1.600€/mese. Ci sono parecchi laureati, in Italia, che purtroppo si sognano uno stipendio così. A Suo avviso sarebbe opportuno applicare a queste persone un supplemento di tassazione di +9% che durerebbe tutta la loro vita lavorativa? Perché, fatti i pochi conti necessari, in casi del genere dopo 30 anni il debito non sarebbe ancora stato ripagato. Dopo tutto quel ragguardevole e complesso ragionamento contenuto in questo post, posso permettermi di chiederle una cosa semplicissima? Qual è lo stipendio che permetterebbe ad una persona di restituire in "soli" 10 anni (con l'aliquota aggiuntiva del 9%) l'intero importo del prestito? Per il conto, come Lei sa (ma anche qualsiasi lettore può divertirsi a calcolarlo) il prestito è stimabile, per le sole tasse universitarie, in 5 anni di importo massimo, ovvero circa 54.000€. Poi ci sono gli interessi e/o l'inflazione, che galoppano anche negli anni nei quali il prestito non dovesse essere richiesto (per basso reddito o disoccupazione) Attendo con fiducia. Nel frattempo le lancio una piccola provocazione, collegata al concetto di "responsabilità" sul quale siamo davvero tutt* d'accordo: presto ci saranno i dati GB sul numero di studenti con questo nuovo sistema. Se il numero totale di studenti sarà inferiore a quello precedente, sarà sperimentalmente evidente che quella riforma tutto fa tranne che dare maggiori opportunità agli studenti. In questo caso, concretamente, Lei come ha intenzione di assumersi la responsabilità di una proposta totalmente sbagliata e così controproducente? La saluto e La ringrazio in anticipo per le risposte che vorrà darmi, sperando che interessino anche agli altri lettori di questo interessante blog. (A proposito, qual è, ufficialmente, la posizione del Gruppo 2003 sulla interrogazione a prima firma Ichino?)
ritratto di Andrea Ichino

Veda sopra la mia risposta a Marco Antoniotti grazie comunque per gli utili commenti di cui terro' conto
ritratto di Michele Ciavarella

Sicuramente la discussione Ichino/Sylos si fa interessante. Dubito che si possa "dimostrare" scientificamente cosa e` meglio fare, se universita' libera per tutti, o modello USA. Certo Ichino ha in mente il modello USA, e sono daccordo che come ascensore sociale Harvard funzioni meglio (basta vedere Obama...). Ma siamo certi che aumentando le tasse, anche con finanziamento ai poveri, rifaremo Harvard in Italia? Ci sono aspetti che forse sono virtuosi, lo studente che paga molto esige molto, si impegna di piu', molti di meno si iscriveranno. Il modello totalmente gratuito cubano non funziona, quello scandinavo pare di si. In definitiva, l`intera problematica nasce dall`aver finanziato senza criterio per decenni, aver tagliato ora, e ovviamente, come soluzione semplice, Ichino et al pensano di ripristinare le entrate con maggiori tasse. Ma se il modello era mal funzionante, perche` continuare ad alimentarlo? Mah... Mi pare tutto molto superficiale.

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Grazie, Obama!

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E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.