L'Accordo di Parigi salva il ruolo della politica globale sull'ambiente

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Molto ci sara da scrivere e da riflettere nelle prossime settimane sull’Accordo raggiunto a Parigi per contenere il cambiamento climatico. Ma, a caldo, alcune considerazioni gia permettono di porre in evidenza l’importanza di questo evento per il futuro; non solo per il futuro del clima, ma anche per il futuro dell’ambiente mondiale.

1.

Dopo gli insuccessi accumulati dalle precedenti Conferenze in materia di cambiamento climatico (dette COP, Conferences of Parties, dove le “Parti” sono gli Stati che hanno sottoscritto e ratificato la Convenzione quadro sul cambiamento climatico nel 1992 a Rio de Janeiro) si era diffusa la convinzione che era finita l’epoca delle conferenze e delle convenzioni internazionali globali che ha caratterizzato l’affermazione e lo sviluppo del diritto dell’ambiente a partire dalla  Conferenza di Stoccolma nel 1972. Troppo diversificati gli interessi, troppo diverse le condizioni di partenza, troppo aspre le contrapposizioni ideologiche. 

Molti erano cosi persuasi che la strada da seguire sarebbe stata quella di accordi e convenzioni tra paesi uniti da comuni interessi regionali o economici. Si trattava evidentemente di una soluzione praticabile – e infatti, ampiamente praticata negli anni passati – per molti problemi ambientali, che in questo modo potevano essere affrontati (si pensi alla regolamentazione della pesca o agli interventi per contenere la desertificazione), ma assai difficile da utilizzare per affrontare emergenze ambientali globali, quale è, appunto, il cambiamento climatico.

Ebbene, la conferenza di Parigi ha dimostrato l’erroneità di quella convinzione e la possibilità di raggiungere accordi che coinvolgano la maggior parte degli stati, nonostante le differenze economiche e sociali, allorché vi sia una comune coscienza della necessità di un accordo. Da questo punto di vista, Parigi segna una svolta di grande importanza e un successo di coloro che hanno continuato a credere nella capacità della comunità internazionale di reagire e affrontare i problemi ambientali globali.

2.

L’accordo di Parigi segna anche il definitivo superamento della tesi sinora propugnata dai paesi c.d. non industrializzati (India, Cina, Brasile innanzi tutti) secondo cui la responsabilità di contenere il cambiamento climatico ricadeva esclusivamente sui paesi c.d. industrializzati, a cui doveva attribuirsi la modificazione del clima per lo sviluppo industriale avviato negli ultimi duecento anni. Questa estremistica interpretazione del principio del diritto ambientale internazionale della responsabilità comune e differenziata è stata la causa principale del blocco, durato oltre venti anni, di qualsiasi iniziativa di contenimento del cambiamento del clima: da un lato infatti aveva permesso a Cina e India di collocarsi tra i primi produttori mondiali di gas serra senza alcun dovere di contenere le proprie emissioni; d’altro lato aveva offerto agli Stati Uniti la giustificazione per il rifiuto di ratificare il Protocollo di Kyoto e quindi vanificarne sostanzialmente l’impatto sul clima.

A Parigi, Cina e Brasile soprattutto (e piu riottosamente l’India) hanno accettato una diversa interpretazione del principio della responsabilità comune ma differenziata, che tiene conto della realtà e di quanto e successo in questi decenni. Entrambi i paesi del resto avevano gia adottato programmi di contenimento delle emissioni che preludevano a questo mutamento di rotta.

3.

L’accordo di Parigi segna anche per la prima volta un netto successo della scienza sulla politica. Per la prima volta infatti le indicazioni del IPCC, e quindi dell’insieme degli scienziati esperti in materia di clima riuniti nell’organismo inquadrato nelle Nazioni Unite, sono state assunte non come semplici previsioni di cui tenere conto, lasciando spazio a critiche, scetticismi e comunque prive di effetti vincolanti sulle valutazioni dei governi. L’obiettivo indicato dal IPCC secondo cui un aumento della temperatura di 2° centigradi rispetto alla temperatura globale nell’epoca preindustriale è il limite invalicabile da fissare, è stato considerato come un obiettivo da raggiungere e quindi il punto di partenza di tutta la trattativa sviluppatasi durante la Conferenza. Da questo punto di vista l’IPCC è quindi il vero trionfatore di questo accordo.

4.

Un quarto aspetto da tenere in considerazione, sia per spiegare il fatto che l’accordo sia stato raggiunto sia per nutrire fiducia nelle successive applicazioni e attuazioni – non dimentichiamo che siamo in presenza di impegni assunti dagli stati, ma in modo non vincolante e comunque a partire dal 2020 – è la paura. Paura non solo di futuri disastri climatici se l’obiettivo fissato da IPCC non fosse stato rispettato, ma di una crescente e sempre piu minacciosa insoddisfazione dell’opinione pubblica di molti paesi se l’accordo non fosse stato raggiunto e del divampare di un diffuso contenzioso climatico su scala globale, assumendo che l’inattività dei gioverni costituisce una violazione dei diritti umani dei cittadini e del loro diritto di vivere in un ambiente sano.

Pochi mesi prima dell’avvio della conferenza vari segnali si sono infatti susseguiti.
Il 24 giugno una  Corte olandese, con una sentenza qualificata una pietra miliare nella storia del diritto dell’ambiente, ha accolto un ricorso promosso da una organizzazione ambientalista e un migliaio di cittadini, ordinando al governo olandese di adottare politiche più rigorose in materia di cambiamento climatico al fine di tutelare il diritto dei cittadini di vivere in un ambiente non minacciato da alterazioni climatiche in un non lontano futuro.

Nello stesso mese di giugno la Corte federale dello stato di Washington ha ordinato al Dipartimento di ecologia di riconsiderare la richiesta, presentata nel 2014 da un gruppo di studenti e rigettata dal Dipartimento, di adottare misure per ridurre le emissioni di gas serra all’interno dello Stato sulla base dei dati scientifici più attendibili. La sentenza afferma che i giovani ricorrenti hanno un diritto fondamentale di vivere in futuro in un ambiente salubre e che il Dipartimento di Ecologia nel rigettare la richiesta non aveva in alcun modo contestato i dati offerti dagli studenti, condivisi dalla comunità scientifica internazionale, in merito ai danni che deriveranno dal cambiamento climatico. 

A queste due decisioni si è aggiunto l’annuncio dell’avvio di una controversia che ha ulteriormente contribuito a porre in primo piano quella che ormai viene definita la via giudiziaria al contenimento del cambiamento climatico. I rappresentanti di sei paesi del Pacifico – Filippine, Figi, Vanuatu, Kiribati Tuvalu e isole Solomone – hanno sottoscritto una Dichiarazione per la Giustizia climatica (the People’s Declaration for Climate Justice) annunciando la loro intenzione di proporre un’azione legale contro le principali società petrolifere che contribuiscono al cambiamento climatico e mettono in pericolo la stessa sopravvivenza dei sei stati: "Non lasceremo che i grandi inquinatori del clima decidano del nostro destino e chiediamo che essi e i loro governi rispondano per i danni che stanno arrecando” si afferma nella dichiarazione. 

L’accordo di Parigi può porre un freno all’avvio di una pluralità  di controversie e richieste ai giudici di intervenire per ottenere che gli Stati rispettino i diritti dei loro cittadini a vivere in un ambiente che non sia devastato dal cambiamento climatico.

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