Clima e dintorni in vista di Parigi: siamo tutti climatologi?

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Si apre in questi giorni a Parigi la tanto attesa XXI sessione della Conference of the Parties (COP21) United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), dalla quale ci si aspetta un chiaro accordo fra tutti i governi del mondo che possa servire a “stabilizzare la concentrazione dei gas serra ad un livello che possa evitare una dannosa interferenza delle attività antropiche sul sistema climatico”. Va dato atto al Presidente Hollande di avere fermamente voluto mantenere questa importante scadenza, anche contro il parere di alcuni membri del governo, in un momento senz’altro molto difficile per la Francia dopo i tremendi attentati terroristici di Parigi.

Sui risultati, mi auguro positivi, del COP21 ci sarà modo di commentare dopo la conclusione della Conferenza, ciò di cui vorrei invece discutere in questo intervento riguarda la narrazione che del cambiamento climatico viene fatta in Italia sia dai mezzi di comunicazione che dal mondo accademico, i due punti di riferimento che i cittadini hanno (o, meglio, dovrebbero avere) per formarsi una idea su un problema che ha una importante valenza sociale ed economica.

Come si sa, le conclusioni chiave del V Assessment Report (AR5) del Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), basate sull’analisi di oltre 30.000 pubblicazioni scientifiche peer-reviewed, sono che:

  •  il riscaldamento del clima è inequivocabile;
  •  l’influenza delle attività umane sul sistema climatico è chiara ed è estremamente probabile (95-100% di probabilità) che le attività umane siano state la causa dominante del riscaldamento osservato dalla metà del XX secolo.
Termini usati nel testo AR5Probabilità rappresentata
virtually certain99-100%
extremely likely95-100%
>very likely90-100%
likely66-100%
more likely than not>50%
about as likely as not33-66%
unlikely0-33%
very unlikely0-10%
extremely unlikely0-5%
exceptionally ulikely0-1%

Trattamento dell’incertezza nel IPCC AR5

Queste sono da considerarsi le basi scientifiche che fanno riferimento, come detto, alla conoscenza attuale del fenomeno secondo quanto pubblicato sulla letteratura scientifica. Altra cosa sono le misure pratiche per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico (2), di competenza della politica, che non sono materia del dibattito scientifico e sulle quali non mi dilungo.

Mappa dei cambiamenti osservati della temperatura superficiale dal 1901 al 2012 (da: IPCC 2013 – Summary for Policy Makers)

In un recente articolo pubblicato su PNAS (1), viene esaminato il livello di consenso scientifico sull’effetto delle attività antropiche sul clima della Terra e la credibilità scientifica degli scienziati che di questo si occupano. In breve, i risultati di questo interessante lavoro ci dicono che:

  •  il 97-98% degli scienziati che si occupano della scienza del clima sono d’accordo con le conclusioni di IPCC;
  •  la competenza ed il rilievo scientifico di coloro che fanno parte dell’esiguo gruppo che dissente da queste conclusioni sono sostanzialmente inferiori a quelli degli scienziati che supportano l’origine antropica del riscaldamento climatico (il gruppo comprende solo il 2% dei top 50 scienziati del clima, il 3% dei top 100 ed il 2,5% dei top 200).

Fin qui nulla di particolare, siamo nel campo del dibattito scientifico fra ricercatori esperti del settore che costituisce il sano fondamento della ricerca.

Veniamo ora alla situazione italiana alquanto peculiare, almeno per quanto la mia esperienza a livello internazionale mi permette di osservare. A livello dei mezzi di comunicazione, si assiste nel nostro Paese a un susseguirsi di informazioni spurie, più che altro all’insegna del sensazionalismo, in un verso e nell’altro, che lasciano senz’altro il pubblico piuttosto interdetto. Chiunque, utilizzando livelli di notorietà acquisiti per ben altri meriti, si sente in dovere di discettare sul clima che cambia trovando sempre compiacenti microfoni e taccuini pronti a riportare le più disparate opinioni. Dal noto politologo, all’alto magistrato, al preclaro professore (magari medico o astronomo), fino al famoso cantante e magari, secondo lo spirito dei tempi, allo chef stellato.

I dibattiti in TV o sulla stampa prevedono poi, come d’obbligo, l’esperto a favore e quello contro, inducendo nel pubblico la percezione che le due posizioni abbiano uguale peso nella comunità scientifica, il che, come abbiamo visto, non corrisponde certo alla realtà. Ma si sa, i giornali debbono riempire le pagine e vendere copie e le TV aumentare la audience per acquisire pubblicità e anche fino a qui siamo nella normalità, anche se, mi permetterete, ad un livello molto basso.

Ma la comunità scientifica? Che cosa pensa l’Accademia di tutto questo? Per un gustoso assaggio su questo rimando intanto a un interessante esempio riportato dal blog di Marco Cattaneo su Le Scienze (3) che mi sembra molto illuminane in proposito. (Cattaneo fa riferimento al recente Documento firmato da alcune società scientifiche italiane - riportato sotto -, a cui non ha volto aderire la Società italiana di fisica, ndr.)

In Italia vi è un fiorire all’interno della comunità scientifica di posizioni cosiddette “negazioniste” sull’origine antropica del cambiamento climatico che non trova riscontro, a mia conoscenza, in nessun altro Paese. L’aspetto interessante che vorrei sottolineare è però che fra i sostenitori di queste posizioni vi sono per lo più scienziati che non hanno mai scritto una riga in letteratura sul cambiamento climatico. Ora, credo che una base comune nella comunità scientifica sia quella che i dibattiti fra scienziati si fanno sulla letteratura scientifica con argomenti scientificamente validi mentre, come nell’esempio sopra riportato, spesso si portano convinzioni, ben poco valide scientificamente del tipo non ci credo, non mi sembra, non è ragionevole. Ognuno è libero di pensarla come vuole se sia meglio il Brunello o il Sassicaia, o se sia meglio la Roma o la Lazio, ma quando si parla di scienza è buona norma usare il metodo scientifico e le pratiche della scienza.

Dato che normalmente quando ho acidità di stomaco non vado dall’oculista, ho provato a chiedermi la ragione di questi strani (?) atteggiamenti all’interno della nostra Accademia e debbo dire di non avere trovato risposte; posso solo fare alcune ipotesi.

La prima benevola ipotesi riguarda il carattere transdisciplinare della scienza del clima che coinvolge competenze di fisica, chimica, biologia, geologia, ingegneria, ma anche delle scienze sociali ed economiche. Come si sa, la nostra Accademia è strutturata su basi strettamente disciplinari e, nonostante si discetti ampiamente in pubblico di interdisciplinarietà, le barriere disciplinari sono tuttora quasi impermeabili. Questo comunque non giustifica che la scienza del clima sia considerata un alieno, una terra di nessuno nella quale chiunque si sente in dovere, alla faccia del metodo scientifico, di compiere scorrerie più o meno distruttive.

La seconda ipotesi riguarda invece le esibizioni “muscolari” così comuni nella comunità scientifica nazionale per esibire i quarti di nobiltà di questa o quella disciplina in funzione dell’acquisizione di risorse o prebende. In questo caso ci troveremmo nell’ambito del folclore accademico che non meriterebbe neppure di essere considerato, se non per farci una risata.

Come ho detto non ho una risposta, forse qualcuno può venirmi in aiuto per spiegare questo fenomeno, certamente più sociale che scientifico. Resta comunque il fatto che l’opinione pubblica rimane a guardare gli esperti, spesso tali autodefinitisi, che si scannano alla faccia della scienza e del metodo scientifico e del ruolo che dovrebbero avere nella formazione della pubblica opinione (4). 

Il ponte del consenso, un paragone molto efficace formulato da The Climate reality Project che mette a confronto la percezione individuale della valutazione della sicurezza di un ponte e quella del riscaldamento globale (5).

Bibliografia
1 Anderegg, WRL., J.W. Prall, J. Harold and S.H. Schneider. Expert credibility in climate change. PNAS, 107, 12107-12109, 2010.
2 F.E.L. Otto, D.J. Frame, A. Otto and M.R. Allen. Embracing uncertainty in climate change policy. Nature Climate Change, 5, 917-920, 2015.
3 http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/11/26/verso-parigi-e-di-come-i-fisici-italiani-si-chiamano-fuori-dallappello-sul-clima/?refresh_ce 
4 Arimoto, T and Y. Sato. Rebuilding public trust in science for policy-making. Science, 337, 1176-1177, 2012.
5 Facchini, M.C. e S. Fuzzi. Il ponte del consenso e le cause del riscaldamento globale. Sapere, 80, 22-26, 2014.

Dichiarazione scientifica sui cambiamenti climatici

La Dichiarazione sui cambiamenti climatici è approvata alla vigilia della COP21 di Parigi e sottoscritta da numerose società e associazioni scientifiche, con l'eccezione vistosa della Società italiana di fisica.
Hanno aderito alla dichiarazione, fra gli altri, numerosi esponenti del Gruppo 2003 per la Ricerca scientifica: Mariapia Abbracchio, Vincenzo Balzani, Nicola Bellomo, Patrizia Caraveo, Andrea Cimatti, Gaetano Di Chiara, Vincenzo Di Marzo, Cristina Facchini, Filippo Frontera, Giorgio Parisi, Isabella Maria Gioia, Gabriele Ghisellini, Giuseppe Mancia, Piermanuccio Mannucci, Giuseppe Marino, Ugo Montanari, Carlo La Vecchia, Rino Rappuoli, Alvio Renzini, Andrea Scozzafava, Mauro Serafini, Riccardo Valentini, Sandro Fuzzi.

I cambiamenti climatici costituiscono per la comunità internazionale una delle sfide più complesse e importanti, le cui conseguenze negative hanno un’elevata rilevanza per economie e società, non solo per l’ambiente. Allo stesso tempo, rappresentano anche un’opportunità per rinnovare i sistemi economici e introdurre innovazioni tecnologiche e sociali.
Il Quinto Rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici dell’IPCC, la più esaustiva e aggiornata raccolta delle conoscenze scientifiche sul clima, contiene un’ampia collezione di dati, informazioni e risultati sui quali converge un consenso condiviso all’interno della comunità scientifica.
I principali risultati possono essere riassunti nel modo seguente:

  • l’influenza umana sul sistema climatico è inequivocabile ed è estremamente probabile che le attività umane siano la causa dominante del riscaldamento verificatosi a partire dalla metà del XX secolo. Il continuo riscaldamento del pianeta aumenta i rischi di impatti gravi, pervasivi e irreversibili sul sistema climatico;
  • gli impatti dei cambiamenti climatici si stanno già manifestando e interessano sia i Paesi in via di sviluppo che i Paesi più sviluppati. Le comunità più deboli da un punto di vista sociale, economico, culturale, politico, istituzionale sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici;
  • dal 1950 ad oggi sono aumentati gli eventi climatici estremi (ad esempio ondate di calore, innalzamento del livello del mare, precipitazioni violente, gravi siccità) e molti di questi sono attribuibili all’influenza delle attività umane;
  • l’esposizione e la vulnerabilità ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi, insieme ad eventi pericolosi connessi al clima, costituiscono componenti cruciali per la valutazione e la gestione del rischio di ogni attività economica o sociale

La comunità internazionale ha incluso i cambiamenti climatici tra i Sustainable Development Goals, l’insieme di obiettivi universalmente riconosciuti per bilanciare le dimensioni ambientale, sociale ed economica dello sviluppo sostenibile.
Affrontare i cambiamenti climatici è quindi uno degli obiettivi definiti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite in cui si esprime chiaramente l’urgenza di ridurre le emissioni di gas serra e di affrontare il tema dell’adattamento agli impatti negativi dei cambiamenti climatici.
Le scelte che adottiamo oggi e nel prossimo futuro risulteranno decisive: i rischi legati ai cambiamenti climatici per i sistemi umani e naturali dipendono dalle emissioni complessive di gas serra, che a loro volta dipendono dalle emissioni annuali dei prossimi decenni. Maggiori emissioni di gas serra condurranno a un maggior riscaldamento che amplificherà i rischi esistenti per i sistemi umani e naturali e ne creerà di nuovi. 
Strategie di mitigazione e di adattamento sono necessarie per affrontare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici, e dovranno necessariamente essere parte di un processo decisionale che prenda in considerazione la percezione del rischio e i bisogni di specifici territori, bilanciando costi e benefici. Il coinvolgimento di governi nazionali e regionali, così come dei settori privati, è indispensabile al fine di sviluppare e implementare politiche climatiche adeguate.
Le società e le associazioni scientifiche che sottoscrivono questo documento richiamano:

  • i decisori politici, a livello nazionale e internazionale, ad assumere la guida delle iniziative sul clima e ad adottare misure efficaci per limitare le emissioni di gas serra. Le scelte politiche dovrebbero definire e realizzare risposte di mitigazione e di adattamento su scale diverse, necessarie ad affrontare i cambiamenti climatici;
  • le istituzioni nazionali e internazionali a sostenere l’impegno della ricerca nell’ambito delle scienze del clima, degli impatti e delle tecnologie, lo sviluppo istituzionale di discipline convergenti sul piano scientifico e tecnologico, e specifici programmi di training e di alta formazione sulle scienze e sull’economia del clima;
  • la comunità internazionale a trovare un accordo alla COP21 di Parigi su efficaci ed equi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, sui meccanismi per la misurazione e la verifica dei progressi verso gli obiettivi definiti, sulle risorse finanziarie necessarie a sostenere la transizione dei Paesi in via di sviluppo verso un’economia “zero-carbon”;
  • il settore privato a ridurre il consumo di carburanti derivanti da fonti fossili, ad incrementare l’efficienza energetica in tutte le attività e tutti i settori, ad adottare velocemente tecnologie e processi organizzativi a basso contenuto di carbonio;
  • i settori finanziari a potenziare il sostegno a investimenti in energie rinnovabili e ad integrare i rischi connessi ai cambiamenti climatici nelle proprie strategie di investimento;
  • tutti i cittadini a migliorare la consapevolezza dei rischi derivanti dai cambiamenti climatici per le nostre società e ad accrescere la pressione sui decisori politici e sugli elettori per una rapida ed efficace azione volta alla riduzione delle emissioni di gas serra e a limitarne gli impatti più disastrosi.
Le società e associazioni scientifiche:
SISC- Società Italiana per le Scienze del Clima, AGI - Associazione Geofisica Italiana, AIAM - Associazione Italiana di AgroMeteorologia, AIEAR- Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente e delle Risorse naturali, ATIt – Associazione Teriologica Italiana, CATAP- Coordinamento delle Associazioni Tecnico-scientifiche per l’Ambiente ed il Paesaggio, COI - Commissione Oceanografica Italiana, FLA - Fondazione Lombardia Ambiente, GII - Gruppo italiano di Idraulica, HOS - Historical Oceanography Society, SIDEA - Società Italiana di Economia Agraria, SMI - Società Meteorologica Italiana.

 

 

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.