La ricerca è una cosa da professionisti

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La maratona Telethon ha garantito anche quest'anno 30 milioni di euro (qualcosa in più è previsto a chiusura del bilancio a giugno) buona parte dei quali andranno a finanziare le ricerche di punta sulle malattie genetiche. Una buona conferma economica, dunque, con qualche preoccupazione dovuta alla crescita di quasi un terzo delle domande di grant, molte delle quali multicentriche. “E' un peccato perché dovremo selezionare di più, ma questo mostra anche quanta potenzialità di ricerca c'è anche in Italia” commenta Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon, intervistata da Scienzainrete sulle recenti querelle in fatto di bandi, ricerca e metodi di valutazione.

A proposito di ricerche multicentriche, il ministro Profumo è stato criticato per aver puntato nei recenti Bandi PRIN proprio sul carattere multicentrico delle ricerche. Non si possono presentare, infatti domande che non prevedano almeno 5 diverse unità di ricerca. Cosa ne pensa?

Condivido alcune critiche formulate all'indomani della pubblicazione del bando. Bizzarro assegnare, per esempio, quote massime di domande presentabili da parte delle università. Quanto alle ricerche multicentriche, è spesso vero che le idee più innovative nascono da ricerche di singoli ricercatori o gruppi. Poi però mi sono andata a leggere il documento tecnico che accompagna i bandi Prin e ho capito un po' meglio le intenzioni del ministro Profumo, il quale giustamente dice che fra poco (il 2014 è dietro l'angolo) parte il nuovo programma di ricerca europea Horizon 2020 (con un budget di 80 miliardi di euro). Anche i ricercatori italiani saranno dunque chiamati a partecipare a progetti multicentrici e dovranno imparare a farlo un po' meglio di adesso. Visto che – come ha osservato lo stesso ministro – al VII Programma quadro abbiamo contribuito con il 15% di risorse portandone a casa appena l'8,5%. Segno che possiamo migliorare. Ma ci vuole allenamento.

I critici, soprattutto di provenienza accademica, dicono che le università non sono attrezzate per gestire questi processi. O che questi seguono logiche poco meritocratiche.

Il fatto che le università italiane non si siano dotate di un sistema di screening interno della ricerca, e di un suo governo strategico, è gravissimo; significa rinunciare a una delle funzioni più nobili dell'università. E fa bene Profumo a chiedere che si comincino a dotare di strutture in grado di stabilire scale di priorità, di programmare la ricerca e di saper scegliere di conseguenza i ricercatori più adeguati a questi obiettivi. Questo bando assegna alle università responsabilità strategiche che devono saper far crescere al loro interno.

La burocrazia non aiuta, neppure quella europea.

Sì ma non diamo troppo la colpa agli altri. E' che il nostro contesto è ancora debole e poco competitivo. Intanto – ce lo insegna l'esperienza di Telethon – bisogna imparare a scrivere i grant, anche con apporto di professionalità specifiche. Non c'è molta formazione in questo senso: capita che i progetti siano scritti male, con troppe informazioni di background, che si promettano troppe cose e magari non si diano alcune informazioni preliminari in modo trasparente. Tutte cose che vengono subito notate dai valutatori. La grantmanship va costruita ed è decisiva. Poi si tende spesso a considerare i progetti multicentrici come delle “cordate”, dove i migliori tirano i pesi morti. Che cosa orribile. Invece per vincere bisogna contare su un reale lavoro di squadra, in cui la somma sia superiore alle singole parti.

E questo come si impara?

Con una organizzazione che lasci posto a figure che sappiano fare il coaching. Le università straniere non hanno figure ad hoc. In fondo sono ricercatori che hanno sviluppato questo ruolo, che ha anche aspetti manageriali e amministrativi. Il lavoro di squadra, a dire il vero, manca anche in questi grandi bandi. Dietro non si vede all'opera una squadra di tecnici della valutazione che gestiscano il progetto in modo consapevole. Le vere, grandi agenzie della ricerca (come gli NIH americani) hanno figure amministrative di alto profilo in grado di seguire i progetti dall'inizio alla fine. Che sanno per esempio, indirizzare i progetti ai giusti revisori.

Serve un Albo dei valutatori, insomma.

Per carità, quella è una follia... Credo che la peer review messa a punto da Telethon sia un buon esempio. Il nostro ufficio scientifico è composto da sette persone che scelgono i revisori uno a uno fra ricercatori ancora attivi, e che controllano che le valutazioni date siano corrette e non distorte, per esempio, da fattori personali o extrascientifici. Spesso si scelgono revisori stranieri non perché siamo esterofili, ma perché per una comunità piccola come quella italiana sarebbe difficile trovare revisori al vertice di una disciplina che non corrispondano con gli stessi autori dei progetti.

In un recente bando (del governo precedente) il Ministero della salute ha fatto valutare i progetti da revisori tutti stranieri.

Sì, in quel caso si è addirittura appaltato tutto il processo di revisione agli NIH, prassi che a dire il vero ho trovato un po' provinciale. Era come dire che il governo appaltava a un altro paese l'intera strategia di ricerca e di valutazione di un settore strategico come quello biomedico.

Tornando al metodo Telethon, quali altri presupposti deve avere una buona valutazione?

La peer review anonima viene accompagnata da due study sections, riunioni plenarie in cui i revisori si confrontano e arrivano spesso anche a cambiare giudizio sui progetti. Fatti salvi i peggiori (circa il 30%) e i migliori (un altro 30%) dove spesso vi è unanimità di giudizio, le riunioni plenarie servono per raggiungere un consenso sull'altro 40% dei progetti su cui esistono valutazioni discrepanti. Guardarsi in faccia e sostenere le proprie valutazioni davanti a una trentina di colleghi (tutti con diritto di voto) modifica abbastanza le cose... in meglio direi. Alla fine di questo vero e proprio “processo” noi diamo ai ricercatori sia le iniziali valutazioni dei quattro revisori, sia in forma sintetica il risultato del dibattito in plenaria. Credo che sia istruttivo anche per loro.

E' impensabile che meccanismi e competenze del genere possano essere adottati anche nel pubblico, nel ministero stesso?

Gestire bandi competitivi implica tecnicalità precise. Disturba che non si conoscano nemmeno questi meccanismi peraltro ben noti. Basterebbe fare riferimento a come viene gestita la valutazione in centri come gli NIH e l'ERC. Attualmente il ministero della ricerca non è attrezzato per questo compito. Ci vuole insomma una organizzazione e una strategia, che è sicuramente possibile istituire, magari partendo dalle università, come sembra augurarsi il ministro Profumo. Certo è che, a monte, sembrano anche mancare degli Advisory Boards, dei tavoli permanenti in grado di stabilire priorità di ricerca a livello nazionale, invece di andare al traino dei bandi europei.

L'istituzione dell'Anvur sembra un passo avanti per istituire buone regole di valutazione e far emergere il merito.

Certamente l'Anvur costituisce una prima buona notizia. Anche se la vera valutazione, la più pertinente ed efficace, deve avvenire ex ante al momento dell'erogazione delle risorse attraverso un'analisi che entri nel merito delle ricerche e dei curricula. A me sembra un po' patetica tutta questa enfasi che si dà agli indici bibliometrici, quasi che l'H-Index fosse la bacchetta magica per discernere il ricercatore buono da quello cattivo. E' sicuramente una spia, ma non è sufficiente. Per esempio, l'H-Index molto alto di un ricercatore che opera in una università scientificamente modesta potrebbe anche deporre a sfavore di quella persona, che non ha saputo crearsi una squadra o ha preferito stravincere in un luogo mediocre piuttosto che fare la gavetta in un centro di eccellenza. E' il gruppo, dove c'è circolazione di idee, organizzazione e leadership, che fa la qualità scientifica.

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