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Tiriamo fuori dal cassetto gli studi con risultati negativi

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Gli articoli scientifici non mancano certo: ogni anno ne vengono pubblicati 1,85 milioni.
Eppure la rivista online Faculty 1000 Research questa estate ha lanciato un appello: “Chi invierà manoscritti che contengono risultati negativi, non pagherà i costi di pubblicazione. Ogni ricercatore ha nel proprio cassetto decine di ricerche e manoscritti non terminati perché i risultati non mostravano differenze significative o, semplicemente, non confermano l’ipotesi di partenza. E le probabilità che una rivista accetti articoli di questo tipo sono così basse da indurlo a lasciare inediti gli studi.
L’abitudine è così radicata che perfino l’appello della rivista F1000 Research è stato prorogato di diversi mesi, perché il numero di pubblicazioni ricevute era di molto inferiore all’atteso. Il danno non riguarda solo il singolo ricercatore, ma l’intera comunità scientifica.
Conclusioni negative non sono sempre il risultato di ricerche basate su ipotesi fragili ed esperimenti non eseguiti correttamente. “Un buon revisore”, spiega il direttore di F 1000 Iain Hrynasrkiewicz “deve saper discernere tra articoli con conclusioni negative ma con esperimenti condotti in modo rigoroso ed esaustivo, e ricerche superficiali e portate avanti in modo erroneo. E’ possibile che esperimenti diano risultati positivi solo in alcune rare condizioni e che, in altri contesti, non si osservi lo stesso effetto, pensiamo per esempio a un farmaco che risulta efficace solo in un gruppo particolare di malati”.
Da anni, secondo la Food and Drug Administration i trial clinici che non dimostrano l’efficacia di un trattamento spesso rimangono inediti, creando così un visione distorta delle reali opportunità terapeutiche; ugualmente sono pubblicati più frequentemente gli studi pilota che dimostrano l’efficacia di una nuova molecola, piuttosto che trial clinici di conferma, perfino se positivi. 
Per limitare il problema sia negli Stati Uniti sia in Europa è stato creato un registro pubblico di tutte le sperimentazioni terapeutiche in corso, in modo che ne rimanga comunque traccia, ma non è richiesta la pubblicazione dei risultati.
La questione non è limitata alle sperimentazioni farmaceutiche.
Daniele Fanelli dell’Università di Edimburgo, che ha analizzato quante ricerche con conclusioni negative sono state pubblicate tra il 1990 e il 2007, sostiene che i settori in cui più scarseggiano i risultati negativi sono quello biomedico e delle scienze sociali; in generale si pubblicano più articoli con risultati negativi tra le ricerche di base piuttosto che in quelle applicate. Le riveste giapponesi, seguite da quelle americane, sono quelle che con più difficoltà accettano articoli con risultati negativi.
A poco sembrano finora essere servite sia la messa a punto del registro dei trial clinici sia la fondazione di una rivista, nel 2002, Journal of negative results in biomedicine, che si prefigge la pubblicazione di articoli che promuovano la discussione su risultati inattesi, controversi, provocatori e negativi.

La sproporzione tra articoli positivi e non è andata accentuandosi: se negli anni '90-'91 il 70,2% degli articoli pubblicati riportava conclusioni positive, nel 2007 la percentuale ha raggiunto 85,9%. L’aumento non è stato uniforme in tutte le discipline: ha riguardato soprattutto il settore biomedico, mentre non vi è stato alcun incremento di articoli con risultati positivi sulle riviste dedicate alle scienze delle terra, a quelle spaziali o animali.
Non solo: due ricercatori americani hanno analizzato la frequenza con cui venivano citati in ricerche successive gli articoli pubblicati sul Journal of negative results in biomedicine  e quanto quella di altri articoli degli stessi autori, ma pubblicati su riviste diverse. Gli articoli pubblicati sul Journal of negative results in biomedicine erano spesso poco citati, nonostante scritti da autori autorevoli. Segno che la comunità scientifica fa ancora molta fatica a valutare adeguatamente il significato degli studi negativi.

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Immagine: Pixabay License.

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