Dunque, il problema è quello di fare una vera analisi di qualità che corrisponda alla gestione reale del sistema universitario. La mia impressione più netta riguarda i seguenti fatti: 1) per stimolare i corpi accademici dei vari settori disciplinari a collaborare bisogna introdurre incentivi che rendano utile farlo e non solo regole che lo impongano; 2) bisogna trovare il modo di valutare sia la ricerca che la didattica facendo dei medaglioni puntuali delle figure individuali degli aspiranti a posizioni accademiche e non solo copie-carbone di impact factors e citation indexes; 3) bisogna preoccuparsi della interattività del rapporto studenti-docenti nei singoli corsi; non si possono ammettere corsi che siano conferenze-monologhi in cui il docente non dia spazio agli interrogativi dei suoi studenti; 4) bisogna ripristinare un rapporto diretto tra l'università e la scuola, dalla primaria alla secondaria superiore, in modo che le discipline vengano coltivate correttamente sin dall'inizio delle carriere scolastiche in una didattica che percore gradini evolutivi riconoscibili. Mi sembra che il sistema italiano (ma non è il solo) sia capace di fare queste cose in alcuni settori che godono di una grande tradizione e che lo si veda dai risultati in quei settori. Forse sarebbe anche meglio riflettere sulla proliferazione delle sedi universitarie periferiche senza però dimenticare che assolvono alla funzione di attenuare i disagi degli studenti fuori sede: periferico non vuol dire necessariamente scadente se incentivi e reclutamento non sono scadenti in quanto periferici. Ma è indispensabile uscire dalla rete di luoghi comuni morbosamente diffusi da persone insoddisfatte che magari vengono da esperienze in cui il mercato ha già avuto l'effetto devastante che potrebbe avere anche da noi se continua così: lo slogan che deve campeggiare sull'Università italiana è: "La cultura superiore è il più importante investimento di una democrazia avanzata e il nostro mondo deve accettare una volta per tutte, come diceva il compianto Antonio Ruberti, che i beni immateriali portano più benessere, felicità e consapevolezza dei beni materiali".
L’Università: ne parliamo correttamente?
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Un nuovo studio di World Weather Attribution mostra che il cambiamento climatico di origine umana ha reso le recenti ondate di calore marine molto più intense e frequenti, e che il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile. Tra gli effetti visibili figurano la diffusione di organismi gelatinosi, anche molto urticanti come la caravella portoghese (nella foto), nel quadro di una progressiva tropicalizzazione della fauna marina. Le conseguenze pesano anche sulla terraferma, con maggiore umidità, precipitazioni estreme e rischi sanitari. Le misure di adattamento possono limitare i danni, ma per contenere gli impatti è indispensabile ridurre le emissioni legate ai combustibili fossili. Immagine: rielaborazione grafica da Wikimedia Commons
Luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato per gli oceani del pianeta (dato Copernicus ). Sulle coste europee, e in particolare nel Mediterraneo occidentale, le temperature superficiali del mare hanno toccato record assoluti: fino a 6°C sopra la norma a giugno, con una boa al largo di Maiorca che ai primi di agosto ha misurato 33°C.