Radiografia dell’Istituto Italiano di Tecnologia

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Pare che il progetto Human Technopole 2040 riprenda il suo corso in un clima di maggiore concordia. Guastato dalla improvvida sovraesposizione che il premier Matteo Renzi ha voluto dare al progetto, ora si ricuce fra enti - milanesi e non. Si dice che il finanziamento sarà di 80 milioni di euro all’anno, che sarà gestito dall’Istituto italiano di Tecnologia, ma anche che coinvolgerà realtà milanesi e non, dal Politecnico all’Università Statale di Milano, al CNR.

Tutto è bene quel che finisce bene, pare. E allora torniamo per un momento sull’Istituto Italiano di tecnologia (IIT), giusto per capire meglio di che stoffa è fatto, chi sono i suoi uomini, e quali sono le sue vere performance. L’IIT, si sa, non gode di soverchie simpatie. Prima di tutto perché rappresenta un’anomalia nel panorama scientifico italiano. E’ infatti una Fondazione, di diritto privato, ispirato ali modelli organizzativi di enti come Max Plank Institute, Fraunhofer e TNO in Europa; MIT, Scripps, Caltech in Usa; Waseda in Giappone. Questo fa storcere il naso a molti. Cosa significa essere di "diritto privato"? Significa che - limitatamente al reclutamento dei ricercatori - l’IIT non è costretto a indire concorsi pubblici, che sappiamo come funzionano. I suoi ricercatori vengono infatti reclutati liberamente sul mercato della conoscenza, attraverso call internazionali: i curricula dei candidati (pubblicazioni, brevetti, inviti convegni internazionali, grants, etc.) vengono valutati da un committee internazionale di altissimo livello, che fa una prima scrematura (2/3 vengono eliminati così), quindi la palla passa al comitato scientifico di IIT, che dà la tenure track solo in caso di unanimità a coloro che vengono reputati i migliori. Da quel momento, i capi ricercatori gestiscono risorse e laboratori, e gli si lascia 5-10 anni di tempo sviluppare i loro progetti di ricerca, dopo di che verranno rivalutati. Come ad Harvard, come al Max Planck. Un’anomalia? Meno male che c’è, questa anomalia, dicono ormai in molti.

Composizione Comitato scientifico IIT:

  • G. Margaritondo (Chairman of the STC), EPFL, Switzerland 
  • L. Addadi, Weizmann Institute of Science, Israel 
  • A. Aguzzi, University Hospital of Zurich, Switzerland 
  • Y. Arakawa, University of Tokyo, Japan 
  • U. Banin, Hebrew University, Israel 
  • E. Bizzi, MIT, USA 
  • M. Chalfie, Columbia University, USA 
  • K. Doya, Okinawa Institute of Science and Technology, Japan 
  • T. Kanade, Carnegie Mellon University, USA 
  • O. Khatib, Stanford University, USA 
  • A. V. Nurmikko, Brown University, USA 
  • M. Parrinello, ETH Zurich, Switzerland
  • J.J. Slotine, MIT, USA

Personale IIT

Genova vs Bari

Ma è tutto oro quello che luccica, ci si domanda? Da qui alcune analisi comparate che negli scorsi giorni hanno voluto mostrare, di fatto, la pochezza delle performance scientifiche dell’IIT. Fra queste si è segnalata un’analisi pubblicata da Roars (IIT? Un’ “eccellenza” da 100.000 € ad articolo, due volte meno efficiente del Politecnico di Bari), dove si ragiona sull’efficienza della produzione scientifica, rapportando i paper dei ricercatori dell’IIT e del Politecnico di Bari alle risorse dei due enti. Conclusione: il Politecnico di Bari sarebbe efficiente il doppio dell’IIT (“compri due, paghi uno”).

Scienzainrete ha voluto quindi acquisire dati e informazioni anche direttamente da IIT per capirci di più. Ecco una sintesi.

Conti sbagliati

Prima di tutto, se il costo per pubblicazione rivelasse l’eccellenza dell’ente, dovremmo concludere che la Fondazione Max Planck (con circa 11.400 pubblicazioni e un budget di 1.6 miliardi di euro nel 2014 = 135.000 euro per pubblicazione) farebbe veramente schifo… Pare inoltre che ci sia un errore di conti economici: mentre dello IIT si è infatti preso in considerazione l’intero valore del costo di produzione (98 milioni di euro), compresi quindi i circa 22 milioni di euro di ammortamenti, per il Politecnico di Bari si sono considerate solo le spese correnti (48 milioni di euro) mentre il totale degli impegni a bilancio impegnato ammonta a 77 milioni. Due pesi e due misure, insomma.

Italiani di peso

Sempre sulle pubblicazioni scientifiche, è importante osservare che le citazioni ricevute da una pubblicazione variano molto da un settore scientifico ad un altro e non sono comparabili in assoluto. Ecco perché Scopus ha sviluppato SciVal, piattaforma per l’analisi delle performance della ricerca, che tra gli altri indicatori fornisce anche il Field Weighted Citation Impact (FWCI), che compara l'impatto citazionale medio di un’istituzione rispetto al valore medio mondiale per settore, anno e tipologia di pubblicazione. Il valore medio della produzione scientifica italiana nel periodo 2009-2014 è circa 1,48 (cioè le pubblicazioni italiane sono citate in media 1,5 volte rispetto alla media mondiale nei diversi settori). Sia IIT (FWCI 2,06) sia il Politecnico di Bari (FWCI 2,27) hanno valori medi del FWCI per gli stessi anni intorno a 2 (citazione doppie della media mondiale), comparabili con quelli di istituti internazionali di altissimo livello quali MIT (FWCI 2,45), Weizmann (FWCI 2,12), EPFL (FWCI 2,13), Georgia Tech (FWCI 1,82), Max Planck (FWCI 1.98). Segno insomma che i Politecnico di Bari, scelto per questo confronto, è veramente eccellente, ma l’Istituto Italiano di Tecnologia non è da meno.

Citazioni

Dal 2006 ad oggi, IIT può contare oltre 6.300 pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali. Scopus, uno dei più grandi database di raccolta abstract e citazioni di letteratura scientifica, utilizza l’indice FWCI (Field-Weighted Citation Impact) per misurare l’impatto scientifico di un istituto. In particolare, l’impatto citazionale pesato di settore (FWCI) confronta il peso delle pubblicazioni di un Istituto rispetto alla media mondiale dei settori di riferimento, indipendentemente dalla dimensione dell’Istituto stesso. Il parametro FWCI per IIT è intorno a 2 cioè il doppio della citazione media mondiale, e vicino a quello di istituti di fama mondiale come MIT, EPFL, Weimann o Georgia Tech. Dal 2015 Iit si è aggiudigato 12 Erc grants 250 progetti competitivi e 300 progetti con aziende .

Brevetti e progetti competitivi

Ma al di là delle polemiche, qui interessa valutare "sine ira ac studio” anche altri aspetti che compongono l’attività dell’IIT. I brevetti, per esempio. Indicatore in realtà molto scivoloso, perché non conta tanto il loro numero ma il valore economico che riescono a generare, di solito ad anni di distanza. Quindi si tratta di un altro indicatore parziale. Comunque sia, l’IIT ha in portafoglio 348 domande di brevetto dal 2007 ad oggi, di cui più di cento concessi, il 20% in licenza alle imprese. Per un totale di 166 invenzioni generate dall’IIT, soprattutto nel campo dei nuovi materiali, della salute e della robotica. Il rapporto ufficiale Netval riporta che nel 2013 (ultimo esercizio disponibile) le prime 5 università italiane hanno avuto in media 31.8 disclosure all’anno, IIT ne ha avute 58.

Brevetti

Al 31 Ottobre 2015 IIT conta 166 invenzioni generate dall’Istituto Italiano di Tecnologia, per 348 domande di brevetto, di cui più del 20% in licenza alle imprese. L’orientamento verso il trasferimento tecnologico ha permesso la costituzione di 3 grandi laboratori congiunti (joint labs) e 11 start-up, di cui due in fase di lancio.

Numerose poi le collaborazioni e i laboratori congiunti con le imprese, e le start-up nate dall’ecosistema IIT, pur nel panorama asfittico dell’innovazione italiana.

Prendiamo un altro parametro: il numero di ERC: l'IIT se n’è aggiudicati 12 su circa 60 P.I. A cui vanno aggiunti altri 250 progetti competitivi (di cui 123 europei) e circa 300 progetti con aziende, per un totale di finanziamenti acquisiti in questo modo dal 2006 a oggi di 130 milioni di euro. Secondo il nostro data base IRM risulta inoltre che nei progetti europei FP7 (2007-2014), l'IIT è ra i primi 20 centri per numero di progetti acquisiti (non normalizzato per numero di ricercatori).

Un bambino prodigio?

Va anche ricordato che l’IIT esiste da 9 anni, e che non è nato con 1.400 ricercatori ma con… meno di 100 nel 2006, poco più di 400 nel 2009, quasi 1.200 nel 2012, fino agli attuali 1.440. Una progressione impressionante. Come impressionante, per gli standard italiani, è l’età media dei ricercatori (34 anni), il mix di provenienza (45% dall’estero, fra cui anche italiani rientrati), il 14% di personale non scientifico. Del personale scientifico 50 sono principal investigator, 150 researchers, 400 post doc e 500 PhD. Quanto alla collaborazione con altre università italiane, dal 2008 sono oltre 700 i dottorandi che hanno svolto attività di ricerca all’istituto di Genova, da 15 università italiane.

La disfida dei campanili

Genova… che stia molto banalmente lì il problema della crisi acuta di rigetto che il mondo accademico milanese ha riservato alla sortita renziana del progetto Human Technopole 2040? Tutti in realtà si sono sbracciati a stigmatizzare la logica dei campanili. E in effetti in questa partita - peraltro in via di risoluzione positiva - i campanili contano veramente poco. L’IIT è infatti “italiano”, non “genovese”. A Trento risiede il laboratorio di scienze cognitive, mentre Torino c’è quello di Space robotics insieme al Politecnico di Torino. A Ferrara si occupano di neurofisiologia, mentre a Parma di Motor e social cognition. A Pisa con il sant’Anna l’IIT lavora sulla Microbiorobotica e sulle Nanotecnolgie (Scuola Normale). A Napoli invece c’è i laboratorio di Biomateriali avanzate per la salute; a Lecce le Nanotecnologie biomolecolari; e per non farsi mancare nulla a Boston con il MIT c’è un laboratorio IIT di Machine Learning e ad Harvard di Neurobiology.

Genova-Milano

E a Milano? Ebbene sì: a Milano opera il Centro di Conoscenze e tecnologie con il locale Politecnico. Ma anche un centro di Genomica nel Campus dell’IFOM-IEO. Siamo a 3,1 km chilometri dalla “Madunina”, a 13,2 km dall’Expo, che adesso smonta, forse per ricostruire un polo scientifico che per 30mila metri quadrati (su più di un milione) verrà occupato anche dai laboratori IIT di nanotecnologie, nutrizione, genomica delle malattie oncologiche e neurodegenerative. Senza rabbia, e magari con un po’ di orgoglio.

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Grazie, Obama!

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E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.