Il governo dell'acqua
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L’idraulica è una scienza la cui complessità intrinseca, ineliminabile, passa spesso inosservata
anche presso i cultori di discipline che da essa non sono molto lontane; a titolo di esempio e per mio disdoro, confesserò infatti che, non avendo seguito alcun insegnamento universitario in quell’area, solo quando avevo già dietro le spalle una decina d’anni nella ricerca mi resi conto che il livello di sofisticazione delle equazioni con cui i colleghi idraulici si misurano abitualmente non aveva nulla da invidiare a quello della mia area disciplinare, le tecnologie dell’informazione, i cui cultori sono (anzi, siamo) convinti di non temere rivali, tra gli ingegneri, sotto il profilo della complicazione matematica. Di questa sofisticazione, nel libro di Andrea Rinaldo si percepisce solo un’eco sfumata e lontana, che emerge qua e là, del tutto involontariamente, attraverso il lessico oppure da certi nessi un po’ arditi; l’accento dell’autore è infatti tutto spostato su un altro tipo di complessità, quella, ben più gravida di conseguenze, che non può non generarsi quando l’ingegneria idraulica si confronta con una sua inevitabile controparte, la geologia, e questo incontro-scontro va ad inserirsi, fatalmente, in un contesto economico, sociale, politico, a tutto campo. Così nasce, per l’appunto, il problema de “Il governo dell’acqua”. Da una materia complessa è nato un libro complesso: giustamente. Semplificare sarebbe stato sinonimo di distorcere. Numerose sono, per conseguenza, le possibili chiavi di lettura. Per molti motivi ho scelto di privilegiarne una che è forse sconosciuta a gran parte dei lettori: l’illustre passato sportivo dell’autore. Andrea Rinaldo ha infatti praticato il rugby ai massimi livelli, vincendo vari scudetti con il Petrarca Padova e vestendo con molto onore la maglia azzurra (per non parlare della sua successiva attività di dirigente ai massimi livelli).
Perché, a mio avviso, “Il governo dell’acqua” è il libro di un rugbista? Per molti motivi, primo tra tutti, guarda caso, la complessità: il rugby è un gioco i cui cultori non disdegnano affatto di ascoltare le spiegazioni che l’arbitro, armato di radiomicrofono, fornisce al pubblico in tempo reale, su come egli ritenga giusto interpretare ed applicare le regole, raramente intuitive. Un secondo punto di contatto è la difesa appassionata della “cultura del fare”: a differenza di altri sport di squadra, il rugby non consente a nessuno, nemmeno ai fuoriclasse, di estraniarsi momentaneamente dal gioco, stando a guardare gli altri in attesa di momenti più propizi. Un terzo aspetto è la scala dei tempi: nel rugby la preparazione di ogni azione è lunga, paziente, spesso estenuante (anche se poi talvolta la conclusione può arrivare fulminea e sorprendente).
Molto, molto simile a questa è la vicenda delle grandi costruzioni idrauliche. Per cercare di rendere un po’ meno oscura questa metafora, dirò che l’idraulica sta alle tecnologie dell’informazione (nell’ottica di chi vi opera, non in quella, del tutto legittima ma un po’ superficiale, del semplice utente) come il rugby sta all’hockey su ghiaccio. In entrambi questi sport, le scelte sbagliate si pagano a carissimo prezzo, ma nel secondo caso le catastrofi maturano in frazioni di secondo, e poi tutto ricomincia daccapo azzerando la memoria dell’azione precedente. Gli errori in idraulica, invece, si palesano lentamente e si scontano per secoli; in questo, il libro è chiarissimo e impietoso, soprattutto nella parte conclusiva che si focalizza su Venezia e la sua laguna, una tematica che l’autore, veneziano doc, padroneggia sotto tutti gli aspetti, non solo tecnici ma anche storici, nel senso più completo del termine. Last but not least, non v’è occasione in cui, parlando di rugby, non si parli anche di fair play e di correttezza sportiva, cioè di onestà intellettuale. Nel libro in oggetto, per apprezzare questo lato basta sfogliarlo rapidamente e osservare la ricchezza, veramente rara nella letteratura divulgativa, e non solo italiana, di citazioni letterali, virgolettate. Leggendole con calma si constata poi che esse sono equamente ripartite tra tesi condivise dall’autore, e tesi invece da lui vivacemente contestate. Ma anche a queste ultime Andrea Rinaldo tributa lealmente l’onore delle armi. In sintesi: mentre, come tutti sappiamo da decenni, un incontro di calcio può venire riassunto efficacemente in un servizio televisivo di pochi minuti, per capire veramente l’andamento di una partita di rugby bisogna guardarla per intero, resistendo con umiltà e pazienza alla tentazione di “tagliare”. Non arrivo al punto di pensare che tutti i potenziali lettori de “Il governo dell’acqua” debbano per forza affrontare il libro partendo da questo atteggiamento; ma, secondo me, chi lo farà partirà con il piede giusto e ne sarà gratificato.
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