Senza retorica, per Francesco Marabotto

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Ci sono persone sulle quali si esprimono giudizi positivi solo o soprattutto quando è troppo tardi, dopo che se ne sono andate. Per altre, casi rari, l’opinione unanimemente condivisa è eccellente in ogni momento e i commenti spesi dopo la loro scomparsa sono solo una conferma di giudizi sempre condivisi. Senza retorica.
Questo è il caso di Francesco Marabotto, per noi innanzitutto amico amatissimo, ma per gli addetti ai lavori, anche uno dei padri del giornalismo medico e scientifico in Italia.
Francesco si è spento il 26 gennaio, dopo aver combattuto con tenacia contro una malattia troppo aggressiva. Era stato per decenni caporedattore dei settori Medicina e Sanità all’ANSA ed era a riposo da pochi mesi, nonostante continuasse ad occuparsi con passione dei temi che fin da ragazzo lo avevano affascinato: ricerca scientifica, salute, sanità.
Scrivere di lui, oggi, è per noi un onore pieno di malinconia: è stato Francesco ad insegnarci, in tante occasioni, con generosità e pazienza, come impostare un comunicato, come dare risalto ad una notizia, cosa evidenziare in un articolo, i trucchi per alleggerire lo stile di un manoscritto. Impugnare la penna per scrivere di lui è quindi un compito particolarmente delicato. Lo è ancora di più per chi non lo ha conosciuto e apprezzato solo come giornalista rigoroso e attento, ma anche come amico leale, affettuoso, dolcissimo. Infondo, le qualità che Francesco Marabotto dimostrava nella vita quotidiana e nel rapporto con gli altri sono sempre state le principali caratteristiche del suo impegno professionale: la curiosità, la correttezza, la disponibilità, l’entusiasmo, la delicatezza e la generosità.
Così Francesco ha raccontato decenni di sanità italiana, fra eccellenze e scandali, con lo sguardo sempre attento anche alle novità internazionali e con uno spirito di servizio mai scalfito.
La sua naturale sensibilità era stata nutrita anche da un percorso personale che fin da giovane lo aveva avvicinato alla malattia. Sapeva cosa significa soffrire, avere paura, doversi affidare, farsi forza per combattere contro un male che mette tutto a rischio, per cui ogni giorno in più diventa un regalo. Tutti i suoi articoli, i servizi, tradivano sempre il desiderio di fare informazione offrendo un servizio. Il rigore scientifico non ha mai ceduto al desiderio di sensazionalismi. Il rispetto verso chi faceva ricerca e dava assistenza era sempre accompagnato dalla sincera solidarietà per chi si trova dall’altra parte, per l’ammalato. Questo è il regalo più grande per chi ha avuto il privilegio di lavorare con Francesco e per chi a lui potrà continuare ad ispirarsi, dentro e fuori una redazione.

Personalmente, abbiamo condiviso con Francesco tante idee e progetti, speranze e sogni che spesso sono divenuti realtà, altre volte sono rimasti oggetto di appassionate chiacchierate.
Abbiamo costruito insieme realtà – piccole e grandi - belle ed importanti, ognuno nel proprio ruolo, ma sempre uniti dalla stessa visione e dalla identica volontà di fare bene, di mettere a frutto il proprio talento, di impegnarsi con entusiasmo per contribuire a migliorare noi stessi e il mondo attorno a noi. Da oggi continueremo a farlo un po’ più soli, ma forti del suo esempio.

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In memoria di Carlo Bernardini

Carlo Bernardini, con Pietro Greco, il 16 febbraio 2013, alla prima edizione di OrvietoScienza.

Giovedì 21 giugno Carlo Bernardini ci ha lasciato. Era nato a Lecce il 22 aprile 1930. Aveva, dunque, appena compiuto 88 anni. E aveva, soprattutto, una voglia ancora indomita di continuare le sue battaglie ideali. Con la lucidità, la determinazione e l’umanità di sempre.

Forse è persino inutile ricordare chi sia stato, Carlo. Forse non c’è persona che si occupi in qualsiasi modo e ambito di scienza che non lo conosca. Tuttavia non tutti conoscono, forse, tutte le sue facce. Tutti gli ambiti in cui, da intellettuale autentico, si è cimentato.