"Scienza malata": è davvero così? Vediamo perché

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E’ l’ argomento di moda, anche da noi di Scienza in Rete. Purtroppo tutti i discorsi che si leggono, dico proprio tutti, offrono del problema una visione parziale, talvolta grossolanamente distorta. Proviamo ad analizzare la cosa in modo articolato, separando il grano dal loglio (mediatico, naturalmente).
Prima di tutto: esiste il problema? E’ veramente malata la scienza? Hanno senso i discorsi catastrofici oramai straripati sulla grande stampa? Be’, è oggettivamente difficile sfuggire alla sensazione che qualcosa nell’organizzazione della scienza, e nel modo di praticarla, sia cambiato in peggio rispetto ai tempi dei nostri nonni e dei nostri padri. Occorre però andare oltre la sensazione, ed analizzare il problema più a fondo. Scomponendolo, innanzitutto, e partendo dai cambiamenti generali che il pianeta scienza ha vissuto negli ultimi decenni. 

Il primo drammatico cambiamento è rappresentato dalla rivoluzione informatica, che ha facilitato enormemente la manipolazione artificiale dei risultati. Naturalmente, è del tutto inutile manipolare i risultati senza comunicarli alla comunità, ma la rivoluzione informatica, che ha reso universale la cosiddetta “submission online”, ha anche eliminato molti dei controlli nella comunicazione dei risultati, facilitandone la comunicazione fraudolenta.

Il secondo cambiamento è costituito dalla grande espansione dell’attività di ricerca in aree geografiche che ne erano sino a poco tempo fa virtualmente prive. Pensiamo ad esempio alla Cina: la Rivista di Biochimica e Biofisica, di cui sono direttore, ha visto nell’ultimo decennio aumentare in modo esponenziale il numero degli articoli provenienti da laboratori cinesi: il che dovrebbe in linea di principio essere cosa positiva, se la competizione in termini di carriera non avesse nel contempo creato una situazione esasperata, che non riguarda solo la Cina, di “pressione”, ed aumentato grandemente i tentativi di pubblicazione fraudolenta dei risultati. Potrei citare almeno una dozzina di questi tentativi che ci hanno riguardato direttamente negli ultimi mesi. Naturalmente la pressione esasperata vale per l’intero pianeta scienza: è il ben noto publish or perish. I fondi per la ricerca sono sì aumentati, ma non sufficientemente, e la moderna ricerca è d’altro canto divenuta più costosa.

Il terzo, e molto importante, cambiamento, è la proliferazione incontrollata delle riviste Open Access, che erano sorte 10 o 15 anni fa come salutare mezzo di correzione delle storture del sistema “peer review” e dello strapotere ad esso correlato delle Riviste di punta, spesso legate ad oligarchie intellettuali. Le prime Riviste Open Access esaminavano tutti i lavori che ricevevano e lo facevano in modo rigoroso, mentre è prassi comune delle Riviste di punta sottoporre ad esame solo una frazione dei lavori ricevuti. Se il lavoro era accettato, l’Autore pagava poi una somma, generalmente consistente, per la pubblicazione. Il numero delle Riviste Open Access è però esploso molto rapidamente: una statistica dell’Ottobre 2012 ne contava 8250! E il sistema è divenuto un affare solamente commerciale - si è calcolato che il giro annuale d’affari di solo una delle “ditte” che ne sono parte valga 5 miliardi di dollari - in cui, essenzialmente, chiunque può pubblicare, a pagamento, qualsivoglia risultato: senza alcun controllo. Uno studio letteralmente sconvolgente è stato pubblicato nel numero del 4 Ottobre di quest’anno dalla Rivista Science (John Bohannon, Who is afraid of peer review?). L’Autore ha “fabbricato” uno studio su certi principi anti-cancro estratti da un lichene, dando all’Autore un nome che di per sé avrebbe dovuto far rizzare le orecchie alla Rivista (Ocorrafoo Cobange, del Wassee Institute of Medicine di Asmara in Eritrea…), infarcendo a bella posta l’articolo di errori ed assurdità sperimentali, e lo ha mandato a 304 Riviste Open Access: bene, più della metà lo hanno accettato, al massimo richiedendo piccole modifiche formali!

Un ultimo punto su cui occorre soffermarsi parlando di cambiamenti, è il fattore denaro. I nostri nonni, ed anche i nostri padri, facevano scienza spinti da motivazioni che potremmo definire ideologiche, o addirittura, se non corressimo il rischio di scivolare nella retorica, nobili: era, per dirla in una parola, la sete di conoscenza. Naturalmente c’era anche l’ambizione, l’ansia di arrivare per primi alla scoperta, il desiderio di riconoscimenti da parte della comunità scientifica. Ma l’idea di usare la scienza per arricchirsi era qualcosa di estraneo, almeno in linea generale. Ora tutto è cambiato: la corsa ai brevetti, la fondazione di ditte, la ricerca di consulenze retribuite sono divenute cosa generale. La scienza è vista sempre più come un mezzo per arricchirsi, il che non comporta automaticamente il dilagare della disonestà, anche se di sicuro toglie alla scienza l’aura di nobiltà che da sempre la circondava. Ma si sa come sono gli uomini: quando c’è di mezzo il denaro, la tentazione di usare scorciatoie, di cedere ai compromessi, tende a divenire forte.

Continuando ora la scomposizione del problema, occorre distinguere tra i casi di fabbricazione tout court di risultati, che, ancorché facilitati dalla rivoluzione informatica, sono per fortuna ancora rari, e quelli, molto più numerosi e in aumento, che potremmo etichettare come prodotti dalla “correzione” dei risultati. Qui è necessaria una precisazione: in tutte le denunce che sono recentemente venute alla ribalta con grande clamore mediatico - si veda il recente articolo su Economist ripreso con evidenza anche dalla stampa Italiana - si parla della “scienza malata” in generale, ma poi, scorrendo le denunce, ci si rende conto che la loro quasi totalità riguarda una specifica branca della Ricerca. E cioè la ricerca farmacologico-clinica. Sarebbe interessante capire le ragioni di questa “preferenza”, ma quello che sorprende è che lo scoop dell’Economist , diligentemente ripreso dalla stampa italiana, non era per nulla uno “scoop”. Da almeno un paio d’anni, essenzialmente in seguito ad una ricerca della ditta biotecnologica americana AMGEN pubblicata dalla Rivista Nature (Glenn Begley e Lee M. Ellis, Drug development: raise standards for preclinical cancer research), tra gli addetti ai lavori si sapeva dei problemi nelle pubblicazioni sulla ricerca preclinica sul cancro. Begley ed Ellis erano infatti riusciti a riprodurre solo l’11% dei risultati di 53 studi fondamentali di tipo preclinico sul cancro (alla Bayer in Germania uno studio simile aveva dato il 25% di riproducibilità). E non si trattava di frode: il problema era che gli Autori degli studi evidentemente sceglievano i migliori risultati per la pubblicazione, ignorando eventuali dati negativi che avrebbero, appunto, ostacolato la pubblicazione. Perché? Ma perché, scrivono Begley ed Ellis, e qui si ritorna ai punti discussi sopra, “per ottenere finanziamenti, impieghi, promozioni occorre avere un record forte di pubblicazioni, e le Riviste, i referees, i componenti dei comitati di finanziamento, vogliono lavori semplici e chiari, storie perfette. Da cui la tentazione di includere dati 'sospetti', o addirittura manipolati".

Ed ecco le 6 'regole di Begley' per valutare gli studi di questo tipo:

  1. Si tratta di studi “ciechi”?
  2. Sono stati presentati tutti i risultati?
  3. Sono stati ripetuti gli esperimenti?
  4. Sono stati presentati sia i controlli positivi che quelli negativi?
  5. Sono stati controllati i reagenti? 
  6. Sono stati eseguiti gli appropriati test statistici? 

Qui non è facile distinguere in modo netto la “disinvoltura” del ricercatore nella presentazione dei risultati dalla sua inadeguatezza culturale. Perché, anche in caso di buonafede, rimane sempre l’importante punto del trattamento statistico dei dati, su cui ha giustamente posto l’accento Giovanni Boniolo nelle nostre pagine. Sicuramente una migliore conoscenza della statistica migliorerebbe di molto la credibilità dei risultati, ma è molto probabile che il fattore “disinvoltura”, accoppiato alla crescente pressione del publish or perish, abbia un ruolo ben più importante che la mancanza di competenza statistica.
Ho detto che gli episodi conclamati di invenzione di risultati sono poco frequenti, e suscitano lo stesso duraturo clamore che suscitavano quelli del passato: chiunque pratichi scienza ha infatti ancora ben presenti casi come quelli di Karl Illmensee o di Mark Spector. In un certo senso, hanno fatto storia. Il caso di Jan Hendrik Schoen, che è più recente, ha però aggiunto ai casi di frode dell’era pre-informatica una dimensione nuova, che rimanda a quanto scritto sopra sui cambiamenti nel modo di fare scienza: le sensazionali scoperte di Schoen nell’area dei semiconduttori erano in realtà fabbricazioni di risultati solo rese possibili dal sofisticato uso dei computer. Anche un altro caso, recentissimo, è stato grandemente facilitato dalla “submission online”. E’ capitato alla Rivista che dirigo, ed ha aspetti così bizzarramente insoliti, che vale forse la pena di ricordarli brevemente. Si tratta di un lavoro, culturalmente impeccabile, su due nuove proteine che possono avere un ruolo importante nel diabete. Veniva da un laboratorio greco, ed era firmato da 5 Autori con nomi, appunto, greci. Senonché, non appena il lavoro apparve come pre-pubblicazione online sulla nostra Rivista, un collega di Harvard mi telefonò per dirmi che il lavoro riproduceva esattamente risultati da lui presentati a dei Simposi Internazionali, che non aveva ancora pubblicato. Pensava quindi che il lavoro fosse stato inventato di sana pianta, ed aggiunse che nessuno dei 5 Autori greci aveva alcun lavoro elencato nelle banche dati bibliografiche. A quel punto iniziammo naturalmente un’investigazione, e scoprimmo che i 5 Autori non avevano mai fatto parte dell’Università greca da cui il lavoro era stato spedito. Di più: tutta la corrispondenza elettronica riguardante il lavoro proveniva da un server cinese! A questo punto il lavoro fu ufficialmente ritrattato con una motivazione molto dura. Il caso, che non è naturalmente ancora chiuso, ha aspetti unici, ed ha persino il sapore di un dramma poliziesco: ha infatti attirato l’attenzione di riviste di punta, ad esempio Nature (Declan Butler, Mystery over obesity fraud). Gli aspetti insoliti del caso sono molti, e spiegano appunto l’interesse della comunità scientifica: il fatto che ad “inventare” il lavoro sia stato uno scienziato molto competente, la sua abilità nell’eliminare ogni rischio di essere scoperto, e, specialmente, il fatto che non poteva ovviamente attendersi alcun beneficio personale dalla frode. Tutto questo dà al caso un colore del tutto particolare. Ma il motivo per il quale l’ho qui presentato è che pone con forza l’accento sulle inaspettate possibilità di inganno che le nuove tecnologie offrono.

Qui posso chiudere questo panorama sui problemi della scienza, che è ora divenuto oggetto di forte interesse mediatico. Era importante presentare tutti gli aspetti dell’argomento, ad evitare presentazioni e conclusioni parziali o addirittura distorte. Con gli amici del Comitato di Redazione di Scienza in Rete abbiamo pensato che sarebbe utile aprire sull’argomento un forum di discussione. Servirebbe a chiarire le idee non solo a noi, ma anche a chi, pur non praticando attivamente scienza, è attento ai suoi problemi: che in un modo o nell’altro sono importanti per tutti.

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L'illustrazione "The Fin de Siècle Newspaper Proprietor" di Frederick Burr Opper, pubblicata nel 1894 sul magazine Puck. Credit: Library of Congress. Licenza: Public Domain.

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