Credere e conoscere

Read time: 3 mins
Pagine: 
84
Prezzo: 
10
Titolo: 
Credere e conoscere
2012
Autore: 
Ignazio Marino, Carlo Maria Martini
Einaudi
Anteprima: 
Il cattolicesimo illuminato che Martini porto' a Milano quando era arcivescovo e organizzava la seguitissima cattedra dei non credenti lo ritroviamo in questo agile dialogo sotto forma di libro, fra il cardinale e il medico - senatore Ignazio Marino.
Miniatura: 
Lingua: 
italiano

Il cattolicesimo illuminato che Carlo Maria Martini portò a Milano quando era arcivescovo e organizzava la seguitissima cattedra dei non credenti lo ritroviamo in questo agile dialogo sotto forma di libro, fra il cardinale e il medico-senatore Ignazio Marino, che aiuta anche a comprendere il modo in cui il cardinale ci ha lasciati, con la scelta consapevole e non casuale di rifiutare di protrarre l'agonia con l'alimentazione artificiale.

Martini e Marino si sono frequentati a lungo, in uno sforzo comune di mettere a fuoco i temi chiave della bioetica, cercando di accordare scienza e religione, o - come recita il titolo del libro - Credere e conoscere (Einaudi, 2012).

E' un fatto che la scienza, in particolare la medicina e la biologia, ha contribuito a rivoluzionare sensibilità e costumi negli ultimi decenni, sottoponendo il senso comune (e in particolare la morale religiosa) a forti sollecitazioni. La prima risale agli anni sessanta e riguarda i trapianti, con la connessa nuova definizione di morte celebrale messa a punto nel 1968 dalla Ad Hoc Commission di Harvard. In quel caso la reazione della Chiesa fu tutto sommato pronta nell'accettare la novità in nome del dono e dei valori della solidarietà. Ma da allora, le strade delle innovazioni scientifiche e del dogma si sono divaricate.

I problemi sono cominciati con la rivoluzione della fecondazione assistita (iniziata in Gran Bretagna con la nascita di Louise Brown nel 1978), mai del tutto accettata dalle gerarchie ecclesiastiche, che continuano a vedere la riproduzione come il frutto esclusivo del rapporto d'amore naturale della coppia consacrata all'interno del matrimonio. Non solo la riproduzione non può nella dottrina cattolica, essere disgiunta dalla sessualità, ma neppure questa può essere separata dalla prima, come dimostra la chiusura della Chiesa sull'uso del preservativo e della pillola. Al punto da rifiutare di prendere in considerazione questo  importante presidio per le coppie in cui uno dei due è sieropositivo.

Il divorzio fra scienza e fede  è proseguito con lo sviluppo degli studi delle cellule staminali embrionali, dalla cui sperimentazione prende il via la nuova medicina rigenerativa ma che viene respinto in base a una concezione della vita come assoluta e indisponibile. In base allo stesso principio il dogma religioso esercita una forte resistenza allo sviluppo anche in Italia di una moderna disciplina delle direttive anticipate, che possano rimettere nelle mani del malato la decisione di interrompere terapie ormai futili quanto all'esito delle cure.

Tutto questo e altro ancora (dall'omosessualità alle unioni di fatto) viene rimesso in discussione nel bel dialogo fra Marino e Martini, dove l'uno va a sostanziare di dati scientifici e medici gli excursus teologici e morali dell'interlocutore. A dimostrazione che si può ben essere cristiani e anche cattolici, apostolici e addirittura romani accordandosi, pure con cautele, ai contenuti umanistici del progresso medico e scientifico.

Così perché non consentire l'adozione degli embrioni abbandonati dalle coppie, o un loro sacrificio in nome della sperimentazione? E come si potrebbe non accettare il "male minore" dell'uso del preservativo dove è in gioco la tragedia dell'AIDS? Ribadita poi l'importanza della famiglia "naturale" il cardinale ammette: "Che in alcuni casi la buona fede, le esperienze vissute, le abitudini contratte, l'inconscio e probabilmente anche una certa inclinazione nativa Possono spingere a sceglie per s'è un tipo di vita con un partner dello stesso sesso". E che quindi "non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli".

Le posizioni del sacerdote e del medico, che all'inizio certo non coincidono, via via che il dialogo procede convergono, e sul punto dell'eutanasia si ha quasi l'impressione che l'uomo di fede superi in audacia morale lo stesso medico illuminato ma vincolato al suo codice deontologico, quando Martini afferma di non poter approvare ma di non poter nemmeno condannare chi aiuta la morte di un ammalato "ridotto agli estremi e per puro sentimento di altruismo". Segno che la carità, come dice San Paolo, "tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta".

Aggiungi un commento

Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

Read time: 3 mins

Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.