COP19: qualche promessa in più e dubbi irrisolti

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La 19esima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC si è chiusa nella notte tra sabato e domenica, dopo quelle che tutti, delegati ed osservatori, hanno definito “estenuanti negoziazioni”. Premesso che Varsavia doveva testare le intenzioni dei governi ad impegnarsi per ridurre le emissioni e i danni causati dai cambiamenti climatici, piuttosto che portare a risultati definitivi, i colloqui iniziati l’11 novembre sono stati così contrastati che giovedì alcune ONG e gruppi della società civile hanno abbandonato lo stadio nazionale sede della conferenza per denunciare la mancanza di progressi.
Per capire se la maratona finale abbia portato qualche risultato bisogna ripercorre i temi principali sul tavolo, a partire dai più difficili. Come sempre quando si parla di negoziati, ci sono questioni di forma e di sostanza.

Verso un accordo globale per ridurre le emissioni

LA FORMA. I governi hanno trovato una soluzione di compromesso su cosa fare per arrivare preparati alla Conferenza di Parigi nel 2015, quando, secondo quanto deciso a Durban, dovrà essere firmato un accordo globale vincolante che impegni tutti gli Stati a ridurre le emissioni di gas serra. Nel testo adottato a Varsavia si legge che gli Stati ribadiscono l’intenzione di adottare “un protocollo o altro strumento con forza legale” applicabile a tutte le parti, che entri in vigore nel 2020. Per questo si invitano gli Stati membri dell’UNFCCC (quesi duecento, compresi gli osservatori) ad avviare o intensificare la preparazione di “contributi” che intendono applicare, “senza pregiudizio sulla natura legale” dei suddetti contributi. I “contributi” dovranno essere comunicati “nel primo quadrimestre del 2015 dalle Parti pronte a farlo”. Tradotto al netto del burocratese, significa che l’accordo del 2015, se ci sarà, sarà basato su obiettivi di riduzione stabiliti dai singoli Stati, che sono invitati a far sapere in anticipo cosa hanno intenzione di fare ma se non sono pronti entro i primi mesi del 2015 non fa niente. Nelle bozze iniziali, il termine usato era “commitments”, cioè “impegni”. Nel testo finale è stato sostituito con “intended nationally determined contributions”, su pressione dei Paesi in via di sviluppo e delle economie emergenti, non disposti ad accettare obblighi senza pari concessioni sul fronte della finanza climatica e del meccanismo Loss & Damage. La perifrasi infatti sottointende un obbligo molto più blando, praticamente nullo, rispetto alla prima versione sostenuta invece dai Paesi industrializzati, con Unione Europea e Stati Uniti in prima linea.

LA SOSTANZA. Il risultato politico-negoziale potrebbe dirsi, se non soddisfacente, perlomeno plausibile ma non garantisce, per ora, alcuna sicurezza di colmare il gap tra impegni di riduzione attuali e il livello di emissioni necessario a mantenere l’aumento della temperatura sotto i 2°, che secondo un recente rapporto dell’UNEP ammonta a 8-12 GtCO2e.

Finanza climatica e Loss & Damage

LA FORMA. Direttamente legato al meccanismo Loss & Damage, la finanza è stato il tema più contrastato a Varsavia. Alla fine è stato adottato un testo che non stabilisce impegni precisi, ma “chiede” agli stati più ricchi di stanziare "livelli crescenti" di aiuti a favore dei Paesi in via di sviluppo, da utilizzare per ridurre le emissioni (per esempio, la costruzione di un impianto eolico) o per prepararsi meglio agli impatti negativi dei cambiamenti climatici (innalzamento del livello del mare, siccità, eventi meteorologici estremi, ect). Gli stanziamenti verranno esaminati ogni due anni. L’organo deputato ad amministrare i fondi, il Green Climate Fund (al palo da quando è stato istituito, nel 2010), dovrà entrare in piena attività e distribuire le risorse alla fine del 2014. Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Norvegia, Germania, Svezia, Svizzera hanno annunciato che insieme raccoglieranno 100 milioni di dollari per progetti di adattamento. Dalla conferenza è uscito anche un nuovo accordo sul meccanismo Loss and Damage ( "Warsaw International Mechanism") che richiede agli stati industrializzati di fornire supporto finanziario, tecnologico e di capacity-building per fronteggiare e compensare i danni causati da eventi estremi come alluvioni e uragani.
Il meccanismo che verrà impiegato per raccogliere e distribuire gli aiuti verrà definito solo dopo il 2016.

LA SOSTANZA. Le questioni finanziarie sono state il terreno in cui la frattura tra Paesi industrializzati, economie emergenti e Paesi in via di sviluppo è stata più evidente. Le parti in causa si sono fatte ben poche concessioni e non c’è da stupirsi, dato che si tratta di soldi. Gli stati che hanno intrapreso più tardi la strada dello sviluppo industriale, e quindi hanno prodotto finora  meno emissioni, chiedono che siano il Nord America e l’Europa ad assumersi le spese per i danni causati dal loro sviluppo ormai più che bicentenario. Dall’altro, le emissioni delle economie emergenti come Cina e India sono cresciute massicciamente negli ultimi anni e le previsioni per i prossimi 10-20 anni dicono che manterranno questa tendenza, trainata dalla crescita economica. Quindi gli Stati Uniti, l’Europa e altri Paesi industrializzati, che oltretutto non navigano in buone acque, sono riluttanti ad assumersi obblighi finanziari senza l’impegno da parte di Cina e India (ma anche Brasile, Russia, Indonesia, etc) a ridurre le emissioni nei prossimi anni. Di questo scontro tra titani fanno le spese quei paesi particolamente esposti e meno attrezzati che in media hanno contribuito pochissimo all’accumulo di gas serra in atmosfera. Il caso delle Filippine colpite da tifone Haiyan è il più recente, a cui si aggiunge per esempio la condizione dei piccoli stati isolani la cui stessa sopravvivenza fisica è minacciata dall’innalzamente del livello del mare. I Paesi industrializzati nel 2009 avevano promesso di aumentare gli aiuti finanziari verso le nazioni più povere e vulnerabili fino a 100 miliardi di dollari all'anno nel 2020. Secondo i dati del World Resource Institute, nel 2012 sono stati stanziati poco più di 30 miliardi. Consultando il database sviluppato da Overseas Development Institute (ODI) e Heinrich Boll Foundation, si vede che ad ottobre 2013 i fondi stanziati sono diminuiti del 70% rispetto allo stesso periodo del 2012.
Tanto per avere un’idea più concreta, l’ODI ha calcolato che la somma totale impegnata è l’1,76% di quanto è stato speso per affrontare l’ultima crisi finanziaria globale.

Meccanismo REDD+ per contrastare la deforestazione

LA FORMA. L’acronimo REDD+ sta per Reducing Emissions from Deforestation and Degradation e consiste in un meccanismo istituito dalle Nazioni Unite per compensare gli stati che, attraverso progetti pubblici o privati, scelgono di salvaguardare le proprie foreste invece che sfruttarle per farne legname o terreni agricoli. Riconosciuto praticamente all’unanimità come l’unica vera "buona notizia" da Varsavia, l'accordo per migliorare la struttura REDD+ consiste in nuove regole per misurare, riportare e verificare le emissioni legate allo sfruttamento o alla salvaguardia delle foreste e in una serie di linee guida da seguire per poter accedere al meccanismo e quindi ai finanziamenti. Le emissioni saranno calcolate in tonnellate di anidride carbonica equivalente all’anno (tCO2e/y). I finanziamenti verrano sbloccati in base ai risultati raggiunti e verificabili, il Green Climate Found sarà l’organismo incaricato di gestire i fondi. Regno Unito, Stati Uniti e Norvegia hanno promesso di stanziare 280 milioni di dollari per sostenere progetti contro la deforestazione.

LA SOSTANZA. Tenendo conto che calcolare le emissioni da deforestazione e land-use change (per esempio l’abbattimento di alberi per far spazio a monocolture, pascoli, ect) è un’operazione complessa e basata su approssimazioni, viene stimato che il settore produca tra il 4 e il 14% delle emissioni globali. Il meccanismo REDD+ prima degli accordi raggiunti a Varsavia era sprovvisto di standard e norme condivise, una condizione che ha allontanato potenziali investitori e tolto buona parte dell’efficiacia. I progressi fatti sono quindi il minimo indispensabile per poter consentire alla struttura REDD+ di funzionare. Ma (c’è sempre un “ma”) si basano soprattutto sulla tendenza ad attribuire un valore economico alle foreste senza considerare fattori non quantificabili. Anche se a Varsavia si è parlato di tutelare la biodiversità e i diritti delle comunità indigene, nel testo la questione è solo vagamente accennata e non vengono specificati dei criteri per tenerne conto quando si presenta o si accetta di finanziare un progetto.  

Mercato del carbonio: tutto rimandato 

Le discussioni sul mercato dei crediti denominati Certified Emission Reductions, o CERs, sono state rimandate a marzo 2014, in occasione di un incontro secondario che si terrà a Bonn. I prezzi dei permessi scambiati per compensare le emissioni in base al Clean Development Mechanism del Protocollo di Kyoto viaggiano da tempo sotto i 50 centesimi di euro a causa di un surplus di offerta. Nel 2008 gli stessi crediti valevano 20 euro l’uno. Il mercato CDM da tempo è indicato come poco efficiente (non consente di ridurre le emissioni, ma solo di compensarle), iniquo (la maggior parte dei crediti acquistati vengono da Cina, India, Brasile e Messico, mentre gli stati meno sviluppati ricevono in proporzione molto poco), poco trasparente (gli standard di riferimento possono essere facilmente manipolati).
Tutte indicazioni che suggerirebbero di rivederne gli scopi e il funzionamento con una certa urgenza.

Il bilancio: un negoziato che ignora il carbon budget 

Il carbon budget indica la quantità di carbonio che si può disperdere in atmosfera in rapporto all’aumento di temperatura da non superare, ovvero 2°C. L’ultimo rapporto dell’IPCC ha stabilito che, per avere una probabilità del 50% di non sforare questa soglia, le emissioni cumulative di CO2 devono rimanere al di sotto di 1.210 GtC. Al 2011 le emissioni hanno già raggiunto 531 GtC. Pochi giorni prima che iniziasse la conferenza a Varsavia, il carbon bugdet è stato escluso dai criteri su cui basare i negoziati perchè troppo “difficile”. Una scelta poco felice. Le discussioni sul lessico, sulla tabella di marcia da seguire per un accordo globale, sui meccanismi finanziari e di compensazione, su chi deve pagare cosa, rimarranno sempre parziali se non si tiene conto di questo semplice calcolo matematico (meno semplice, sicuramente, per chi lo ha calcolato).
Perchè, in sostanza, significa parlare di tutto, fuorchè di cambiamenti climatici. 

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Ecco chi sono i ricercatori più citati (2008-2018)

Ed ecco l’attesa lista annuale dei ricercatori Highly Cited pubblicata oggi (19 novembre) da Clarivate Analytics. La lista comprende i ricercatori che nel periodo 2008-2018  hanno pubblicato il maggior numero di articoli molto citati ("Highly Cited Papers"), cioè articoli che si collocano nel primo 1% per cento al mondo per numero di citazioni. L'analisi è condotta distinguendo 21 diverse aree scientifiche: dalla medicina clinica alla fisica, dalla matematica alle scienze agrarie e così via.