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Home » Scienza e società » Etica e scienza

Xenotrapianti, una speranza e molti dubbi

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Bioetica

La medicina dei trapianti sta estendendo col tempo il suo campo d'azione, cosicché molte patologie diventano affrontabili attraverso il ricorso al cosiddetto allotrapianto, cioè il trasferimento di cellule vive, tessuti o organi da un essere umano a un altro. Ciò fa aumentare la domanda di tessuti e organi umani da parte dei pazienti. L'aumento della domanda non è tuttavia compensato da un adeguato aumento nell'offerta di tessuti e organi, provenienti da pazienti in morte cerebrale. Le conseguenze di questo squilibrio sono drammatiche: negli USA, nel periodo 2001-2005, 7000 esseri umani all'anno sono morti in attesa di un trapianto. Una soluzione allo squilibrio potrebbe essere rappresentata dagli xenotrapianti, cioè dal trasferimento di cellule vive, tessuti od organi da un organismo di una specie a un secondo organismo di specie differente. La specie favorita per xenotrapianti con ricevente umano è il maiale, perché disponibile in numeri enormi, immunologicamente non molto distante dall'uomo e dotato di organi di giuste dimensioni. Nonostante gli evidenti benefici che se ne ricaverebbero, lo xenotrapianto è però ancora una tecnica sperimentale, che solleva grossi problemi sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista etico.

Allo stato dell'arte numerosi xenotrapianti sono stati compiuti utilizzando maiali come donatori e NHP (Non-Human Primates, primati non umani) come riceventi. Sono stati effettuati sia trapianti di organi solidi (come cuore, polmone, rene, fegato) sia trapianti di cellule, come le isole di Langerhans, che sintetizzano insulina e che quindi molto potrebbero giovare ai malati di diabete di tipo 1. Attraverso terapie immunosoppressive e modifiche genetiche dell'animale donatore, in particolare l'eliminazione dal genoma del maiale del principale antigene suino riconosciuto dal sistema immunitario dei primati, i tempi di sopravvivenza dei riceventi NHP si sono allungati. I ricercatori stanno studiando nel dettaglio le differenti risposte del sistema immunitario dei primati alle cellule suine, in modo da congegnare ulteriori modifiche genetiche e terapie immunosoppressive mirate.

Tuttavia lo xenotrapianto comporta, oltre ai normali rischi operatori, un rischio ulteriore rispetto all'allotrapianto: quello delle xenozoonosi, cioè di malattie che passano da una specie vivente all'altra. Dato che con tutta verosimiglianza l'AIDS, responsabile fin ora di 25 milioni di vittime umane, è una xenozoonosi passata dai primati non-umani all'uomo, questo rischio non può essere sottovalutato. In particolare c'è il rischio che sia le modifiche genetiche volte ad umanizzare i tessuti suini sia le terapie immunosoppressive necessarie ad evitare una risposta immunitaria acuta agevolino il passaggio di agenti patogeni da una specie all'altra. I patogeni esogeni possono essere tenuti sotto controllo allevando maiali in ambienti sterili: sono quindi quelli endogeni, come il PERV (Porcine Endogenous RetroVirus, retrovirus suino endogeno) a destare le maggiori preoccupazioni. Il PERV è una parte integrante del genoma del maiale e dunque non può essere eliminato con ordinarie misure di profilassi; tuttavia non si sono riscontrati casi di infezione da PERV nei NHP ad esso esposti, anche a distanza di più di 10 anni, nonostante il virus abbia mostrato la capacità di infettare cellule umane in vitro.

Le questioni etiche più rilevanti sono dovute al rischio di xenozoonosi e legate al principio dell'autonomia individuale. In particolare, i partecipanti a test clinici devono dare il proprio consenso informato alla procedura ed essere in grado di ritirarsi in ogni momento. Nel caso di uno xenotrapianto entrerebbe in gioco un rischio di xenozoonosi a carico di parti terze (congiunti del paziente e la società in generale) che da un lato impedirebbe al paziente trapiantato di uscire dal test, perché dovrebbe essere comunque monitorato, dall'altro parrebbe richiedere la violazione della privacy del paziente, perché le parti terze esposte a rischio dovrebbero essere quanto meno informate della situazione in cui sono poste. Alcuni pensano che anche le terze parti dovrebbero dare il loro consenso allo xenotrapianto, ma questo limiterebbe molto la capacità del soggetto di decidere in libertà se sottoporsi al test o meno, cosa che è tanto più rilevante se si considera che solitamente il soggetto del test è, in questi casi, una persona gravemente malata.

Stando così le cose, è improbabile che si proceda a xenotrapianti su ricevente umano finché la biomedicina non sarà riuscita a ridurre ai minimi termini la risposta immunitaria dei primati alle cellule suine e finché il rischio di xenozoonosi non sarà contenuto entro livelli sufficienti da renderlo tollerabile di fronte agli enormi benefici per la salute umana che una inesauribile disponibilità di tessuti trapiantabili potrebbe comportare.

1 dicembre, 2009 da Tommaso Bruni


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#1 Buonasera, mi chiamo noemi e

ritratto di Noemi
11 dicembre, 2010 - 00:47 da Noemi (non verificato)
Buonasera, mi chiamo Noemi e sono una studentessa di psicologia dell'Università Cattolica di Milano. Dovendo effettuare un progetto di ricerca psicosociale applicata al marketing, ho scelto come argomento gli xenotrapianti e mi vorrei focalizzare in modo particolare sulla possibilità o meno di investire su tale ricerca in Italia. Secondo lei ha senso investire su tale settore (fare quindi una ricerca esplorativa può avere senso) o i rischi sono già in partenza troppo elevati per cui si dibatte su pure congetture e gli spunti su cui riflettere rimangono sempre i casi clinici risalenti a quasi 40 anni fa? Perchè il problema maggiore è che non riesco a capire dai dati che trovo su internet quanto oggi nel 2010 si sta concretamente pensando a tale opzione o se si è ancora allo stadio delle ipotesi. La ringrazio per l'attenzione,cordiali saluti.
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Tommaso Bruni
ritratto di Tommaso Bruni
Neuroscienze
Scuola Europea di Medicina Molecolare; Università degli Studi di Milano

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