La poesia della conoscenza in Giordano Bruno
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Verso altri mondi
Quindi l'ali sicure all'aria porgo
né temo intoppo di cristallo o vetro:
ma fendo i cieli, e a l'infinito m'ergo.
E mentre dal mio globo a l'altri sorgo,
e per l'etereo campo oltre penétro
quel ch'altri lungi vede, lascio a tergo.[1]
Così si esprime Giordano Bruno in uno dei tre sonetti premessi al dialogo italiano De infinito, universo e mondi del 1584. E con parole simili si esprimerà all'inizio del poema latino De immenso, pubblicato sette anni dopo.
Così io sorgo impavido a solcare con le ali l'immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro le sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio [...] Mentre mi sollevo da questo mondo verso altri lucenti e percorro da ogni parte l'etereo spazio, lascio dietro le spalle, lontano, lo stupore degli attoniti.[2]
Qual è il senso dell'utilizzo del linguaggio poetico in testi scientifici e filosofici, come questi senza dubbio sono? Che cosa ha a che fare la poesia, linguaggio di elezione dei sentimenti e delle emozioni, con la ricerca di una verità rispetto alla quale ogni affermazione in prima persona non può che essere irrilevante?
Come prima ipotesi, si può pensare ad un utilizzo della poesia come ornamento, come modalità retorica per alleggerire la proposta di argomenti filosofici e scientifici attraverso il ricorso a componimenti poetici propri, a citazioni di testi conosciuti, a loro interpolazioni o calchi.
Ma i brani appena proposti permettono di intuire che questo uso, pur ampiamente presente nei testi bruniani, non è l'unico, e soprattutto non è il più importante. C'è invece uno stretto collegamento tra l'impresa conoscitiva di Giordano Bruno e l'uso da parte sua del linguaggio poetico, e l'adozione di tale modalità espressiva ha un significato profondo.
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