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La fuga dalla realtà e il mito della crescita infinita

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L’economia come disciplina specifica nacque alla fine del Settecento, assieme a numerose altre scienze come, ad esempio, la chimica. A partire dal quel momento l’economia coltivò, giustamente, il sogno di potersi dare regole e principi ispirandosi al modello della fisica newtoniana. Un’aspirazione legittima nell’ambito del contesto in cui nacque. Ma i contesti cambiano e le conoscenze scientifiche mutano, si ampliano. L’economia, invece, una volta costituitasi in disciplina autonoma, iniziò ad ignorare (naturalmente a livello di orientamento dominante) gli avanzamenti delle ricerche sulla struttura e il funzionamento della natura. Newton non avrebbe approvato. Nel corso dell’Ottocento, in particolare, l’economia non prestò particolare attenzione a due fondamentali rivoluzioni in ambito scientifico: la rinnovata conoscenza dei rapporti tra individuo e ambiente, in relazione allo sviluppo del concetto di evoluzione, e la nascita della termodinamica. Così facendo gli economisti, pur continuando ad elaborare teorie e modelli matematici, mantennero un’immagine della realtà che corrispondeva sempre meno a quella descrivibile grazie agli sviluppi della fisica e della biologia.

Per questo motivo numerosi ed autorevoli studiosi hanno sostenuto uno stretto collegamento fra economia e follia. Kenneth Boulding ha pronunciato una frase destinata a diventare celebre: «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista». Questa idea, infatti, come sappiamo ormai da un secolo e mezzo, non ha alcun fondamento scientifico ed è in totale disaccordo con una percezione corretta della mondo e della natura. Come ha ricordato non molto tempo fa Hermann Daly, la maggior parte degli economisti crede «che, visto che la crescita ci ha portato tanto lontano, potremo andare avanti all’infinito». Eppure, aggiunge Daly, «i fatti sono semplici e incontestabili: la biosfera è finita, non cresce, è chiusa (con l’eccezione del costante apporto di energia dal Sole), ed è regolata dalle leggi della termodinamica. Qualunque sottosistema, come l’economia, a un certo punto deve smettere di crescere e adattarsi a un equilibrio dinamico, simile a uno stato stazionario» (H. Daly, L’economia in un mondo pieno, in «Le Scienze», n. 447, novembre 2005, p. 114). Purtroppo, pare che l’esistenza della termodinamica sia ancora ignota alla maggior parte degli economisti, per non parlare dei politici: «è certo che la conoscenza del II Principio della Termodinamica potrebbe far ravvedere i sostenitori del grande bluff della crescita infinita e che un corso di termodinamica ben fatto sarebbe di grande beneficio per gli studenti di Economia, particolarmente per quelli che un giorno aspirassero a diventare Ministri» (N. Armaroli, V. Balzani, Energia oggi e domani. Prospettive, sfide, speranze, Bologna, Bononia University Press, 2004, p. 13.). Tuttavia, come ha scritto Schumpeter, una nuova «visione» può «ricomparire nella storia di qualsiasi scienza, ogni qual volta qualcuno c’insegna a vedere le cose in una luce la cui sorgente non può esser trovata nei fatti, nei metodi e nei risultati della scienza già esistente» (J. A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica [1954], Torino, Bollatti Boringhieri, 1972, p. 50).

Anche l’economia può dunque cambiare, a patto che accetti la realtà del mondo in cui viviamo. La storia della scienza può offrirle un grande aiuto in questo senso.


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