• newsletter
  • Chi siamo
  • Partner
  • Log in/Crea un account
  • English
  • Italiano
Home
  • Cerca
  • Documenti
  • Archivio
  • Indice
  • Blog
  • Topic
  • TV
  • @ Scuola
  • Innova
  • Scienza+20
Home » Campi del sapere » Ambiente & sanità

Interphone: lo studio è in ritardo, e si sente

  • Ambiente e salute
  • Tumori
  • Medicina
  • 3009 letture
Bookmark/Search this post with
  • Facebook Like
  • Share on Facebook
  • Linkedin Share Button
  • Tweet Widget
  • Print Pdf
  • Print Mail
Cellulari e salute

L’attesa è terminata. Dopo 10 anni di calcoli meticolosi, anticipazioni, polemiche, rimandi e dubbi, finalmente i risultati dello studio Interphone, voluto dallo Iarc di Lione per indagare sul nesso fra alcuni tumori e le radiazioni emesse dai telefonini, sono stati pubblicati su International Journal of Epidemiology. Con qualche anomalia fra i numeri, le cifre indicano nel complesso che l’uso dei cellulari negli adulti non è associato a un aumento del rischio di sviluppare gliomi e meningiomi, due delle quattro forme tumorali prese in esame (le altre, per le quali i dati sono ancora in fase di elaborazione, sono il neurinoma del nervo acustico e il tumore delle ghiandole parotidi).

Costato 19,2 milioni di euro, di cui cinque e mezzo di provenienza privata, Interphone è senza alcun dubbio la più mastodontica ricerca mai condotta sul tema, e quando fu avviata – nel 2000, dopo due anni di studi pilota – suscitò subito grandi aspettative. In quegli anni, infatti, il legame fra telefoni cellulari e tumori sembrava plausibile, per quanto mai dimostrato, e preoccupazioni e sospetti si diffondevano anche fra la popolazione. La necessità di fare chiarezza con uno studio autorevole, condotto con metodi inappuntabili e su un campione vasto, era dunque impellente. Interphone fu avviato su questi presupposti e, in base ai programmi iniziali, avrebbe dovuto dare risposte già qualche anno fa. Il tempo però gli è stato fatale: oggi quei presupposti sono in gran parte caduti e i dati appena resi noti sembrano quelli di una ricerca preliminare, con numerosi bias, pubblicata con un lustro di ritardo. L’analisi combinata dei dati provenienti dai 13 Paesi che hanno partecipato, infatti, si è rivelata più ostica del previsto, anche per via di alcuni errori nel disegno originale dello studio. Nel frattempo però alcuni dei gruppi nazionali di Interphone hanno pubblicato i loro risultati, che in buona sostanza negano l’esistenza di una relazione fra i tumori esaminati e l’uso del cellulare; altre ricerche – ormai numerose – hanno aggiunto tasselli nuovi e confermato quei dati; e studi di laboratorio hanno stabilito che le radiazioni non ionizzanti emesse dai cellulari non danneggiano il Dna, né promuovono la crescita di tumori già in atto. Il risultato di Interphone, insomma, era così ampiamente atteso da risultare ormai superato.

Ma a risentire del tempo sono anche altri aspetti dello studio. Nell’era degli smartphone, per esempio, la ricerca dello Iarc prende in esame telefonini analogici che sono ormai pezzi da museo. E spulciando fra i dati si scopre anche che fra i partecipanti all’indagine gli «utilizzatori regolari di telefono cellulare» sono coloro che hanno fatto una chiamata alla settimana per almeno sei mesi (oggi sarebbero utenti occasionali) e che gli «heavy-users» sono persone che hanno telefonato in media mezzora al giorno, un uso che nel 2010 appare molto moderato. Nel comunicato che accompagna lo studio, lo Iarc sottolinea che i due elementi tendono a compensarsi, perché se è vero che oggi i cellulari sono usati molto più massicciamente che 10-15 anni fa, è vero anche che i nuovi modelli emettono meno. Ma a fronte di un’attesa durata anni e giustificata con la complessità dei calcoli occorsi per giungere a numeri precisi, l’approssimazione proposta, certamente corretta nella sostanza, appare decisamente grossolana.

Il colpo di grazia, però, gli anni trascorsi lo hanno dato al metodo usato, e in particolare ai criteri seguiti determinare l’esposizione. Ci si è infatti basati su interviste fatte ai diretti interessati e, in una fetta non indifferente dei casi (in particolare, nel 13 per cento dei malati di glioma, che non erano in condizioni tali da poter partecipare direttamente) ci si è rivolti a loro parenti o a stretti conoscenti. Lo studio ha preso in esame 2409 casi di meningioma e 2708 gliomi diagnosticati fra il 2000 e il 2004, e 5634 controlli. Per tutti sono stati registrati i dettagli relativi alle abitudini personali sull’uso del cellulare nei 10 anni precedenti all’arruolamento. Alzi la mano chi è in grado di ricordare con esattezza quanti minuti al giorno trascorresse al cellulare 10 anni fa, che modello usasse, da che parte mettesse il telefono, se utilizzava sempre, spesso o occasionalmente cuffiette o altri dispositivi che tenevano l’apparecchio lontano dalla testa, quali elettrodomestici aveva in casa e così via. Del resto, che fosse estremamente complicato accertare la reale esposizione alle radiazioni non ionizzanti basandosi su questionari era emerso con estrema chiarezza già negli anni ’90, quando le ricerche sugli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici a bassa frequenza (quelli emessi principalmente dagli elettrodotti) si erano imbattute nella medesima difficoltà. L’ostacolo, in quel caso, sembrò ostico al punto che in molti studi si scelse di affiancare ai questionari misurazioni dirette e prolungate nel tempo dell’intensità delle radiazioni presenti nei luoghi frequentati dai soggetti presi in esame. Seguire la stessa procedura con i cellulari però era impossibile all’inizio del Duemila, un po’ perché le compagnie telefoniche interpellate non hanno fornito i dati sul traffico telefonico relativi ai singoli soggetti, e un po’ perché 10 anni fa, a differenza di quanto accade ora, i produttori non erano obbligati a indicare nelle confezioni i livelli di emissione dei loro apparecchi. Uno studio avviato oggi terrebbe certamente conto di quest’ultimo dato ma, nuovamente, gli ingranaggi troppo lenti di Interphone hanno fatto sì che a una ricerca pubblicata nel 2010 manchi un’informazione che è ormai disponibile da diversi anni.

Ai vizi che nel 2000 non potevano essere evitati se ne aggiungono altri, riconosciuti peraltro dagli stessi autori, che riguardano in particolare la selezione iniziale dei partecipanti. Tutto ciò ha creato strane anomalie nei risultati. Una loro lettura veloce, infatti, sembra indicare persino che il rischio di contrarre un tumore negli utilizzatori di telefoni cellulari possa ridursi; e notevole è anche l’eccezione riscontrata nel solo gruppo dei maggiormente esposti, che vedrebbero invece aumentare i gliomi e, in misura minore, i meningiomi. Come si spiega nell’articolo, nel primo caso, l’effetto sarebbe dovuto principalmente al fatto che più spesso hanno accettato di partecipare all’indagine coloro che usavano di più il telefonino. L’incremento del rischio osservato fra gli utilizzatori più assidui pare invece legato in primo luogo al fatto che chi ha un tumore tende a sovrastimare la sua esposizione all’agente che è sospettato di causarlo (va notato che i risultati non rilevano alcuna relazione dose-risposta).

Per questi motivi, l’articolo conclude che «complessivamente non è stato osservato un incremento del rischio di glioma e meningioma con l’uso dei telefoni cellulari. C’è qualche indicazione per un incremento del rischio di glioma ai livelli di esposizione maggiore, ma bias ed errori non permettono di stabilire una relazione causale». Più di questo uno studio preliminare non poteva proprio dire.

20 maggio, 2010 da Margherita Fronte


Commenti

Disclaimer

Chiediamo ai lettori, per rispetto di chi legge, di scrivere come di prassi in minuscolo. Il tuo commento verrà pubblicato solo dopo l'approvazione da parte della Redazione. Non verranno pubblicati commenti che violano le leggi sulla stampa, diffamatori, offensivi o che chiamano in causa terze persone per fatti non accertati. Non saranno pubblicati messaggi fuori tema o pretestuosi, o scritti con linguaggio non adeguato o irrispettoso per i lettori.

Condizioni generali del servizio

Chi invia un commento o si registra al sito sottoscrive le condizioni generali di contratto. Facendo ciò l'Utente si è assunto ogni più ampie responsabilità civile, penale e amministrativa relativa all'invio e alla pubblicazione del materiale trasmesso garantendo ogni più ampia manleva. L'utente riconosce a Scienza in rete e/o ai suoi aventi causa il diritto di conservare, riprodurre, diffondere e cancellare il materiale trasmesso. L’utente dichiara e garantisce il pacifico godimento di tutti i diritti relativi al materiale inviato. Pertanto, con l'invio del materiale, l'Utente cede e trasferisce a titolo gratuito e definitivo, senza limiti di spazio e di tempo, tutti i diritti di sfruttamento economico e commerciale relativi al materiale inviato.

#1 Alcune precisazioni

ritratto di Susanna Lagorio
23 giugno, 2010 - 23:37 da Susanna Lagorio (non verificato)

Sono una degli autori dell’articolo pubblicato on-line il 17 maggio scorso sull’International Journal of Epidemiology (Brain tumour risk in relation to mobile telephone use: results of the INTERPHONE International case-control study” e ho diretto lo studio Italiano.
Vorrei segnalarle alcune inesattezze nelle informazioni che riporta e, spero, chiarire alcuni aspetti del disegno dello studio Interphone che sono spesso fraintesi.

Lei afferma, ad esempio, che “Nell’era degli smartphone, la ricerca dello IARC prende in esame telefonini analogici che sono un pezzo da museo”.
Non è affatto vero. Lo studio Interphone sui tumori cerebrali e l’uso del cellulare include pazienti di età compresa tra 30 e 59 anni ai quali è stato diagnosticato un glioma o un meningioma negli anni 2000-2004 e persone sane (i “controlli”) residenti nello stesso periodo nelle aree in studio, appaiate ai casi per genere ed età. Nell’analisi combinata dei dati raccolti in 13 diversi paesi del mondo, la frequenza di utilizzatori di telefoni cellulari tra i controlli era 64% nello studio sul glioma e 56% nello studio sul meningioma. Contrariamente a quanto lei immagina, la maggior parte degli utilizzatori di telefoni cellulari nello studio Interphone aveva utilizzato esclusivamente telefoni digitali (76% degli utilizzatori nello studio sul glioma e 82% degli utilizzatori nello studio sul meningioma).
Subito dopo aggiunge “E spulciando tra i dati si scopre che fra i partecipanti all’indagine gli utilizzatori regolari sono quelli che hanno fatto una chiamata alla settimana per almeno sei mesi”. Questo è un fraintendimento molto comune, non gliene faccio una colpa.
La definizione di “utilizzatore regolare” non è quella che lei riporta. Si tratta di persone che avevano effettuato almeno una chiamata alla settimana in media per un periodo di almeno 6 mesi consecutivi.
In realtà, l’uso del telefono cellulare era così frequente nel 2000-2004 che il numero di “non utilizzatori” era troppo scarso, specialmente in alcuni gruppi di età (ad esempio gli uomini giovani), per poter utilizzare questo gruppo come categoria di riferimento nelle analisi del rischio di malattia in relazione all’esposizione. Perciò abbiamo confrontato il gruppo degli utilizzatori regolari con il gruppo dei non-utilizzatori regolari.
La categoria di riferimento utilizzata in tutte le analisi (i non-utilizzatori-regolari), dunque, include sia persone che non avevano mai usato un cellulare (nello studio sul meningioma erano circa l’11% dei casi e l’8% dei controlli; nello studio sul glioma erano circa il 9% dei casi ed il 6% dei controlli), sia utilizzatori “occasionali”, che comunque avevano usato il cellulare per periodi di tempo inferiori ai 6 mesi effettuando meno di 1 chiamata alla settima in media (queste persone rappresentavano nello studio sul meningioma circa il 32% dei casi e il 30% dei controlli, mentre nello studio sul glioma erano circa il 26% sia dei casi che dei controlli).

“… Gli haevy-users” sono coloro che hanno telefonato in media mezzora al giorno”. La media di mezz'ora al giorno si ottiene dividendo il limite inferiore della categoria più elevata di tempo cumulativo d’uso (1.640 ore o più) per il limite inferiore della categoria più elevata di tempo trascorso dall’inizio d’uso (10 anni o più) espresso in giorni (3.650 giorni) = circa 0,45 ore al giorno. Tuttavia, questo valore non ha nessun valore informativo in sé e non corrisponde affatto al tempo medio d’uso quotidiano dichiarato dalle persone classificate nella categoria più elevata di tempo cumulativo d’uso (le quali, per la maggior parte, erano utilizzatori recenti).
Per descrivere il fatto che il profilo d’uso del cellulare “fotografato” dallo studio Interphone era in media piuttosto moderato, è più opportuno utilizzare la mediana dei valori osservati tra i controlli per le ore cumulative d’uso (circa 75 nello studio sul meningioma e circa 100 nello studio sul glioma), per le ore d’uso al mese (∼2 e ∼2,5, rispettivamente), o per il numero totale di chiamate (∼1.500 e ∼2,000, rispettivamente).
E’ possibile, probabilmente vero, che dal 2004 ad oggi gli utilizzatori di telefoni cellulari abbiano aumentato la frequenza e la durata delle chiamate (non so se ci sono dati obiettivi, ad esempio indagini di popolazione oppure analisi dell’andamento della spesa media degli utenti). Ha naturalmente ragione nel sottolineare la scarsa affidabilità dei livelli d’uso del cellulare riferiti all’intervista, dovuti all’ovvia difficoltà di ricordare anche quante telefonate abbiamo fatto la settimana scorsa.
Il paragone che fa con gli studi sui campi magnetici a bassa frequenza (50-60 Hz) degli anni’90 può sembrare appropriato (si è passati da surrogati di esposizione come la distanza dagli elettrodotti o i “wire codes” a misure del campo magnetico nelle case), ma i motivi per cui questa evoluzione nei metodi di valutazione dell’esposizione non è avvenuta per quanto riguarda l’esposizione a radiofrequenze da uso del telefono cellulare (e non lo è ancora adesso) non sono quelli che lei cita (“… un po’ perché le compagnie telefoniche non hanno fornito i dati, un po’ perché i produttori non erano obbligati a indicare nelle confezioni i livelli di emissione dei loro apparecchi”). Sarebbe come dire che gli studi sugli effetti dell’esposizione a campi magnetici a bassa frequenza si sarebbero potuti realizzare ottenendo i consumi di elettricità delle famiglie e calcolando la potenza di tutti gli elettrodomestici utilizzati). A differenza dei campionatori portatili per la misura dei campi magnetici indoor commercializzati a partire dagli inizi degli anni ‘90, gli esposimetri personali per le radiofrequenze sono in commercio da qualche anno soltanto. Tuttavia, anche se fossero stati prodotti prima, non avrebbero affatto risolto il problema della misura dell’esposizione a RF durante l’uso del cellulare. In questo caso si tratta di un’esposizione estremamente localizzata: l’energia a radiofrequenze emessa dal telefono cellulare durante le conversazioni vocali viene assorbita solo dai tessuti immediatamente circostanti all’apparecchio e l’intensità del campo decresce in modo talmente rapido che praticamente non è più misurabile oltre un raggio di 5 cm dalla sorgente. Ha ragione, d’altra parte, a considerare Interphone “uno studio preliminare”. Io direi che conclude la fase degli studi di prima generazione sui possibili rischi di tumori intracranici in relazione all’uso del telefono cellulare. Però bisogna anche ammettere che – condividendo limiti di studi analoghi per disegno - è superiore a tutte le indagini epidemiologiche precedenti. Non solo per dimensioni. Interphone – fatto senza precedenti – ha realizzato una serie di studi paralleli finalizzati a valutare se i metodi utilizzati avessero comportato distorsioni – ad esempio errori casuali o differenziali nella stima dell’esposizione, o una non rappresentatività del campione in studio rispetto alla distribuzione vera (nella popolazione originale) di casi e controlli nelle categorie di esposti e non esposti. E’ per questo che i risultati di Interphone, per quanto possano sembrare “bizzarri”, sono in realtà più informativi di quelli forniti dagli studi precedenti.
Pertanto, il direttore della IARC dichiara nel comunicato stampa ufficiale (N° 200 del 17-5-2010; http://www.iarc.fr/en/media-centre/pr/2010/pdfs/pr200_E.pdf) che “Un aumento del rischio di tumori cerebrali [legato all’uso dei telefoni cellulari] non risulta documentato dai dati di Interphone”. Poi aggiunge, come è ovvio: “Tuttavia, le osservazioni ai livelli più alti del tempo complessivo di conversazione, e i cambiamenti intervenuti nel profilo d’uso successivamente al periodo studiato da Interphone, soprattutto da parte dei giovani, implicano l’opportunità di ulteriori indagini su uso del telefono cellulare e tumori cerebrali.”
Il futuro della ricerca, ora, è negli studi di coorte (come COSMOS, ad esempio) che si baseranno sulla combinazione di dati di traffico forniti dagli operatori di rete e interviste periodiche ai partecipanti. Soprattutto, le informazioni sull’esposizione d’interesse verranno raccolte prima della diagnosi delle malattie e questo eviterà distorsioni del ricordo. Inoltre, i partecipanti a COSMOS, arruolati a partire dal 2008, tra qualche anno avranno accumulato storie d’uso del cellulare più lunghe di quelle dei partecipanti ad Interphone, e magari livelli d’uso cumulativo più elevati a parità di durata d’uso. Ancora, potranno essere studiate più malattie (gli studi caso-controllo, per definizione, possono analizzare il rischio di una sola malattia). Ma - tanto per evitare equivoci – se l’interesse è sull’incidenza di tumori negli organi più esposti alle radiofrequenze emesse dai cellulari (tumori intracranici) le “risposte” di COSMOS si faranno attendere ben più di quelle di Interphone. I tumori cerebrali più frequenti negli adulti (glioma e meningioma) hanno un’incidenza media di circa sei nuovi casi l’anno per 100.000 persone. COSMOS arruolerà circa 250.000 persone: ci vorrà un bel po’ di tempo per “accumulare” un numero di casi di tumore cerebrale sufficienti ad assicurare un’adeguata potenza statistica alle analisi. Per questo motivo, quando si vogliono studiare malattie rare, l’approccio caso-controllo è più vantaggioso.
So che lei è una professionista seria e competente riguardo ai possibili rischi connessi all’esposizione a campi elettromagnetici. Apprezzo anche molto Scienza in Rete. Credo sarebbe opportuno offrire le precisazioni e rettifiche necessarie alla collettività dei lettori di questa importante newsletter.

  • rispondi

#2 Rispetto al tipo di telefoni

ritratto di Margherita Fronte
23 giugno, 2010 - 23:40 da Margherita Fronte

Rispetto al tipo di telefoni cellulari presi in considerazione da Interphone, il fatto che ci fossero anche telefonini digitali non scioglie il dubbio che ho espresso, che si riferisce all’entità delle emissioni degli apparecchi moderni rispetto a quelli che lo studio ha esaminato. A tale critica va poi aggiunta quella sulle diverse modalità di impiego di oggi rispetto a 10 anni fa. Del resto, se entrambi questi elementi non rappresentassero un problema, sarebbe stato superfluo per la Iarc, nel comunicato stampa che Lei cita, precisare quanto segue: «Today, mobile phone use has become much more prevalent and it is not unusual for young people to use mobile phones for an hour or more a day. This increasing use is tempered, however, by the lower emissions, on average, from newer technology phones, and the increasing use of texting and hands-free operations that keep the phone away from the head».

Rispetto all’accertamento dell’esposizione, proprio perché i telefoni cellulari, come Lei scrive, producono un’esposizione altamente localizzata, ritengo che i dati di traffico delle compagnie telefoniche sarebbero stati davvero preziosi. Diverso è il caso dei campi a 50-60 Hz, perché i dati sui consumi e sulla potenza dei singoli elettrodomestici non dicono a che distanza fossero dall’apparecchio in funzione i singoli componenti del nucleo familiare in questione (una variabile che, come sappiamo, influenza grandemente l’intensità del campo a cui si è esposti, e quindi il suo effetto). I dati di traffico telefonico invece riguardano il singolo apparecchio, che è usato a stretto contatto con la testa dal singolo individuo, a meno che il cellulare sia prestato a qualcun altro (ma questo accade piuttosto di rado), o che si usino auricolari, elemento che  peraltro lo studio ha cercato di accertare. Il dato sul traffico telefonico sarebbe quindi stato importante per stimare l’esposizione (ma se le compagnie non lo danno non è certo colpa degli autori) assieme alla SAR dei singoli apparecchi. In ogni caso, come precisato nel mio articolo, più che la mancanza del dato relativo al traffico telefonico è l’assenza della SAR, disponibile ormai da diversi anni, a rivelare tutto il ritardo con cui lo studio è stato pubblicato e a farlo apparire vecchio.

Detto questo, resto convinta che le conclusioni di Interphone siano di estremo interesse, seppure ancora incomplete. Sono però altrettanto convinta che di fronte a questioni così sentite dall’opinione pubblica sarebbe un dovere da parte dei ricercatori rispondere con più prontezza o, quantomeno, rispettare i tempi che ci si dà inizialmente.

  • rispondi

#3 Miei commenti

ritratto di Giorgio C
27 giugno, 2010 - 23:11 da Giorgio C (non verificato)
Miei commenti: - opportunità mancata per dare trasparente evidenzia della relazione tra utilizzo del telefono cellulare ed alcuni tipi di tumore; - le conclusioni dello studio pubblicato vengono interpretate, gionalisticamente, in senso diametralmente opposti; - le conclusioni dicono che il normale utilizzo non aumenta la probabilità di tumori mentre ci sono evidenze di aumento del rischio nel caso di uso sistematico ed intensivo ma per lo studio (pensato nel lontano 1998) un uso regolare del telefono cellualre prevede 1 telefonata alla settimana per oltre 6 mesi !!! Quindi un utilizzo ad es. di 30' / giorno vuol dire alto uso, quindi con significato aumento del rischio! Notare che la media riportata dai soggetti che hanno partecipato allo studio è di uso pari a 2 ore/mese! - Nello studio NON sono stati considerati i teenagers , ma solo persone con età superiore a 30 anni nello studio non si sono considerati altre fonti di CEM, come ad es. i cordless; quindi un alto utilizzatore ad es. in ufficio di cordless, ma basso utilizzatore del cellulare, è stato classificato come basso utente; - la determinazione della propria frequenza nello uso del cellualre nei precedenti 10 anni è soggettiva e dubbia; - il periodo di latenza di queste forme tumorali è in media di 20-25 anni contro i massimi 12 anni di uso del cellulare, considerato nello studio. Quindi lo studio dice che se, in particolare, giovani e giovanissimi usano quell'ora al giorno il cellualre, e questo lo fa e lo farà presumibilmente per tanti e tanti anni, ... (ed aggiungo, magari, in un ambiente con wireless, o Wimax, etc etc. ) la probabilità di beccarsi un bel tumore è ben alto!!! Meditare
  • rispondi

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Digita i caratteri visualizzati nell’immagine. Non c’è distinzione tra maiuscole e minuscole.

Se ti è piaciuto questo articolo aiuta Scienza in rete a crescere ancora, leggi come.

Margherita Fronte
ritratto di Margherita Fronte
Comunicazione, divulgazione scientifica

Su questo argomento

23 Maggio 2012
La sindrome del Salto di Quirra
Pietro Greco
23 Mar 2012
Energia, consumi, ambiente e salute
Francesco Forastiere
06 Mar 2012
Fukushima, verso l’anniversario
Margherita Fronte
31 Gen 2012
Se fossi una pecora verrei abbattuta?
Pietro Greco
16 Gen 2012
Il principio di precauzione, per non arrivare più in ritardo
Luca Carra
  •  
  • 1 of 3
  • ››

Libri che ti potrebbero interessare

Levi-Montalcini, Rita. Abbi il coraggio di conoscere. 2011
Nemez, Luisa. Ad un passo dalla meta. Il tumore della mammella attraverso 5000 anni di storia. 2011
Berrino, Franco. Alimentare il benessere. Come prevenire il cancro a tavola. 2010
Berrino, Franco. Alimentare il benessere. Come prevenire il cancro a tavola. 2010
Rigutti, Adriana. Atlante di anatomia. 2012
  •  
  • 1 of 4
  • ››
La biblioteca di Scienza in rete>>

Più letti

  • Oggi
  • Settimana
  • Mese
  • Anno
  • Mappa del rischio sismico (256)
  • Arriva la "slow medicine" (215)
  • Tutto o quasi sui terremoti Italiani con l'app dell'INGV (115)
  • Consumo di suolo, emergenza italiana (115)
  • E' presto per curare col bisturi diabete e ipertensione (90)
  • Consumo di suolo, emergenza italiana (542)
  • Ppt in un tap (forse qualcuno di più) su iPad (313)
  • Astrofisica da Nobel, 8 riconoscimenti in 50 anni (291)
  • Mappa del rischio sismico (256)
  • Nucleare iraniano, la diplomazia unica opzione praticabile (254)
  • Cannabis: perché ora è pericolosa (2,631)
  • Che cosa vale una laurea? Finalmente se ne discute (1,440)
  • Alba, Luna e Mercurio (1,299)
  • Homo immortalis. Una vita quasi infinita (1,011)
  • Alla scoperta di luce e colori (898)
  • Quando l'inquinamento industriale accorcia la vita (7,120)
  • La ricerca italiana non sta tanto male nel mondo (6,232)
  • Tasse universitarie: fatti, miti e ideologia (5,235)
  • I laboratori del Gran Sasso (4,857)
  • La lingua dei segni (4,195)

Pubblicati di recente

  • Articoli
  • Grafici
  • Immagini
  • Video
  • La sindrome del Salto di Quirra 23 Maggio 2012
  • Arriva la "slow medicine" 22 Maggio 2012
  • La preparazione del documento per Rio+20 21 Maggio 2012
  • Ppt in un tap (forse qualcuno di più) su iPad 18 Maggio 2012
  • Nucleare iraniano, la diplomazia unica opzione praticabile 18 Maggio 2012
  • Pericolosità sismica di riferimento per il territorio nazionale
  • Frane e inondazioni in Italia
  • uragani
  • See video
  • See video
  • See video
  • See video

Campi del sapere

  • Campi del sapere
    • Scienze della vita
    • Scienze della Terra
    • Fisica
    • Matematica
    • Economia
    • Chimica
    • Scienze umane
    • Tecnologia
    • Ambiente & sanità

Scienza e società

  • Scienza e società
    • Politica della ricerca
    • Filosofia della scienza
    • Storia della scienza
    • Etica e scienza
    • Scienza e pace
    • Arte e scienza
    • Innovazione e impresa
    • Università

Scuola

  • Scuola
    • Primaria
    • Secondaria
    • Educazione informale
    • Scuolabook

Rubriche

  • Editoriale
  • App4Scientist
  • Breaking news
  • Janus
  • Monitor
  • Osservatorio sulla ricerca
  • Pro e contro
  • Recensioni
  • Segnali
  • Vero o falso?
  • 150 scienziati d'Italia
  • In agenda

Documenti

  • Grafici
  • Immagini
  • Video
  • Slide
  • Autori
  • Pubblicazioni
  • Rassegna stampa
  • Biblioteca

Partner del progetto

Siti amici

  • eurodesk   
    issnaf

Master

  • macsis   
    mcs

Copyleft

Crediti

  • Ambiente
  • Astronomia
  • Biologia
  • Chimica
  • Fisica
  • Medicina
  • Politica della Ricerca
  • Scienze matematiche, fisiche e naturali
  • Scienze sociali
  • Tecnologia e scienze applicate

Icons by Axialis Team