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Il gesuita che disegnò la Cina

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Immaginiamo un viaggio di anni su un veliero, tra tempeste, danneggiamenti, perdite della rotta, malattie, assalti di pirati: e, su questa nave, uno scienziato che continua appassionatamente a scrutare il cielo e a descrivere minuziosamente, nei suoi diari, i pesci e gli uccelli mai visti prima che incontra durante il viaggio.

No, non è Charles Darwin sul Beagle: è un sacerdote della Compagnia di Gesù che quasi duecento anni prima ha affrontato un’avventura estremamente rischiosa per lasciare la vecchia Europa e approdare nello sconosciuto e misterioso mondo della Cina. Il suo nome è Martino Martini: uno scienziato e un religioso che in quel paese lontano intendeva portare la buona novella cristiana, ma anche le conoscenze che - soprattutto con la rivoluzione scientifica del seicento – l’Europa aveva sviluppato.

Questo suo atteggiamento, che non nascondeva certo l’ambizione di far conoscere la religione cristiana, ma era sinceramente rivolto anche allo scambio culturale, gli valse onori fino a quel momento inimmaginabili: l’imperatore lo nominò infatti mandarino di prima classe, e la cultura cinese gli manifestò grandissimo apprezzamento. Egli continuò la sua attività scientifica in Cina, redigendo tra l’altro un completo e dettagliato Atlante geografico, che restò a lungo insuperato. E si adoperò anche a far conoscere in Europa  molteplici aspetti della ignota e sorprendente cultura cinese, oltre a narrare le complesse vicende storiche legate all’alternarsi delle dinastie.

In questo volume, Giuseppe O. Longo ci propone una affascinante biografia – la prima mai scritta - di Martino Martini, accompagnandoci nei suoi viaggi e nella sua attività scientifica, oltre che nella sua impresa missionaria, e facendoci partecipi della passione che ha animato la sua vita e la sua opera. E’ una storia di grande interesse, che documenta una vicenda lontana la quale, però, si pone all’origine di un fecondo dialogo tra culture così diverse, eppure ambedue animate da una grande ansia di conoscenza e di saggezza.


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Nipah, in Europa il virus non spaventa. Ma il contesto sì

virus Nipah al microscopio

Durante la pandemia di Covid-19 il film Contagion sembrò anticipare la realtà: zoonosi, risposta sanitaria globale, disinformazione. Oggi un focolaio di Nipah virus in India riporta l’attenzione su questi scenari. Il rischio per l’Europa resta basso, ma il contesto è cambiato: la cooperazione internazionale è più fragile, dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità. La domanda non è se scattare l’allarme, ma come rafforzare una risposta globale efficace.

In copertina: fotografia al microscopio ottico del Nipah virus. Crediti NIAID/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY 2.0

Durante la pandemia da Covid-19, il film Contagion del 2011 ebbe un picco di popolarità, perché in effetti la risposta della comunità internazionale (tra cui i CDC statunitensi erano in prima fila) alla minaccia di una pandemia aveva parecchie somiglianze con quello che stava succedendo nel mondo al di fuori dello schermo. Nel film, il virus che causava appunto il contagio era sconosciuto, proveniva dal mondo animale, più precisamente dai pipistrelli che, disturbati dalle attività umane nel loro habitat naturale, andavano a infettare dei maiali.