Rinoceronte bianco: più del WWF potè l'ICSI

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La femmina Najin all'Ol Pejeta Conservancy. Crediti: Ami Vitale/BioRescue Northern White Rhino Recovery

Del rinoceronte bianco settentrionale non restano che due esemplari. Sono entrambe femmine, madre e figlia, nate al Dvůr Králové Zoo, in Repubblica Ceca, e trasferite nella riserva naturale Old Pejeta Conservacy, in Kenya, una decina d'anni fa. Con loro, sono stati trasferiti due maschi: la speranza era che, falliti i tentativi nello zoo, l'habitat nativo facilitasse la riproduzione di questi animali. Purtroppo, non è stato così, e nel marzo 2018 è morto l'ultimo maschio, Sudan, di 45 anni. Ora, l'unica speranza di conservazione per la specie viene dalle tecniche di fecondazione assistita: la scorsa settimana, un team internazionale di scienziati e conservazionisti, guidato dal Leibniz-Institute for Zoo and Wildlife Research, ha annunciato di essere riuscito a creare i primi embrioni in vitro, con la cosiddetta Intra-Cytoplasm Sperm Injection, in sigla ICSI. Questi, un giorno, potrebbero essere impiantati in una madre surrogata, consentendo così la riproduzione del rinoceronte bianco settentrionale.

Riproduzione assistita per la conservazione della sottospecie

Il rinoceronte bianco (Ceratotherium simum) è classificato come "prossimo alla minaccia" nella Red List della IUCN. La situazione, in termini di conservazione, è però molto differente tra le sue due sottospecie. Se la popolazione del rinoceronte bianco meridionale (C. simum simum) è andata aumentando nel corso degli ultimi anni, quella del settentrionale (C. simum cottoni) è invece drammaticamente calata; la IUCN la classifica come "criticamente minacciato" e probabilmente estinta in natura. Purtroppo, le cose non vanno meglio nemmeno in cattività: a oggi, sono solo due gli individui in vita, le femmine Najin e Fatu. La conservazione di questa sottospecie non può quindi che tentare di sfruttare le tecniche di riproduzione assistita, ed è proprio al progredire di queste che mira il progetto internazionale BioRescue. L'idea è cercare di ottenere embrioni di rinoceronte bianco settentrionale vitali da far crescere in una femmina della sottospecie meridionale.

A descriverlo così, il processo appare molto lineare. Ma in realtà, metterlo in atto è tutt'altro che semplice. «Il primo problema è che questa tecnica non è mai stata applicata sulla specie, ed era dunque necessario stabilire i protocolli necessari per la raccolta degli oociti e capire i tempi di maturazione dei gameti e le necessità degli embrioni», spiega Cesare Galli, veterinario e fondatore dei laboratori Avantea, a Cremona, dove è stata compiuta la fecondazione in vitro. «Bisogna poi considerare la complessità di lavorare su un animale di venti quintali, per il quale è necessario operare in anestesia generale». A ciò, si è aggiunta la difficoltà di lavorare con uno sperma raccolto negli ultimi anni di vita degli animali, e dunque con spermatozoi scarsi e poco mobili. «Per questa ragione, abbiamo impiegato la stessa tecnica usata nell'essere umano in caso d'infertilità maschile, l'ICSI, in cui gli spermatozoi sono immobilizzati e quindi iniettati direttamente nell'oocita», spiega Galli.

Ricerca futura: l'impianto e gli studi sulle staminali indotte

Già a fine agosto gli scienziati avevano annunciato di essere riusciti a fecondare gli oociti prelevati dalle due femmine ancora viventi con lo sperma congelato di due maschi. La scorsa settimana, i ricercatori hanno potuto confermare che gli oociti fecondati hanno creato embrioni vitali, che saranno conservati in attesa di essere impiantati in una madre surrogata. Dei dieci oociti prelevati dalle femmine in Kenya, sette sono giunti a maturazione e hanno potuto essere fecondati; di questi, due, entrambi provenienti da Faut, la femmina più giovane, si sono sviluppati in embrioni. Conservati in azoto liquido, gli scienziati sperano di poterli un giorno impiantare in madre "adottiva". «Najin e Fatu, le due femmine sopravvissute, non sono fertili e non potranno mai essere le riceventi dell'embrione», spiega Galli. Le madri surrogate, giovani e in buono stato di fertilità, dovranno quindi essere della sottospecie meridionale.

È su questa sottospecie che gli scienziati stanno quindi mettendo a punto il delicato impianto degli embrioni. Già da tempo, il team di ricerca ha iniziato a studiare sul rinoceronte bianco meridionale i protocolli ora applicati per la creazione degli embrioni del settentrionale: l'anno scorso, il gruppo di ricerca ha pubblicato il primo articolo in cui descriveva la possibilità di fecondare gli oociti della sottospecie meridionale con gli spermatozoi della meridionale. «Nei prossimi anni, l'obiettivo è usare questi embrioni per mettere a punto la tecnica di trapianto; solo quando saremo sicuri che tutto funziona, la tecnica sarà applicata sugli embrioni della specie settentrionale», spiega ancora Galli.

Naturalmente, questa tecnica non è sufficiente, da sola, a garantire il ripopolamento della specie. Anche se l'impianto dell'embrione e la gravidanza della madre surrogata andassero a buon fine, infatti, bisogna considerare che la sottospecie settentrionale si troverebbe con una scarsissima varietà genetica. Per questa ragione, il progetto BioRescue indaga anche la possibilità di ottenere cellule staminali indotte a partire da fibroblasti prelevati dai campioni di pelle degli individui deceduti. Dalle staminali indotte, infatti, potrebbe essere possibile ottenere nuovi gameti da impiegare per la fecondazione in vitro. «Ovviamente, le tecniche avanzate di biologia molecolare non mirano a soppiantare le altre», spiega Galli. Anche perché si tratta di procedure estremamente complesse e costose, che non si può pensare di usare per ogni animale a oggi minacciato d'estinzione: per le specie a rischio, la prima linea di difesa resta nella salvaguardia dell'habitat e nella lotta al bracconaggio, che per alcuni animali, tra cui il rinoceronte bianco, ha rappresentato la principale ragione del declino. «Tuttavia, il rinoceronte bianco settentrionale è arrivato a un punto di non ritorno, per cui fecondazione in vitro e impiego delle staminali rappresentano l'unica possibile via di salvezza», conclude lo scienziato.

 

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