Ricerca e declino in Italia

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No Future, Southampton, Banksy.

Secondo l'ex premier Matteo Renzi, “in Italia i fondi per la ricerca non sono più bassi, a livello pubblico, della media europea.” (Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2017). Peccato che i numeri raccontino un'altra storia.

Spesa in R&S totale in Euro per abitante
  2010 2015
Eur 19 567 654
Italia 331 360
Differenze (UE - Ita) 236 294
     
Spesa in R&S delle Imprese in Euro per abitante
Eur 19 261 347 (nel 2014)
Italia 144 165 (nel 2014)
Differenze (UE - Ita) 117 182
Fonte: EUROSTAT

Il fatto che esistano altri, cominciando dalla ex ministra Gelmini, che condividano quella battuta, ci dice solo che questa leggenda ha un numero di sostenitori tali da porre specifici interrogativi intorno alla questione del "cui prodest".

Nel frattempo economisti, studiosi e politici si sono spesi nel tentativo di individuare terapie efficaci nel confronto della questione centrale, ovvero la costante difficoltà del nostro paese a sostenere uno sviluppo economico e sociale adeguato alla sua collocazione tra i paesi sviluppati.  Naturalmente non sono mancati in Italia i tentativi di attuare riforme e ammodernamenti del sistema. Ma qui è opportuno avanzare un paio di osservazioni generali: la prima è che un conto è individuare un difetto, un altro è la capacità di correggerlo; la seconda è che quel difetto, se non corretto, può alimentare forme di adattamento altrettanto negative.

In qualche misura questo è successo anche nel caso della ricerca e dell’innovazione: la difficoltà di correggere la nostra debolezza in questo settore ha accresciuto il ruolo del sistema delle imprese, ma non nel senso sperato. Non con una propria assunzione di responsabilità ma, in omaggio ai principi correnti, con una delega pressoché ufficiale, come si deduce anche dalla nomina a ministri dello sviluppo di esponenti delle organizzazioni industriali.

Nel frattempo il costante peggioramento della nostra competitività in genere e di quella tecnologica in particolare (grafico 1) ha accresciuto il peso del debito pubblico e ridotto le possibilità di crescita economica del Paese.

Grafico 1. Andamento della bilancia commerciale nel settore dell’alta tecnologia ($). (Fonte: Osservatorio ENEA)

E’ interessante rilevare (grafico 2) come la tendenza negli anni recenti alla riduzione del deficit della bilancia commerciale nel settore dell’alta tecnologia non corrisponda a un rafforzamento delle capacità tecnologiche del nostro sistema produttivo, ma a una riduzione delle importazioni accompagnata dalla concomitante riduzione anche delle esportazioni. Si tratta, quindi, di uno slittamento del nostro sistema produttivo verso una maggiore debolezza tecnologica.

Grafico 2. Italia: Andamento EXP e IMP prodotti HT

Nel caso della competitività, misurata in termini di PIL per ora lavorata, il confronto con la media dei paesi dell’area UE, e con la stessa Germania (grafico 3), consente di risalire alle origini del nostro andamento declinante.

Grafico 3. Valore del PIL per ora lavorata
Fonte: OECD-Stat

Alle radici della nostra arretratezza

E’ di tutta evidenza come le origini di questo comportamento della nostra economia non siano recenti – non alla fine degli anni ‘90, come sovente si sostiene – dal momento che segnali di debolezza si erano manifestati già negli anni ‘70, caratterizzati dalle crisi energetiche, mentre negli anni ‘80 e per tutti gli anni ‘90 le “svalutazioni competitive” nei confronti sia del dollaro sia del marco, erano stati gli ingredienti per sorreggere la nostra competitività. Ingredienti certamente deboli e non tali da consentire una trasformazione, quanto piuttosto una conservazione della nostra specializzazione e struttura produttiva. Quando, con l’avvento dell’euro, nemmeno quella terapia è risultata più praticabile, la debolezza del nostro sistema produttivo si è rivelata nella sua reale consistenza. Da un punto di vista dell’interpretazione dei dati, la forte caduta della competitività (vedi il grafico 3) dopo il Duemila deve essere attribuita alla parallela perdita di capacità produttiva (grafico 4). Naturalmente anche il nostro paese ha risentito della crisi internazionale degli anni 2007-2010, ma aggiungendo sempre un suo specifico svantaggio.

Grafico 4. Andamento della produzione industriale – 2010 = 100
Fonte: OECD

Via dalla spesa pubblica

Le terapie messe in atto non hanno riguardato, quindi, le cause della nostra competitività ma quella “scorciatoia culturale” per cui, in omaggio al mercato, ogni spesa pubblica doveva essere ridotta. Tra queste si collocano ovviamente quelle relative all’università, alla ricerca pubblica, ma ormai anche alla scuola dell’obbligo, sino a quella sanitaria. Si tratta di una logica che pone il nostro paese in termini sempre più frequenti in coda a tutte le statistiche internazionali in materia di sviluppo e di qualità sociali. Si è già arrivati al paradosso di considerare il numero di laureati “prodotti” maggiore rispetto alla domanda, come un difetto da curare anche penalizzando il funzionamento delle stesse università.

Mentre l'Italia - in particolare il Mezzogiorno - si ostina a voler migliorare la propria cometitività riducendo il costo del lavoro, la stessa Cina - che aveva incarnato quel modello - ha superato questa strategia investendo in ricerca e sviluppo quanto se non più dei paesi avanzati. 

Leggere bene il PIL

Occorre a questo punto richiamare un’altra ovvietà e cioè il fatto che una valutazione sull’andamento economico di uno specifico paese non può, al giorno d’oggi, limitarsi a considerare gli andamenti, per esempio del PIL, in termini assoluti. Una tale misura è certamente necessaria e anche in qualche misura significativa, ma occorre porre attenzione alle differenze che permangono fra i paesi. Considerare che se il nostro paese cresce del 3% si tratta certamente di un buon risultato, ma se nello stesso periodo i paesi assunti a riferimento, crescono del 5%, qualche problema si pone. E ancora di più se a fronte di una nostra crescita dello 0,1 % si dovesse constatare una crescita dello 0,5 negli altri paesi, una differenza di valore relativamente ridotta ma percentualmente rilevante. E' illusorio quindi interpretare un aumento dell'1% del PIL come una nostra "uscita dalla crisi" se l'insieme degli altri paesi si muovono su altre percentuali.

Variazioni percentuali trimestrali del Pil rispetto all'anno precedente
  IV Trimestre 2016 I Trimestre 2017
Italia 1 0,8
Area Euro 18 1,8 1,7
Fonte: OECD

Se poi si spinge lo sguardo un po’ più in là si notano alcune ulteriori informazioni interessanti: la nostra divergenza nella crescita ha origini, come si è visto, molti decenni fa e mentre sino alla metà degli anni ‘80 l’andamento del nostro paese reggeva ampiamente il confronto con gli andamenti dei paesi UE15, da quegli anni inizia una situazione di inviluppo del nostro sistema economico, e anche quando – intorno al 2009 - la crisi internazionale si attenua e il PIL inizia seppur lentamente a crescere, anche l’Italia è trascinata in positivo ma conservando una divario negativo generale e crescente, in particolare, con i paesi dell’UE15 (grafico 5).

Grafico 5. Andamento del PIL pro capite annuo dell’Italia e dei Paesi dell’UE 15 ($)

Un divario che è arrivato a superare nel 2016 i 4.500 euro all’anno pro capite (grafico 6).

Grafico 6. Differenze del PIL pro capite tra l’Italia e i Paesi dell’UE15

L'omicidio di università e ricerca

Il divario negativo della nostra crescita è un dato ormai costante, che dimostra l'inefficacia delle terapie seguite finora. In altre parole, se oltre venti anni fa si fosse deciso di intervenire con provvedimenti di politiche di sviluppo scientifico-tecnologico si sarebbero trovati attori pubblici e privati, attualmente ormai inesistenti o squassati dalle politiche condotte nel frattempo. In particolare una forma di omicidio economico è stato condotta nei confronti dell’università e della ricerca pubblica, assunte a rappresentanza di quella spesa pubblica, da ridurre a tutti i costi, mentre avrebbero dovute essere chiamate a sorreggere i limiti e le debolezze del settore privato. Questo settore, infatti, oltre a dedicare risorse di gran lunga inferiori a quelle degli altri paesi, tende nel tempo ad allargare questo divario come risulta anche dal numero di addetti alla ricerca (grafico 7).

Ammesso che la realtà del nostro paese possa incominciare a influenzare anche i vertici di Confindustria, è difficile che questo processo conduca a una inversione di tendenza perché per ora i cambiamenti necessari sono estranei non solo agli interessi ma anche alla cultura di quei vertici come della relativa base. E la concomitante crisi culturale rappresenta ormai una componente della nostra classe dirigente e, quindi, del nostro declino. In questo senso si può pensare a una possibilità di recuperare una situazione così fortemente compromessa, solo reimpostando la dimensione pubblica della politica industriale.

Grafico 7. Andamento del numero di ricercatori ogni mille addetti nelle imprese manifatturiere. Fonte: OECD

Serve una regia pubblica su ricerca e innovazione

Se un domani un qualche governo volesse affrontare la questione della debolezza strutturale in materia di qualità dello sviluppo del nostro paese, questo dovrebbe mettere in campo non solo una dinamica degli investimenti selezionati e crescenti, ma anche una serie di interventi e strumenti per ora assenti o molto carenti: come la possibilità di selezionare gli investimenti pubblici nel settore dei servizi, delle politiche industriali e del Mezzogiorno. Questo ipotetico governo dovrebbe inoltre avere la capacità di programmare l’innovazione e di valutarne i risvolti occupazionali, economici, ambientali e competitivi. Ma questa capacità comporta l’esistenza di un CIPE-Ricerca e innovazione, di un sistema nazionale dell’innovazione composto da istituzioni scientifiche e tecnologiche che assicurino una presenza operativa estesa nel campo della ricerca fondamentale, dello sviluppo tecnologico ed economico e il cui parere sia vincolante quando s’incontrano scelte progettuali complesse nelle loro logiche sociali. Così come è essenziale arricchire le valutazioni strategiche e la selezione delle alternative con quelle conoscenze delle dimensioni competitive europee e internazionali senza le quali si rischia l’isolamento. Certamente non meno rilevanti dovrebbero essere gli interventi per regolamentare, finalmente, l’economia finanziaria.

Il divario attuale tra questa ipotesi – che potrebbe essere assunta come un ambizioso progetto politico – e la realtà nel nostro Paese non solo è elevatissimo ma è crescente; la comprensione dei problemi più immediati dello sviluppo scientifico-tecnologico, economico, sociale e ambientale deve ancora individuare attori credibili. La concezione liberista corrente e l’entità del nostro debito pubblico offrono una copertura teorica a queste posizioni, ma la debolezza strutturale del sistema delle nostre imprese – al di là dei soliti casi positivi - non  può tuttora accettare il rischio di una sostituzione formale e sostanziale delle responsabilità nelle scelte del cosa e del come produrre. La conclusione sta nella realtà del declino di questo paese. Cambiare significherebbe ora abbandonare gli errori del passato e consentire finalmente una strategia pubblica della ricerca dell'innovazione e del connsesso sviluppo produttivo.

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