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Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Einstein nel 1905 e nel 1949

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.

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C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».

È questo il cuore dell'articolo “Aging and the Narrowing of Scientific Innovation”, appena ripreso dalla rivista Nature, che racconta con toni quasi da sociologia della conoscenza una domanda antica quanto la scienza moderna: l’età rende più saggi o più conservatori?

Gli autori hanno analizzato qualcosa come 12,5 milioni di ricercatori e oltre sessant’anni di pubblicazioni scientifiche in tutti i settori scientifici. Il risultato è affascinante perché evita comunque la caricatura del “vecchio scienziato rincitrullito” e propone invece un quadro molto più sottile: con l’età cresce la capacità di integrare conoscenze esistenti, ma diminuisce quella di produrre radicali idee di rottura. In altre parole, gli scienziati senior diventano bravissimi a costruire ponti tra conoscenze consolidate, meno inclini però a demolire il ponte e cambiare il corso del fiume.

Gli autori chiamano questo fenomeno Nostalgia Effect. Non è nostalgia sentimentale, ma una forma di memoria cognitiva: nel corso della carriera i ricercatori tendono a citare lavori sempre più vecchi, spesso quelli incontrati all’inizio della propria formazione. Ed è qui che molti di noi, old scientists, potrebbero sentirsi scoperti. Perché il lavoro mostra che il “paper della vita”, quello che struttura il nostro modo di pensare, è spesso stato pubblicato appena uno o due anni prima del nostro primo articolo scientifico. Come se ciascuno restasse in parte imprigionato nella propria “età dell’oro” intellettuale.

Naturalmente, il punto delicato è capire cosa significhi innovazione. Gli autori distinguono fra novelty e disruption. Novelty è la capacità di creare nuovi concetti da idee già note; disruption invece è la capacità di rendere obsolete le idee precedenti. Einstein nel 1905 era disruptive. Einstein negli ultimi decenni della sua vita, ostinatamente impegnato contro la meccanica quantistica, molto meno.

Il lavoro mostra che la novelty cresce con l’età, mentre la disruption cala quasi ovunque e in tutte le discipline. E qui bisogna riconoscere agli autori un certo coraggio sociologico: non si limitano a dire che gli anziani fanno meno rivoluzioni, ma suggeriscono che il sistema scientifico stesso, sempre più anziano, stia diventando meno disposto a tollerare le rivoluzioni.
La questione non riguarda solo gli individui, ma anche il potere. Con l’età gli scienziati diventano capi laboratorio, referee, coordinatori di progetto, membri di panel, editor. E quindi influenzano ciò che viene finanziato, pubblicato e considerato rilevante.

Uno dei risultati più intriganti riguarda proprio i gruppi di ricerca. Quando il corresponding author è più giovane, gli articoli tendono a citare letteratura più recente. Quando è più anziano, il gruppo “invecchia” cognitivamente.

Qui il lettore senior potrebbe sentirsi punto sul vivo. Ma forse è utile evitare reazioni difensive. Anche perché l’articolo non sostiene affatto, come visto, che gli scienziati anziani siano inutili, anzi. Sostiene piuttosto che svolgono una funzione diversa: consolidano, integrano, verificano, selezionano. Fanno ordine nel caos creativo prodotto dalle generazioni più giovani. In fondo, la scienza non vive solo di rivoluzioni; vive anche di sedimentazione. Se tutti fossero disruptive contemporaneamente, probabilmente avremmo un ecosistema scientifico ingestibile: mille paradigmi nuovi e nessuno abbastanza stabile da diventare conoscenza condivisa.

Il problema nasce quando l’equilibrio si rompe. E secondo gli autori questo starebbe accadendo. Le grandi squadre gerarchiche, l’allungamento delle carriere, la riduzione del turnover e sistemi di finanziamento sempre più scarsi favorirebbero una scienza cumulativa ma meno capace di salti concettuali.

Perfino l’abolizione del pensionamento obbligatorio nelle università americane viene interpretata nell’articolo come un “esperimento naturale”: dopo quella riforma, negli Stati Uniti è aumentata significativamente l’età media delle citazioni bibliografiche.

Qui il terreno diventa inevitabilmente politico, in quanto il messaggio implicito è delicato: una scienza troppo gerontocratica rischia di perdere capacità di trasformazione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato leggerlo come un elogio della giovane età in sé. La storia della scienza è piena di grandi intuizioni mature e di giovani mediocri.

Piuttosto, il lavoro invita a riflettere sulla diversità cognitiva nelle comunità scientifiche. Servono giovani capaci di rompere gli schemi e senior capaci di distinguere le rivoluzioni autentiche dalle mode passeggere. Servono gruppi meno gerarchici e più intergenerazionali. Servono meccanismi che permettano agli early-career scientists di guidare progetti senza dover aspettare i sessant’anni per ottenere fiducia e fondi.

E forse serve anche, ogni tanto, un piccolo esercizio personale: aprire un articolo appena uscito invece di rileggere per la decima volta il “classico imprescindibile” che conosciamo a memoria. Anche se, diciamolo, certi lavori del 1987 restano davvero fondamentali.

 


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