fbpx L’economia europea ha un centro di gravità? | Scienza in rete

L’economia europea ha un centro di gravità?

mappa europa con i paesi collegati da uno spago

Le guerre non colpiscono tutte allo stesso modo l’economia globale: molto dipende da dove esplodono. Un nuovo studio applica al commercio internazionale un modello ispirato alla fisica, interpretando i mercati europei come un vero e proprio “campo gravitazionale”. Le simulazioni mostrano che i conflitti localizzati nei nodi centrali delle reti produttive e commerciali europee — dal nord Italia al Benelux — possono generare effetti destabilizzanti molto più ampi rispetto a guerre periferiche. E propone quindi un approccio interdisciplinare che aiuta a leggere il legame sempre più stretto tra geopolitica, interdipendenza economica e stabilità del continente.

Tempo di lettura: 7 mins

Le guerre e le tensioni geopolitiche non colpiscono tutti i mercati allo stesso modo. Alcuni conflitti producono effetti economici limitati, mentre altri possono destabilizzare intere aree commerciali. Un recente studio che abbiamo pubblicato su Conflict Resolution Quarterly propone un modello interdisciplinare tra economia e fisica che interpreta i mercati internazionali come «campi gravitazionali». Attraverso simulazioni sulle regioni europee, il nostro lavoro mostra come i conflitti che interessano le aree centrali delle reti economiche europee abbiano effetti molto più intensi sulla stabilità commerciale rispetto ai conflitti periferici.

Esiste una gravità economica?

Quando pensiamo alla gravità immaginiamo pianeti, stelle o galassie. Eppure, da decenni, economisti e studiosi di geografia economica utilizzano il concetto di gravità anche per spiegare il commercio internazionale.

L’idea è intuitiva: le economie più grandi tendono ad attrarre più commercio, investimenti e imprese, proprio come le masse più grandi in fisica esercitano una forza gravitazionale maggiore. Allo stesso tempo, la distanza riduce queste interazioni. Due Paesi vicini commerciano generalmente di più rispetto a due Paesi lontani, non solo per motivi geografici ma anche culturali, logistici e politici.

Questo approccio, noto come «modello gravitazionale del commercio», è stato sviluppato già negli anni cinquanta dall’economista Walter Isard, uno dei fondatori della regional science, disciplina che studia la dimensione spaziale dei fenomeni economici.

Nel nostro studio abbiamo cercato di estendere questa idea, integrandola con il tema dei conflitti geopolitici. La domanda di partenza era semplice: tutte le guerre hanno lo stesso impatto economico sui mercati internazionali?

La risposta, secondo le simulazioni sviluppate nel lavoro, è no.

Dove si concentra la «gravità» economica europea. La mappa mostra le regioni europee maggiormente integrate dal punto di vista economico e commerciale. Le aree in rosso rappresentano il cuore delle reti produttive e degli scambi del continente europeo. Secondo il modello sviluppato nello studio, conflitti localizzati vicino a queste aree centrali possono produrre effetti molto più destabilizzanti sull’intero mercato europeo. Fonte: Capoani L, Tudorache A, Barlese A, Exploring Economic Conflict Through the Gravitational Field Model of Trade: Markets, Wars, and Instability, Conflict Resolution Quarterly (2025). Licenza: CC BY 4.0

L’Europa come una rete gravitazionale

L’economia europea può essere immaginata come una grande rete interconnessa. Alcune aree hanno un ruolo più centrale di altre perché concentrano una quantità molto elevata di produzione industriale, servizi, infrastrutture e scambi commerciali.

Nel nostro lavoro abbiamo rappresentato queste interazioni attraverso il concetto di «campo gravitazionale economico». In questo schema, ogni regione esercita una forza di attrazione proporzionale alla propria dimensione economica. Più un territorio è economicamente forte e integrato, maggiore sarà la sua capacità di attrarre flussi commerciali e attività produttive.
Quando questi campi si sovrappongono, si formano aree ad alta intensità economica. Nel caso europeo, le simulazioni mostrano una forte concentrazione lungo quella che gli studiosi chiamano «Blue Banana»: un corridoio economico che collega storicamente il nord Italia, la Germania occidentale, il Benelux e parte della Francia e del Regno Unito.

Si tratta dell’area più densamente industrializzata e urbanizzata del continente europeo. Non è un caso che proprio qui si concentrino molti dei principali nodi logistici, finanziari e produttivi dell’Unione Europea.

Da un punto di vista economico, questa zona può essere interpretata come una sorta di «centro di gravità» del mercato europeo.

Perché alcuni conflitti destabilizzano più di altri

Il punto centrale dello studio riguarda il ruolo della posizione geografica dei conflitti.

In fisica, una perturbazione vicina al centro di un sistema produce effetti più intensi rispetto a una perturbazione periferica. Applicando questo principio all’economia, abbiamo ipotizzato che un conflitto localizzato nelle aree centrali delle reti commerciali europee possa generare effetti molto più destabilizzanti rispetto a un conflitto distante dai principali poli economici.

Per verificare questa ipotesi abbiamo utilizzato dati economici regionali europei basati sulle regioni NUTS2, la classificazione territoriale utilizzata da Eurostat per analizzare le economie regionali europee. Le simulazioni hanno permesso di osservare come varia il «campo gravitazionale» europeo in presenza di scenari di crisi o conflitto.

I risultati mostrano un elemento interessante: quando il conflitto interessa aree periferiche del sistema economico europeo, gli effetti tendono a essere più contenuti e localizzati. Quando invece le tensioni colpiscono aree centrali e altamente integrate, le conseguenze si propagano molto più rapidamente all’intera rete commerciale.
In altre parole, non conta soltanto l’intensità di una guerra, ma anche la sua posizione all’interno della rete economica.

Il ruolo delle reti commerciali

Negli ultimi decenni l’economia mondiale è diventata profondamente interdipendente. Le filiere produttive attraversano più Paesi, i componenti industriali vengono prodotti in regioni diverse e il commercio internazionale dipende da reti logistiche estremamente integrate.

Questo significa che la stabilità economica dipende sempre di più dalla stabilità delle connessioni.

Un blocco in un nodo strategico può produrre effetti a catena molto ampi. Lo abbiamo visto durante la pandemia, con le difficoltà nelle catene globali di approvvigionamento, ma anche con le tensioni geopolitiche recenti nel Mar Rosso e nell’Europa orientale.

Nel caso europeo, il legame economico tra Francia e Germania rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa interdipendenza. Non è soltanto una relazione politica: è anche una struttura economica profondamente integrata, costruita attraverso decenni di cooperazione industriale e commerciale.

Nel nostro studio abbiamo simulato diversi scenari ipotetici di conflitto tra regioni europee. Le simulazioni mostrano che tensioni localizzate nel cuore economico dell’Europa tendono a modificare in modo significativo la struttura del mercato continentale.

Questo non significa che un conflitto periferico sia irrilevante. Tuttavia, la centralità economica di un’area amplifica gli effetti della crisi sull’intero sistema.

Cooperazione economica e stabilità

Uno degli aspetti più interessanti emersi dal lavoro riguarda il rapporto tra integrazione economica e pace.

Già negli anni Novanta molti studiosi sostenevano che il commercio internazionale potesse ridurre la probabilità di conflitti tra Stati economicamente interdipendenti. L’idea era semplice: più due economie sono integrate, più il costo economico di uno scontro aumenta per entrambe le parti.

L’integrazione europea nasce anche da questa intuizione storica. Dopo la Seconda guerra mondiale, la cooperazione economica tra Francia e Germania fu considerata uno strumento fondamentale per ridurre le tensioni e costruire stabilità politica nel continente.

La creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1952 rappresentò uno dei primi tentativi concreti di trasformare la cooperazione economica in un meccanismo di prevenzione dei conflitti.

Le nostre simulazioni sembrano confermare questa logica. Maggiore è il livello di integrazione commerciale tra regioni e Paesi, maggiore tende a essere la resilienza del sistema economico complessivo.

In questo senso, il commercio internazionale non è soltanto un fenomeno economico, ma anche un elemento di stabilizzazione geopolitica.

Una lettura interdisciplinare dei conflitti

Naturalmente, un modello economico non può spiegare da solo fenomeni complessi come le guerre. Le cause dei conflitti includono elementi storici, politici, strategici e culturali che non possono essere ridotti a formule matematiche.

Tuttavia, l’approccio interdisciplinare può aiutare a comprendere alcuni meccanismi strutturali che spesso rimangono invisibili.

L’utilizzo di concetti ispirati alla fisica non implica che le società funzionino esattamente come sistemi meccanici. Piuttosto, offre strumenti utili per visualizzare reti economiche molto complesse e capire come shock geopolitici, crisi commerciali e tensioni internazionali possano propagarsi nello spazio economico europeo.

In particolare, il concetto di «campo gravitazionale» consente di rappresentare in modo intuitivo l’interdipendenza tra territori, mostrando come la stabilità di un mercato dipenda non solo dalla forza delle singole economie, ma anche dalla qualità delle loro connessioni.

Perché tutto questo riguarda il futuro dell’Europa

Negli ultimi anni l’Europa ha affrontato una successione di shock: pandemia, crisi energetica, guerra in Ucraina, tensioni commerciali globali, problemi nelle catene di approvvigionamento.

Questi eventi hanno mostrato quanto le economie europee siano ormai strettamente collegate tra loro.

Comprendere la struttura spaziale di queste connessioni può diventare sempre più importante per la gestione dei rischi economici e geopolitici. Se alcune aree rappresentano veri e propri nodi centrali del sistema europeo, allora proteggerne la stabilità significa anche proteggere l’equilibrio economico dell’intero continente.

Il nostro studio propone quindi una prospettiva diversa sul rapporto tra economia e conflitti: le guerre non modificano soltanto gli equilibri politici, ma alterano anche la «geografia gravitazionale» dei mercati.

Ed è forse proprio questa la lezione più attuale: in un’economia sempre più interdipendente, stabilità politica e integrazione economica non possono più essere considerate separatamente.


 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca

Einstein nel 1905 e nel 1949

Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.

C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».