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Le due culture, cinquant'anni dopo

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Charles Percy Snow (1905 – 1980)

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La frase “Le due Culture” fu usata per la prima volta da Charles Percy Snow in una Lettura (la Rede Lecture) all’Università di Cambridge nel Maggio del 1959. Per quanto Snow avesse parlato solo di cultura scientifica e cultura letteraria, e non di cultura artistica in generale, il concetto si estese rapidamente alla cultura artistica in generale. Ed è divenuto gradualmente chiaro che le due culture hanno differenze intrinseche: la cultura scientifica è obiettiva e richiede verifica, quella artistica è soggettiva e non la richiede. La cultura scientifica progredisce, mentre il concetto di progresso è estraneo alla cultura artistica.

E su queste differenze intrinseche si è insistito molto: solo da relativamente poco si è compreso che le due culture, anche se oggettivamente differenti, hanno in realtà più punti di contatto di quanto si pensi comunemente. A partire dallo scopo che si prefiggono: molta acqua è passata sotto i ponti da quando Coleridge dichiarava, 200 anni fa, che lo scopo della scienza è la ricerca della verità, quello dell’arte la produzione del piacere estetico o, per dirlo in altro modo, la ricerca della bellezza.

Ora a questa dicotomia assoluta non si crede più, e si accetta comunemente che lo scopo di entrambe le culture sia la comprensione della realtà, il darle un senso. Scopo che peraltro le due culture perseguono con gli strumenti che sono loro propri.

E’ relativamente facile accettare che la cultura artistica – dalla musica, alla poesia, alle arti figurative - operi per giungere alla verità: come non pensare alla dichiarazione di Paul Klee, secondo cui “l’arte non riproduce il visibile, ma lo rende visibile”: a cui fa da contraltare la notissima affermazione di Pablo Picasso, per il quale “l’arte è una menzogna che ci permette di giungere alla verità”. O alla poesia di Eugenio Montale, il cui scopo esplicitamente dichiarato è la scoperta della verità.

Si è meno disposti ad accettare che la ricerca della bellezza sia una componente importante, anzi necessaria, della cultura scientifica. Eppure è così: ogni matematico è pronto a sostenere che le equazioni non sono solamente esatte o sbagliate, ma sono anche belle o brutte. Di più: come ci dice il grande Maurice Dirac, la bellezza di un’equazione è più importante della sua esattezza: nel senso che se un’equazione è bella, prima o poi si dimostrerà esatta. E non si tratta solo della matematica : il concetto è generale, e ne fa testo una famosa affermazione di Jacques Monod, per il quale una bella teoria può anche non rivelarsi esatta, ma una brutta teoria sarà sempre sicuramente sbagliata.

Semplificando, la ricerca sia della bellezza che della verità è quindi un punto di contatto generale delle due culture. Ma ve ne è uno più specifico, e forse più importante, ed è la struttura del processo creativo, che è chiaramente la stessa.

Qui il ruolo fondamentale è quello dell’intuizione. In una bella immagine Federico Garcia Lorca ci dice che l’intuizione è una fuga, un volo che porta il poeta in un paese fatato un paese di sogno: il poema è il resoconto del viaggio di ritorno con il tesoro, è catalogare, registrare, raccontare. In una parola, è fatica dura. E quanto vale per la poesia, come è ovvio, vale anche per le altre forme di arte. Ma vale anche, con ogni evidenza, per la cultura scientifica: anche per essa l’intuizione è il necessario primum movens, senze il quale non vi sarà prodotto scientifico di valore. Ma la strada da questo primum movens al prodotto finale è faticosa, esattamente come quella del poeta che ritorna dal viaggio nel paese fatato. Per usare l’immagine di un poeta famoso l’intuizione è un “dono di Dio” (in senso metaforico, naturalmente), non pianificabile, non prevedibile. Il resto è fatica e sudore. Come si direbbe in Inglese: inspiration and perspiration.

 

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