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Infermiere e infermieri, colonne portanti di Medici Senza Frontiere

Ettore Mazzanti del consiglio direttivo di MSF

Da aprile, a guidare Medici Senza Frontiere sono due infermieri, Martina Marchiò ed Ettore Mazzanti.  Segno di un modello in cui la professione infermieristica è centrale non solo nella cura, ma anche nella gestione delle emergenze e nel coordinamento dei progetti umanitari. Dalle guerre alle epidemie, dalle crisi nutrizionali ai campi profughi, l’esperienza maturata sul campo da infermiere e infermieri di MSF diventa un patrimonio di competenze cliniche, organizzative e relazionali che può arricchire anche il sistema sanitario italiano.

Tempo di lettura: 5 mins

La sezione italiana di Medici Senza Frontiere ha recentemente rinnovato il proprio consiglio direttivo, affidando i ruoli di presidente e vicepresidente a due infermieri, Ettore Mazzanti e Martina Marchiò. È una scelta che non rappresenta un’eccezione all’interno dell’organizzazione, ma che riflette una caratteristica strutturale di MSF: la posizione centrale della professione infermieristica non solo nell’assistenza clinica, ma anche nella gestione dei progetti umanitari e nel coordinamento operativo sul campo.

«In Italia abbiamo il precedente di Loris De Filippi, che è stato il nostro presidente dal 2012 al 2018, e a livello internazionale l’esempio di tanti colleghi che hanno ruoli dirigenziali nelle sezioni di altri Paesi», osserva Mazzanti. «Con l’esperienza e con l’impegno, il percorso professionale dell’infermiere all’interno di Medici Senza Frontiere può arrivare fino ai massimi livelli. D’altra parte, quelle di MSF sono équipe di professionisti accumunati dagli stessi obiettivi che lavorano in sinergia, nella consapevolezza che ogni ruolo è importante».

Non solo guerra

Il modello operativo di MSF ha preso forma sul campo in una varietà di scenari differenti in cui è impegnata l’organizzazione in tutto il mondo. Ci sono situazioni di conflitto come quello di Gaza, che Martina Marchiò ha descritto nelle pagine del saggio Brucia anche l’umanità (Infinito edizioni, 2024), dove la carenza delle risorse determina ogni scelta, anche quelle più strazianti. «Quando fai una medicazione a un ferito e non puoi rinnovargliela tutti i giorni perché scarseggiano  bende e garze, così lo rimandi alla tenda sporca dove ha trovato rifugio, sapendo che probabilmente svilupperà un’infezione per le condizioni igieniche in cui vive, ma non puoi fare nulla per evitarlo», racconta Marchiò. «Quando arrivano decine di persone coperte di sangue e non potete assisterle tutte, devi fare triage e selezionare chi verrà lasciato a morire nel dolore. Allora sei tu che stai facendo quelle scelte, anche se non hai alternative». È la stessa carenza di risorse con cui bisogna fare i conti nella cura dei pazienti con malattie della pelle, dei polmoni, infezioni gastrointestinali acuite dalle condizioni di vita precarie, ma anche malattie croniche come il diabete e disturbi mentali, perché in guerra non si soffre e non si muore solo per i proiettili e per le bombe.

Poi ci sono le crisi umanitarie come quella dei Rohingya. «Perseguitati in Myanmar, fuggiti in Bangladesh e ammassati nei campi profughi», prosegue l’infermiera. «Non erano vaccinati e la convivenza forzata negli spazi ristretti favoriva la diffusione di infezioni. Lì ho incontrato tanti casi di difterite, che in Italia grazie alla vaccinazione non abbiamo più».

Ci sono le emergenze nutrizionali. «Come quella in Angola nel 2002», racconta Mazzanti. «Dopo 25 anni di conflitto non c’erano più animali e la dieta era povera di proteine, uomini, donne e bambini con il sistema immunitario a pezzi morivano per un banale raffreddore». Epidemie come quella di ebola in Congo. Aree in cui in precedenza esistevano strutture e competenze sanitarie, poi perdute a causa di catastrofi naturali o disordini provocati dall’uomo. «È il caso della Libia, della Siria, del Libano dopo il periodo delle primavere arabe», dice l’infermiere. «In quelle circostanze il lavoro da fare è mappare le risorse residue, stabilire priorità, coordinare squadre di costruttori per recuperare le strutture danneggiate, garantire l’accesso all’acqua potabile, lo smaltimento dei rifiuti, l’igiene, formare il personale locale».

Competenze esportabili

Le qualità che infermiere e infermieri acquisiscono in questi scenari sono la flessibilità e la capacità di adattarsi, spesso poco riconosciute nella realtà italiana governata da routine e protocolli. «Noi abbiamo un servizio sanitario nazionale funzionante, strumenti diagnostici accurati, farmaci aggiornati», spiega Mazzanti. «Chi lavora senza strumenti diagnostici impara a valutare le condizioni dei pazienti dai segni clinici, dal comportamento, dalla postura. Ma queste sono competenze che possono tornare utili anche nel nostro Paese, facendo triage nella sala d’aspetto di un pronto soccorso».

Un altro punto di forza del lavoro dell’infermiere nelle missioni di Medici Senza Frontiere è la capacità di porsi in relazione con il paziente, di osservarlo, conoscerlo e di comunicare. «Anche la comunicazione è cura. È una nozione che raramente viene insegnata nel percorso di formazione degli infermieri e anche dei medici in Italia», dice Mazzanti, «ed è un peccato, perché la capacità di comunicare è preziosa in ogni contesto assistenziale, di emergenza o di routine. Pensiamo per esempio a un pronto soccorso pediatrico italiano, dove tanti bambini vengono accompagnati dalle famiglie senza una reale necessità, per problemi di salute che potrebbero essere trattati con maggiore appropriatezza dal pediatra di libera scelta. L’infermiere che fa triage, dotato di una buona capacità di comunicazione, oltre a identificare i casi gravi che richiedono assistenza urgente, può parlare con i genitori degli altri, tranquillizzarli, rispondere alle loro domande. Se ha competenze interculturali, può fare da interfaccia con gli utenti che provengono da altri Paesi e aiutarli a superare barriere linguistiche e sociali. L’esperienza della pandemia ci ha insegnato quanto la corretta comunicazione sia importante anche in una società in cui tutti hanno accesso a fonti di informazione, ma non sempre sono in grado di valutarne l’autenticità».

Proprio durante la pandemia Martina Marchiò si è trovata in Italia nell’intervallo tra due missioni. «Ho prestato servizio in un centro di terapia sub-intensiva per il Covid», racconta. «Era una situazione straordinaria per il nostro Paese, che mi ha permesso di trasferire qui da noi l’esperienza che avevo acquisito negli scenari di emergenza all’estero. Ritengo che infermiere e infermieri potrebbero dare anche in Italia tanto di più se le loro competenze venissero riconosciute e coltivate nel percorso della formazione e nei contesti reali, attraverso l’esperienza e la condivisione di responsabilità con i medici e gli altri operatori sanitari ».

 


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