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Difficoltà della ricerca o dello sviluppo?

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Dunque, dopo l’intervento di Cinzia Duraio e i successivi approfondimenti, non possiamo escludere segnali di difficoltà da parte del sistema di ricerca nazionale ricavati anche dall’andamento del numero delle pubblicazioni. Sarebbe interessante poter misurare questi andamenti da parte dei vari paesi riferiti non solo al numero totale delle pubblicazioni ma, particolarmente, al numero delle pubblicazioni che riscontrano dati ed esperienze sperimentali, che implicano, cioè, il funzionamento di strutture costose. Ci sarebbe da stupirsi se i segnali dovessero essere ancora cosi incerti come quelli che emergono dalle pubblicazioni in generale, perché tutti quei nostri ricercatori che in laboratorio ci vanno per tenere puliti gli attrezzi un po’ vetusti, certamente sono ancora in grado di produrre pubblicazioni ma sempre meno dati sperimentali. E forse questo segnale sarebbe ancora più significativo.

Tuttavia perché questa encomiabile raffinatezza nella ricerca di segnali di difficoltà da parte del nostro sistema di ricerca? Non è certo necessaria per trarre conclusioni positive sulle doti intellettuali e professionali dei nostri ricercatori, non perché queste doti non esistano ma per il semplice motivo che sarebbe arduo pensare il contrario nel confronto di qualunque comunità civile, con il rischio di addentrarsi in rischiosi circuiti razzisti. Se qualcosa non và nel nostro sistema di ricerca – Università ed enti pubblici di ricerca, nonché ricerca condotta nelle strutture economiche private – quello di prendersela con gli addetti è un vecchio trucco per coprire con le riforme a costo zero o con i tagli finanziari, l’assenza di un progetto e di un impegno politico.

Peraltro misurare al giorno d’oggi lo stato di un sistema di ricerca dal numero relativo delle pubblicazioni rappresenta un percorso particolare, valido per una valutazione tutta interna al “comparto”. Ma se l’attività di ricerca è - e non da oggi – una componente fondamentale dello sviluppo di una società e se questa componente ha accresciuto il suo ruolo in virtù dell’accresciuto peso specifico che la ricerca svolge sul piano dello sviluppo e della qualità dello sviluppo economico e civile, talché alcuni – pochi per la verità – attribuiscono il declino del nostro paese proprio alla debolezza strutturale del nostro sistema di ricerca, forse qualche ulteriore riflessione da un lato relativa al significato dei dati bibliometrici quale misura dello stato di salute di un particolare sistema di ricerca ma, dall’altro, sulla collocazione e sullo stato di salute dell’intero paese, potrebbe essere opportuna. Da questo secondo punto di vista non sono necessarie, purtroppo, analisi sofisticate.

Se, dunque, non vogliamo attribuire ai ricercatori di questo paese demeriti inesistenti ma nemmeno virtù taumaturgiche - nonostante le loro recenti danze maori in piazza, propiziatorie di piogge salvifiche - dovrebbe essere sufficiente, come dato negativo, il numero di addetti per milione di abitanti o indicatori di questa natura, l’andamento della spesa in R&S da parte del pubblico e dei privati, ecc. Si tratta di indicatori ben noti che, se presi in termini relativi ai paesi con i quali vorremmo convivere, sono in grado di darci dei riferimenti sul nostro stato di salute civile ed economico e se valutati nelle loro dinamiche, possono anche darci indicazioni sull’andamento di quella nostra condizione di declino.

Dunque una situazione di apparente convivenza tra una capacità di produzione scientifica senza segnali evidenti di crisi e una condizione economica, sociale e culturale da molto tempo divergente da quella dei principali paesi nostri partner?

Per un po’ di tempo queste situazioni contraddittorie possono convivere, ma non all’infinito. Una delle due dovrà cambiare. Se quei segnali di possibile debolezza della nostra produzione scientifica dovessero confermarsi, vorrebbe dire, proprio per le considerazioni esposte, che dal declino siamo passati o trapassati ad uno stadio successivo. Ma se quei segnali negativi non dovessero arrivare, non potremmo tuttavia pensare di essere usciti dal declino.


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