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Covid-19 fra precauzione, comunicazione e diritti

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Dire alla gente “non fatevi prendere dal panico” è perfettamente inutile. In quest'articolo, Luca Carra spiega perché - e come quest'epidemia potrebbe aiutare le democrazie

Dire alla gente “non fatevi prendere dal panico” è perfettamente inutile. Essenzialmente per due motivi: 1. In presenza di un decreto che blocca tutto, chiude scuole e teatri, cancella convegni, etc. si crea una fastidiosa dissonanza. 2. Anche in assenza di queste misure, nella frase “Niente Panico” il Panico cancella il Niente, e resta padrone del messaggio.

Non serve una laurea in comunicazione per arrivare a questa semplice conclusione, eppure tutti gli esperti, i virologi, gli immunologi, i medici, le autorità sanitarie a cui abbiamo lasciato in mano la comunicazione del rischio non fanno che ripetere questo mantra. Per fortuna la gente è mediamente più intelligente di quanto li considerino le autorità preposte. Per fortuna la comunicazione fluisce liberamente negli scambi sociali, dai bar ai social media, che per loro dinamica interna stanno offrendo in questi giorni una reazione dal basso alla comunicazione ufficiale. E questo nonostante i gestori dei social si siano peritati di reindirizzare le ricerche su Covid-19 verso l’account dll’OMS (vedi instagram, fra gli altri).

C’è solo una cosa che alla gente fa più terrore della pandemia: la noia della comunicazione istituzionale, il monocorde “don’t panic”. Se quindi i principi della comunicazione in tempi di pandemia sono gli ormai classici sincerità-trasparenza-specificità-coerenza-cooperazione-rispetto-proazione etc. (vedi linee guida di comunicazione pandemica del progetto TellMe) va dato particolare peso a una qualità di solito dimenticata: la creatività.

La creatività è di per se stessa libera, allergica alle censure, provocatoria, controcorrente. In un contesto di emergenza pandemica si esprime attraverso la sdrammatizzazione e l’ironia. Ne fanno fede i milioni di post che piovono in questi giorni di quarantena da facebook e instagram, per esempio.

Un piccolo esempio che ha fatto scuola ci arriva dalla pandemia influenzale del 2009, quando il video di un impettito ufficiale dei Centers for Diseases Control and Prevention di Atlanta (CDC) che cercava di catechizzare le masse era stato messo in burla da un contro-video, “The Swiine Flu song” che ha generato una corrente di reazioni divertite, positive, e che - secondo molti commenti “ci è rimasta in testa per anni”.

In tutti i regimi, in momenti di emergenza sanitaria scattano istinti istituzionali di induzione alla disciplina e restrizione della libertà che vanno ben oltre il pericolo posto dall’infezione. La comunità scientifica si compiace di vedersi attribuire un ruolo salvifico e di autorità che di solito viene snobbato dalla popolazione. C’è anche chi è arrivato a compiacersi che l’epidemia corrente da coronavirus abbia ridotto al silenzio i no-vax, cioè che il diffondersi epidemico di una malattia possa ridurre gli spazi peraltro residuali di un dissenso perfettamente legittimo ancorché irricevibile dal punto di vista scientifico. Una forma estrema di nemesi medica.

In democrazia esistono gli anticorpi per temperare questi inevitabili richiami all’ordine con la libera circolazione delle idee e anche degli sberleffi.

Per questo è particolarmente importante capire che una gestione politica di un evento sommamente incerto come l’epidemia presente venga discusso da tutti, non solo dagli esperti. E non solo dagli esperti in medicina, che pure restano centrali nel dibattito. I giuristi, per esempio, devono vincere il complesso di inferiorità scientifica che probabilmente li fa stare relativamente zitti in questo frangente, e dire la loro. C’è infatti una sfaccettatura politica, costituzionale, da considerare nel normare la vita sociale in tempi di epidemia. Lo hanno fatto per esempio i giuristi statunitensi, che senza remore hanno preso la parola sulla rivista dei medici americani (JAMA). Commentando il potere di arresto e di successiva messa in quarantena dei sospetti infetti da parte degli ufficiali dei CDC, gli autori commentano: “I poteri obbligatori in materia di salute pubblica devono essere valutati e giustificati secondo uno standard legale ed etico comune, tra cui (1) gli individui devono presentare un rischio significativo di diffusione di una malattia pericolosa e infettiva; (2) gli interventi devono essere suscettibili di migliorare i rischi; (3) sono necessari i mezzi meno restrittivi necessari per raggiungere gli obiettivi di salute pubblica; (4) l'uso della coercizione deve essere proporzionato al rischio; e (5) le valutazioni devono essere basate sulle migliori prove scientifiche disponibili. Nelle crisi emergenti quando la scienza è incerta, l'adozione del "principio di precauzione" è ragionevole per garantire la sicurezza pubblica. Tuttavia, le emergenze sanitarie non giustificano una coercizione indiscriminata, eccessiva, o senza un supporto probatorio”.

“Fidatevi solo delle evidenze” è un’altra frase che si sente molto in questi giorni, ma bisognerebbe chiarire che le evidenze non sono solo quelle scientifiche in senso stretto. E che queste, di fronte a fatti sociali e politici non hanno necessariamente peso maggiore delle “evidenze” sociologiche e giuridiche. E anche comunicative, se come ha riconosciuto la stessa Organizzazione mondiale della sanità, l’infodemia rischia di nuocere più del coronavirus.

Ammesso che le attuali misure disposte dal decreto n.31 del Consiglio dei ministri abbiano un senso (1), la sua traduzione alle comunità locali non dovrebbe esprimersi solo attraverso stentoree ordinanze come ai tempi della peste del Manzoni, ma anche con soluzioni tese a contrastare il prevedibile crollo della socializzazione della popolazione. Esempio: le lezioni a scuola, in università, i convegni, possono anche essere temporaneamente sospese in presenza ma trasferite in modalità online. La sindrome di accaparramento che in queste ore sta svuotando i supermercati può essere contrastata con una decisa rassicurazione sul funzionamento della catena dei rifornimenti. Il diffondersi delle mascherine non solo inutile, ma anche inibente la comunicazione, proposta ironicamente come maschera di Carnevale.

L’epidemia aiuta le tirannie a stringere i controlli sulla popolazione, rappresenta in qualche misura l’inveramento del sogno di controllo totale, che però si muta nel fallimento del contenimento dell’infezione. L’app imposta alla popolazione cinese dal Partito per personalizzare il tracking epidemiologico, è la parabola di questa distopia tecnologica.

L’epidemia di questa sindrome parainfluenzale potrebbe aiutare le democrazie a mettere alla prova forme di sorveglianza con la minore compressione possibile dei diritti, e forme di comunicazione che favorisca la resilienza di una comunità confusa e spaventata.

 

Nota
Così il New York Times: “Lo Stato italiano, che guida la terza economia della zona euro, non ha ispirato molta fiducia negli ultimi tempi, in quanto è stato consumato dalle macchinazioni interne. Ma gli esperti sanitari si sono detti più preoccupati perché il Ministero della Salute italiano sembra essersi mosso in modo aggressivo per prevenire un'epidemia, senza alcun risultato (trad. nostra)”.

 

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