Collaborazioni internazionali: ecco la classifica di Nature. E l'Italia primeggia nella fisica

Read time: 3 mins

La collaborazione internazionale fra centri di ricerca oltre a essere senza dubbio un punto di forza per un paese, ci fornisce il polso della situazione su diversi aspetti della ricerca stessa, fra cui quello geopolitico, cioè capire come si stanno muovendo le forze in gioco sulla plancia mondiale. Oltre a dirci se come paese stiamo facendo abbastanza. Per fare un esempio, dai dati emerge che gli Stati Uniti e la Cina stanno hanno all'attivo numerose collaborazioni nell'ambito delle scienze ambientali e del global warming. 

La rivista Nature ha pubblicato in questi giorni una piattaforma ricca di dati, navigabili in modo semplice e interattivo, che raccontano il mondo delle collaborazioni scientifiche fra i diversi paesi del mondo, proponendo una classifica delle 100 istituzioni più “virtuose” in questo senso, secondo il Nature Index, che misura le occorrenze delle affiliazioni degli autori di articoli pubblicati sulle 68 maggiori riviste scientifiche mondiali fra il 1 settembre 2015 e il 31 agosto 2016.

Il primo dato che emerge è che un istituto italiano – l'INAF, Istituto Nazionale di Astrofisica – è al secondo posto su scala mondiale per numero di collaborazioni; prima di INAF il Centro nazionale per la ricerca francese(CNRS). Per un confronto, pensiamo che la NASA ne ha poco meno della metà e la Max Planck Society molte di meno. Si tratta però di una mosca bianca, dal momento che la seconda istituzione italiana a far parte della Top-100 è l'IIT di Genova, che si colloca al 42mo posto, mentre al 77mo troviamo l'Università di Padova. Non dimentichiamo che – come sottolinea Leopoldo Benacchio nel suo ultimo post, dedicato proprio a questa classifica - “la Max Planck Society tedesca ha, da sola, molti più fondi dell'intero settore italiano della Ricerca”.

In generale possiamo dire che l'Italia è in discreta posizione in quasi tutti i settori: nelle Physical Science ci collochiamo al quarto posto su 107 paesi, e il grafico sotto illustra le collaborazioni in atto.

Nelle Life Science siamo in undicesima posizione su 140 paesi.

Per quanto riguarda le scienze ambientali siamo all'11mo posto su 101.

Nell'ambito delle scienze chimiche siamo tredicesimi su 88 paesi.

In generale le istituzioni più “virtuose” nel nostro paese sono – nell'ordine – l'INFN, il CNR, l'INAF, l'Università di Padova, l'insieme degli IRCCS, l'Università La Sapienza, l'Università di Firenze, l'IIT di Genova, l'Università di Bologna e la Bicocca a Milano.

La maggior parte delle collaborazioni a cui partecipa l'Italia è nel campo delle scienze fisiche, a cui seguono quelle chimiche, le scienze della vita e infine – a grande distanza – le scienze ambientali. Per quanto riguarda i paesi con cui collaboriamo di più, in testa Stati Uniti, Regno Unito e Germania, mentre lavoriamo pochissimo con Cina e Giappone (nel complesso non superano il 4% delle collaborazioni).

 

Interessante da citare infine è il caso del Regno Unito, dal momento che uno dei punti più discussi della Brexit è proprio il suo possibile effetto domino sulla cooperazione scientifica internazionale. Attualmente infatti oltre un terzo delle collaborazioni scientifiche della Gran Bretagna è con partner europei, il 4,6% con istituzioni italiane. Una possibile criticità che andrebbe a sommarsi a una forte sensazione di precarietà che - stando a quanto ha pubblicato ieri il Guardian - pervade il mondo dell'università d'Oltremanica. Mentre le tasse universitarie per studiare nel regno Unito continuano a crescere anno dopo anno, più della metà di chi fa ricerca in Gran Bretagna ha un contratto non permanente. Si va dai contratti a breve termine che di solito prevedono un massimo di nove mesi, ai ricercatori pagati a ore o per singolo incarico. Fra i ricercatori più giovani la percentuale sale al 75%.

 

 

 

 

I dati sono disponibili qui:
- Top 100 overall collaborators
- Top 50 overall collaborators / chemistry
- Top 50 overall collaborators / physical sciences
- Top 50 overall collaborators / life sciences
- Top 50 overall collaborators / Earth and environmental sciences
Qui invece è possibile navigare i dati filtrando per paese, istituzione o disciplina.

altri articoli

Filamenti cosmici e materia mancante

Istantanea di una tipica simulazione computerizzata dell’evoluzione dell’Universo in cui appare la misteriosa struttura spugnosa del Cosmo. Di questa immensa ragnatela tridimensionale è artefice la materia oscura (in viola nell’immagine) che, con la sua azione gravitazionale, plasma i lunghi filamenti, li collega tra loro con nodi e obbliga la materia ordinaria a concentrarsi nelle regioni con densità più elevata. Le galassie (in bianco) si trovano dunque nei punti più densi della struttura e sono maggiormente concentrate nei nodi, dove si raggruppano in ammassi e superammassi. Interessante osservare come gran parte del “volume” dell’Universo sia occupato dalle immense regioni desolatamente vuote che si estendono tra i filamenti. - Visualizzazione: Frank Summers, Space Telescope Science Institute.

Tra i molti problemi che astronomi e cosmologi si trovano a dover districare vi è anche quello della materia mancante. Le attuali teorie e i dati provenienti dallo studio della radiazione cosmica di fondo, il cosiddetto eco fossile del Big Bang, hanno suggerito quale potrebbe essere la composizione del Cosmo.